il caso
Adinolfi all'attacco davanti al gip: l'azzardo, i professionisti vincenti e la bufera sui rimborsi
Il giudice sospetta una selezione discrezionale per tenere in piedi la credibilità del sistema, ma l'imputato si infuria e difende il proprio operato senza cedere di un passo
Davanti al giudice per le indagini preliminari, l’ex parlamentare e fondatore del Popolo della Famiglia ha respinto con fermezza le contestazioni che lo hanno condotto agli arresti domiciliari, respingendo l’immagine di “truffatore seriale” o “lestofante”. La sua difesa è chiara: il gioco, per natura, è “aleatorio”, un ambito in cui si può vincere o perdere.
Nella sua versione, la “Scommessa Collettiva” non costituiva un raggiro, ma un’iniziativa condivisa che avrebbe garantito utili ad almeno 90 partecipanti, fra cui notai, accademici e giornalisti.
Secondo Adinolfi, a denunciarlo sarebbero stati esclusivamente coloro che hanno registrato perdite, mentre chi ha beneficiato del sistema non si sarebbe rivolto alla magistratura.
Si dichiara “totalmente innocente” e bolla l’intera vicenda come “surreale”, denunciando una gogna mediatica alimentata anche da trasmissioni televisive come Le Iene. Contesta in particolare la ricostruzione degli inquirenti, secondo cui gran parte dei quasi 5 milioni di euro raccolti sarebbe stata destinata a spese personali.
Interpellato su bonifici per orologi di lusso, lingotti d’oro, quadri e viaggi alle Maldive e in Egitto, respinge l’ipotesi di un uso privatistico dei fondi, attribuendo alcune causali sospette a “superficialità” o a richieste di specifici segni di riconoscimento da parte dei clienti.
Quanto ai 1.800 euro versati mensilmente alla madre per quasi quattro anni, Adinolfi sostiene che non si tratti di un tesoretto occulto, ma della restituzione rateale di un debito familiare. Il gip, che lo descrive come capace di agire con “scaltrezza, pervicacia e spregiudicatezza”, lascia comunque affiorare il sospetto di un meccanismo assimilabile a uno schema Ponzi, fondato su rimborsi selettivi.
L’indagato, tuttavia, respinge questa lettura e afferma che la sua notorietà di politico e pokerista esperto non sarebbe stata uno strumento per raggirare, bensì il motivo di un accanimento nei suoi confronti. La partita giudiziaria è solo all’inizio: le dichiarazioni di Adinolfi dovranno ora confrontarsi con l’analisi puntuale di email, movimenti bancari e accertamenti patrimoniali.