la guerra
Il piano americano per prendere il controllo di Hormuz e far pagare un pedaggio: così Trump trasforma le portaerei Usa in un servizio su commissione
In piena escalation militare con l'Iran emerge il progetto di Washington per controllare i transiti esigendo una remunerazione dagli alleati
Lo Stretto di Hormuz non è più soltanto il principale e più incandescente teatro di confronto militare tra Stati Uniti e Iran: sta diventando il perno di un possibile monopolio statunitense sulla sicurezza dei traffici marittimi. A ridisegnare la cornice strategica è Donald Trump, che ha enunciato una dottrina destinata a incidere profondamente sugli equilibri globali: affidare agli Stati Uniti il ruolo di “guardiani” esclusivi del passaggio, assumerne il presidio operativo e poi presentare il conto alla comunità internazionale.
La svolta, insieme politica e simbolica, è emersa durante un’intervista televisiva andata in onda lunedì 13 luglio 2026. In quella sede, Trump ha delineato la sua visione per il corridoio marittimo più sensibile del pianeta: gli Stati Uniti lo “terranno” e “probabilmente lo gestiranno”, fungendo da vero e proprio “angelo custode” per le navi in transito. Il nucleo dell’impostazione è però economico: per svolgere questa funzione, Washington dovrà essere rimborsata dagli altri Paesi, in particolare quelli “molto ricchi”.
Non una semplice provocazione, bensì l’asserzione di un modello in cui la sicurezza marittima smette di essere un principio tutelato dal diritto internazionale per diventare leva geopolitica e “servizio da remunerare”.
Le ricadute potenziali sono dirompenti. La U.S. Energy Information Administration classifica Hormuz come il più rilevante “chokepoint” petrolifero al mondo. Da questa strettoia transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale scambiati su scala globale. Introdurre una sorta di pedaggio per la protezione militare in un passaggio tanto cruciale significherebbe riscrivere l’intera catena energetica: ogni onere imposto da Washington si rifletterebbe sui premi assicurativi, sui noli marittimi e, a cascata, sul prezzo del greggio e sull’inflazione nei Paesi importatori, Italia inclusa.
La dottrina transazionale di Trump si innesta in un quadro di altissima tensione militare. Le acque del Golfo sono pattugliate da droni e solcate da missili. L’Iran, dopo aver colpito un mercantile accusato di seguire una rotta “non autorizzata”, ha sospeso i transiti, attribuendosi il potere di regolare la navigazione finché non torneranno “stabilità e calma”. La risposta statunitense è stata immediata, con raid mirati a neutralizzare radar costieri, postazioni missilistiche e infrastrutture logistiche di Teheran.
Mentre le due potenze si contendono la facoltà di dettare le regole in questo collo di bottiglia strategico, l’impostazione di Trump aggiunge un ulteriore livello di complessità: la trasformazione della tutela dei mari in prova di assoluta supremazia, tanto strategica quanto economica. Di fronte alla prospettiva di un “listino prezzi” fissato dalla Casa Bianca per garantire l’approvvigionamento energetico, l’Europa cerca vie alternative.
Per sottrarsi al bivio tra i blocchi imposti da Teheran e la dipendenza da una “protezione a pagamento” americana, Regno Unito e Francia, con il sostegno dell’Oman, hanno annunciato il 3 luglio 2026 l’intenzione di dispiegare una missione militare autonoma a salvaguardia della libertà di navigazione. Un’iniziativa che conferma come la crisi di Hormuz sia ormai una questione vitale per la stabilità economica globale.
