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la guerra

Pioggia di bombe nella notte iraniana: i raid americani infiammano lo Stretto di Hormuz

Colpite cinque province strategiche nella terza ondata di attacchi voluta da Washington che ora minaccia dazi record sui transiti marittimi globali

14 Luglio 2026, 09:57

12:45

Pioggia di bombe nella notte iraniana: i raid americani infiammano lo Stretto di Hormuz

Il Golfo Persico è di nuovo in fiamme, travolto da una drammatica escalation militare che allontana ulteriormente le prospettive di una soluzione diplomatica. La distanza tra la retorica politica e la realtà sul terreno si è azzerata: le parole pronunciate alla Casa Bianca da Donald Trump, che rivendicava di colpire l’Iran “con grande intensità”, hanno trovato un’immediata e violenta conferma.

Per la terza notte consecutiva, le forze statunitensi hanno sferrato una massiccia ondata di bombardamenti contro obiettivi strategici iraniani, inaugurando una fase del conflitto più ampia e destabilizzante. Washington ha impiegato “enormi quantità” di munizioni in una campagna aerea che non punta più al contenimento, ma alla distruzione sistematica delle infrastrutture militari avversarie.

Le deflagrazioni hanno investito alcuni dei nodi più sensibili della Repubblica islamica: la zona di Bandar Abbas, le isole strategiche di Qeshm e Abu Musa, fino alla provincia del Khuzestan e ad alcune aree della provincia di Bushehr. L’obiettivo dichiarato dalla presidenza americana è netto: annientare missili, lanciatori, marina, droni e l’intera base industriale della difesa iraniana per impedire a Teheran di proiettare potenza nel Golfo.

La notte, però, ha messo in luce anche la resilienza delle difese iraniane. Sebbene Trump abbia sostenuto di star neutralizzando “ogni capacità offensiva” di Teheran, i resoconti raccontano un conflitto asimmetrico ancora pienamente in corso. Dalla sponda iraniana sono partiti sciami di droni e attacchi contro asset statunitensi, segno che, pur a fronte di danni gravissimi inflitti dai jet americani, la capacità di reazione non è stata del tutto azzerata. In un teatro complesso come quello mediorientale, una residua capacità di disturbo può produrre effetti strategici di vasta portata.

Questi raid si inseriscono in una crisi che ha il suo baricentro nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale del commercio energetico globale. Nelle stesse ore in cui le bombe cadevano su Bushehr e Qeshm, l’amministrazione Usa ha annunciato il ripristino del blocco navale al traffico iraniano e avanzato una proposta dirompente: imporre un pedaggio del 20% alle navi commerciali straniere per garantirne un transito sicuro sotto protezione americana.

Una misura che rischia di confliggere con il diritto internazionale marittimo, di inasprire i rapporti con gli alleati e di sconvolgere le catene del commercio mondiale. Da Hormuz transita oltre un quarto del petrolio trasportato via mare (circa 20,9 milioni di barili al giorno nel 2025) e un quinto del gas naturale liquefatto. Attacchi alle navi e l’eventuale imposizione di dazi o blocchi rappresentano una minaccia diretta non solo per i due Paesi contrapposti, ma per l’intera stabilità economica globale.

Per l’Italia, potenza manifatturiera e importatrice, i bagliori delle esplosioni mediorientali rischiano di tradursi presto in rincari energetici, aumento dei noli marittimi e pesanti pressioni inflazionistiche sulle imprese. Mentre le Nazioni Unite implorano un ritorno ai negoziati per salvare la fragile tregua del 17 giugno, la strategia a doppio binario di Trump – colpire duramente per poi costringere l’avversario a un accordo – appare in affanno. Sotto il martellamento della terza notte di raid, la finestra diplomatica si sta rapidamente chiudendo.

Secondo fonti yemenite invece, l'Arabia Saudita ha condotto nella notte raid aerei sulla provincia di Saada, nel nord-ovest dello Yemen. Il quotidiano qatariota Al-Araby Al-Jadeed ha a sua volta riportato bombardamenti sulla stessa area, considerata la "roccaforte del leader Houthi".