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l'inchiesta

Pietracatella, dose di ricina devastante: Sara e Antonella non potevano essere salvate dai medici

La maxi perizia di 838 pagine scagiona i sanitari del Cardarelli e rivela che la concentrazione del veleno non avrebbe lasciato scampo a madre e figlia

13 Luglio 2026, 21:35

21:40

Pietracatella, dose di Ricina devastate: Sara e Antonella non potevano essere salvate

Il caso di Pietracatella torna a fuoco grazie a una perizia: la quantità di ricina assunta da Antonella Di Ielsi e dalla figlia quindicenne, Sara Di Vita, era talmente elevata che nessun intervento sanitario avrebbe potuto salvarle.

È il nucleo delle 838 pagine della relazione sull'autopsia depositate in Procura, un atto che sposta in modo definitivo il baricentro dell’inchiesta dalle corsie ospedaliere all’ambito domestico, dove la sostanza tossica è stata introdotta di nascosto. I medici legali e i consulenti tossicologici — Benedetta Pia De Luca, Francesco Giovanni Battista Laterza, Alessandro Locatelli e Daniele Merli — hanno delineato un quadro clinico inequivocabile: l’intossicazione acuta da tossine del ricino è stata così severa, fulminea e devastante da rendere impossibile la sopravvivenza, a prescindere dalle terapie messe in atto.

Il dramma si è consumato in un arco temporale ristretto. L’esposizione, per via orale, è verosimilmente avvenuta tra il 23 e il 24 dicembre 2025; i primi violenti sintomi — febbre, vomito, profondo malessere — sono emersi la mattina di Natale.

La rapidissima precipitazione del quadro clinico, culminata nel decesso di Sara e, poche ore dopo, in quello della madre tra il 27 e il 28 dicembre, aveva inizialmente fatto pensare a una grave tossinfezione alimentare da funghi o botulino.

Il successivo collasso multiorgano e gli esiti degli accertamenti del Centro antiveleni Maugeri di Pavia hanno però svelato la verità: una concentrazione letale di ricina.

Per i cinque medici dell’ospedale Cardarelli di Campobasso, indagati per omicidio colposo in ipotesi di malpractice, la perizia rappresenta una svolta. Il documento recide il nesso causale tra l’operato dei sanitari e l’esito finale: di fronte a quella specifica carica tossica e in assenza di un antidoto, il destino delle due pazienti era segnato fin dall’inizio.

Non è in alcun modo dimostrabile che una gestione clinica diversa avrebbe potuto mutare la conclusione. L’inchiesta, dunque, si biforca. Mentre il capitolo sulle presunte responsabilità mediche si alleggerisce sensibilmente, si fa più densa l’indagine della Procura di Larino per duplice omicidio volontario o premeditato.