IL GOVERNO
Veleni e sospetti tra alleati, Meloni prova a tenere unito il centrodestra tra sospetti e accuse
La Premier manda un messaggio alla maggioranza: «andiamo avanti» perché la sconfitta sulle preferenze «è solo un incidente parlamentare».
I sorrisi e le battute durante la cerimonia dei Maestri della cucina. E i post per rivendicare l'ultimo ddl sicurezza e rilanciare «l'impegno» a «riportare lo Stato dalla parte delle persone perbene». O per promettere che «continueremo a promuovere l’agroalimentare italiano». Nel suo day after, Giorgia Meloni, almeno nella sua parte pubblica, vuole mandare un messaggio: «andiamo avanti» perché la sconfitta sulle preferenze «è solo un incidente parlamentare». Ma le riflessioni a Palazzo Chigi procedono, esaminando cause e responsabilità della spaccatura alla Camera, e tutti i possibili scenari. Le decisioni, lascia intendere la premier, si prendono a mente fredda. E si aspetta di vedere come andrà nelle prossime ore la conclusione delle votazioni sulla legge elettorale.
Così non sono al momento in programma vertici di maggioranza, seppure ci siano stati contatti tra i leader. Non è mancato qualche travaglio nella definizione della linea. «Intendiamo andare avanti», esplicita di primo mattino il ministro Luca Ciriani. Meloni si confronta soprattutto con i suoi fedelissimi, prima e durante una giornata in cui si materializza il primo voto comune tra FdI e vannacciani sull'emendamento proposto da Futuro nazionale sulle preferenze.
Una scelta di coerenza, spiegano i meloniani, la prova che loro davvero puntavano a mettere fine ai listini bloccati. Non è l'unica interpretazione. Dopo settimane di attacchi incrociati, può sembrare un primo abboccamento con la forza di Roberto Vannacci, una cui eventuale entrata nel centrodestra è osteggiata fortemente dal mondo berlusconiano. Più che altro, però, viene spiegato come un messaggio agli alleati. E se Lega e FI si risentono, si taglia corto fra i deputati della premier, "ci potevano pensare prima di votare contro le preferenze: sono loro che devono fare una riflessione...".
L'accusa ai partiti di Antonio Tajani e Matteo Salvini è di aver disatteso gli impegni - presi in parallelo a una serie di nomine, da Fs a Consob passando per Antitrust -, quando avrebbero potuto semplicemente lasciare libertà di coscienza ai deputati e così l'incidente avrebbe avuto un impatto meno esplosivo. Tra i meloniani si solleva il problema di «due vicepremier dimezzati che non controllano i partiti». Nella maggioranza si stimano fino a 40-50 franchi tiratori.
I primi sospetti si sono concentrati soprattutto sugli azzurri vicini a Marina Berlusconi. Ricorre il nome di Marta Fascina. «Non voglio commentare, è inutile», dice l'ultima compagna di Silvio Berlusconi. La presidente di Fininvest, però, pare non sia stata consultata prima della decisione di FI di passare dal 'No' al 'Sì' all’emendamento sulle preferenze, e avrebbe preferito tenersi fuori dalle discussioni sulla legge elettorale. «Gli amici di FdI si guardassero al loro interno - commenta un parlamentare di FI a patto di restare anonimo -, molti di noi hanno messaggi di deputati del loro gruppo che non avrebbero mai votato le preferenze».
Ma la stessa premier, si racconta tra i meloniani, guarderebbe in casa Lega cercando i responsabili della figuraccia consumatasi per un solo voto di scarto.
Nei tabulati si cerchiano di rosso tre nomi: il ministro Giancarlo Giorgetti e il sottosegretario Federico Freni, in Aula eppure «in missione», e la viceministra Vannia Gava, anche lei presente ma fra quelli che «non hanno partecipato al voto». «Un segnale grave quello di Giorgetti», nota un big di FdI. E nel partito di Meloni si calcola che sarebbero stati 4 i voti recuperati se Fabio Rampelli non avesse dovuto presiedere la seduta al posto di Lorenzo Fontana.
Quanto basta a capire che lo scenario presenta rischi di fibrillazioni decisamente alte nella maggioranza. Dopo i tormenti delle prime ore, i segnali che arrivano da Palazzo Chigi spingono a escludere decisioni drastiche che potrebbero portare a elezioni anticipate a ottobre. Sarebbe un po' come divorziare e poi chiedere di sposarsi di nuovo con lo stesso partner, è l'esempio che rimbalza nel centrodestra, dove c'è la convinzione che in caso di crisi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella accerterebbe immediatamente che non è possibile la formazione di un esecutivo diverso.
Ora l'orizzonte diventa la prossima manovra, capolinea prima del voto fra febbraio e marzo 2027. Ma molto dipenderà da come verrà chiuso il capitolo legge elettorale. Prima alla Camera e poi al Senato, dove puntare nuovamente sulle preferenze comporterebbe una nuova sfida con gli alleati - questa volta a voto palese - e un ritorno a Montecitorio.