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la sentenza

Omicidio di Saman Abbas, la Cassazione conferma le condanne all'ergastolo per genitori e cugini

La ragazza pachistana di 18 anni venne uccisa nel 2021 dai familiari a Novellara. Si era opposta a un matrimonio combinato

15 Luglio 2026, 10:11

10:20

Saman e il padre

Saman e il padre

Diventano definitive le condanne all’ergastolo per i genitori di Saman Abbas, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, e per i cugini Ijaz Ikram e Noman Ul Haq, definitiva anche la pena di 22 anni di reclusione inflitta allo zio Danish Hasnain. La decisione è arrivata dopo che la Cassazione ha rigettato i ricorsi degli imputati per l’omicidio della 18enne pachistana uccisa a Novellara, nel Reggiano, nella primavera del 2021. Secondo l’accusa, la giovane fu assassinata  per essersi opposta a un matrimonio combinato e per aver intrapreso uno stile di vita ritenuto incompatibile con le  tradizioni familiari. Nei confronti degli imputati erano state riconosciute le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi. 

La decisione è arrivata dopo che la Cassazione ha rigettato i ricorsi degli imputati per l'omicidio della 18enne pachistana. I supremi giudici hanno così accolto quanto chiesto dalla Procura generale della Cassazione, con l'avvocato generale Marco Dall'Olio, che all'udienza dello scorso 17 giugno aveva sottolineato di trovarsi davanti ‘‘non a un delitto d'impeto ma a un'azione premeditata. Che Saman non potesse decidere da sola è chiaro, manifesto, la ricostruzione dei fatti è inequivoca. Saman, anche se maggiorenne, non poteva decidere da sola della sua vita, non poteva avere una vita propria. Una storia agghiacciante, un atto corale e premeditato".


Saman fu uccisa nel vialetto davanti a casa e sepolta in una buca a poca distanza dall’abitazione familiare a Novellara. Ad allertare le forze dell’ordine era stato il fidanzato della 18enne. Il corpo della giovane venne ritrovato un anno e mezzo dopo, il 18 novembre del 2022, dopo che lo zio fuggito all’estero e catturato a Parigi indicò agli investigatori il luogo dove era stata sepolta. Le indagini si erano sempre concentrate sull'ambito familiare.

La sentenza della Cassazione sul femminicidio di Saman «rappresenta una svolta sul piano sociale, prima ancora che giuridico. La Cassazione cristallizza in via definitiva ciò che abbiamo sostenuto in ogni sede: Saman è stata uccisa perché donna ribelle alle regole patriarcali, punita perché si è sottratta al ruolo di subordinazione che l’ordine familiare le imponeva». Lo afferma l’avvocato Maria Teresa Manente, responsabile dell’Ufficio legale di Differenza Donna e difensore di parte civile per l’Associazione.
«La sua morte - aggiunge - non è stata un eccesso, un impulso, un 'incidente' di un contesto culturale lontano: è stata, come emerge dagli stessi atti processuali, una punizione. Il progetto di ucciderla è nato nel momento esatto in cui Saman ha osato rivendicare il diritto di scegliere chi amare, se studiare, come vestirsi, come vivere. La sua libertà è stata il suo 'reatò agli occhi della famiglia; la sua vita ne è stata la pena».


«La conferma della Cassazione - aggiunge l’avvocato Rossella Benedetti dell’ufficio legale dell Ass. Naz. Differenza Donna - rende giustizia finalmente a Saman e riguarda tutte le donne 'invisibili' come lei, nel nostro Paese che ogni giorno si rivolgono ai nostri Centri Antiviolenza per chiedere protezione. Riguarda la capacità delle istituzioni di riconoscere per tempo gli indicatori di rischio presenti nelle storie come quella di Saman e di adempiere - conclude - all’obbligo di garantire in maniera tempestiva la massima protezione per prevenire i femminicidi».