Il caso
Meno di un dollaro al barile, ma il conto è salatissimo: i veri numeri del "casello" americano nel Golfo
La scorta armata alle superpetroliere potrebbe costare quasi due milioni a viaggio, scaricando sull'Asia il peso del pattugliamento navale
La geopolitica, quando si misura con la concretezza dei conti, non ammette scorciatoie. Rilanciando l’idea degli Stati Uniti come “angeli custodi” del Medio Oriente e chiedendo che i Paesi beneficiari rimborsino a Washington i costi della protezione per l’attraversamento dello Stretto di Hormuz, Donald Trump ha trasformato un principio di sicurezza marittima in una partita di pura contabilità. Ma quanto costerebbe, in pratica, rendere a pagamento il collo di bottiglia energetico più strategico del pianeta?
Ogni giorno attraverso Hormuz passano circa 20 milioni di barili, pari al 20% dei consumi mondiali di liquidi petroliferi, oltre a un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto (GNL). Prendendo come riferimento un’operazione di intensità paragonabile, la missione Prosperity Guardian nel Mar Rosso, la spesa statunitense per una campagna navale e di pattugliamento ad alta intensità si colloca tra 260 e 573 milioni di dollari al mese.
Ripartendo questo costo operativo sui volumi di greggio, il corrispettivo teorico oscillerebbe fra 0,43 e 0,96 dollari per barile. Una cifra apparentemente modesta che, proiettata sulle grandi unità, cambia scala: la scorta di una superpetroliera (in media 2 milioni di barili) varrebbe tra 867 mila e 1,91 milioni di dollari per singolo viaggio.
Se invece si considerasse il numero dei passaggi navali — 3.131 nel giugno 2025 — la tariffa per transito varierebbe tra 83 mila e 183 mila dollari.
Questi “90 centesimi al barile”, avvertono gli esperti, sono un’illusione ottica. Una vera architettura di sicurezza non si esaurisce con qualche scorta in mare: richiede copertura aerea, intelligence, logistica, basi e un oneroso scudo antimissile. Basti ricordare che durante la campagna nel Mar Rosso la marina statunitense ha impiegato centinaia di missili, e un singolo intercettore SM-2 può costare circa 2 milioni di dollari.
Trasformare lo stretto in un “casello” significherebbe dunque finanziare un rischio permanente di escalation militare. Dal punto di vista strettamente economico, il malcontento americano ha basi solide. Gli Stati Uniti assicurano la sicurezza di uno snodo marittimo da cui dipende quasi esclusivamente l’Asia.
Nel 2024, il 84% del greggio e condensato e il 83% del GNL transitati da Hormuz sono stati destinati a Cina, India, Giappone e Corea del Sud. Washington, ormai in larga misura autosufficiente dal punto di vista energetico, importa da questo passaggio soltanto il 7% del proprio greggio, pari a 0,5 milioni di barili al giorno (il 2% dei consumi interni).
Imporre un pedaggio all’attraversamento si scontra tuttavia con l’architettura legale dei mari. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) tutela l’inalienabile principio del “passaggio in transito”, vietando balzelli legati unicamente all’uso degli stretti internazionali. Gli alleati degli USA temono che legittimare una “tariffa di sicurezza” a Hormuz crei un pericoloso precedente, replicabile domani in altri snodi strategici.
A ciò si aggiunge la prevedibile reazione dell’Iran, che da sempre utilizza il transito nello stretto come leva di deterrenza e non accetterebbe un controllo tariffario occidentale a ridosso delle proprie coste. Il crollo verticale dei movimenti — dai 3.131 transiti del giugno 2025 ai soli 576 del giugno 2026, anche per via degli attacchi a navi e radar — conferma una verità difficilmente contestabile: nessun pedaggio può rassicurare gli armatori sotto il fuoco incrociato. Tentare di attribuire un prezzo alla sicurezza marittima rischia soltanto di renderla, in termini logistici e diplomatici, ancor più onerosa di quanto già non sia.