la guerra
Hormuz nel caos: navi in fuga e greggio alle stelle dopo le nuove bombe americane
Il Centcom colpisce basi e infrastrutture fino a Teheran per spezzare la deterrenza islamica, mentre il traffico navale nello Stretto crolla dell’85%
Il confronto tra Stati Uniti e Iran entra nel sesto giorno consecutivo e muta natura: da crisi episodica si configura come uno scontro strutturale.
Nel pomeriggio di giovedì 16 luglio 2026 una nuova serie di raid statunitensi ha colpito il territorio iraniano, con l’obiettivo dichiarato dal Comando Centrale USA (CENTCOM) di “degradare ulteriormente” le capacità militari di Teheran che minacciano la navigazione commerciale.
La campagna non è più circoscritta alle aree costiere. Il raggio d’azione si è ampliato sino alle zone attorno alla capitale e alla provincia di Semnan, cuore dell’industria missilistica e del programma spaziale iraniano.
Le operazioni hanno interessato diverse province, tra cui Hamedan, Khuzestan e l’isola di Qeshm, e hanno raggiunto anche una caserma nel Sistan e Baluchestan, dove si registrano sette vittime tra i militari iraniani.
A Bandar Abbas i bombardamenti hanno sfiorato quartieri residenziali, danneggiando ponti e un nodo ferroviario: un segnale eloquente di come il teatro bellico si stia facendo sempre più fitto e rischioso anche per i civili.
Sul piano internazionale, la scelta più gravosa è il ripristino del blocco navale americano contro le navi in entrata e in uscita dai porti iraniani.Malgrado il CENTCOM lo definisca uno strumento applicato in modo “imparziale”, nello Stretto di Hormuz domina il timore: missili, droni e mine inducono gli armatori a deviare le rotte per eludere rischi difficilmente calcolabili.
I dati sul traffico marittimo mostrano una paralisi quasi completa: i transiti nello Stretto sono crollati fino all’85% su base settimanale, con appena 22 navi osservate in un determinato intervallo.
L’effetto domino sull’economia globale è stato immediato, considerato che da questo corridoio passa circa il 20% del petrolio mondiale.
Il Brent è balzato intorno agli 86,57 dollari al barile, azzerando le flessioni seguite al cessate il fuoco del mese scorso.
È la vittoria della “deterrenza asimmetrica” di Teheran: all’Iran basta la mera minaccia contro una singola nave per far impennare i premi assicurativi e comprimere i flussi energetici internazionali.
Mentre il cessate il fuoco del 17 giugno, mediato dal Pakistan, appare congelato, la diplomazia fatica a prendere quota.
Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Qalibaf, mantiene uno spiraglio aperto, ma da Washington Donald Trump adotta toni minacciosi per forzare il ritorno al negoziato.
Intanto Teheran fissa la propria “linea rossa” per bocca del portavoce militare Ebrahim Zolfaghari, che avverte: un attacco a centrali elettriche o ponti scatenerà ritorsioni contro infrastrutture e alleati statunitensi nel Golfo.
Il paradosso del sesto giorno di fuoco americano è tutto qui: sebbene gli Stati Uniti dispongano della superiorità tattica per neutralizzare radar, siti missilistici e colpire persino petroliere accusate di violare il blocco, tale potenza non garantisce la sicurezza del transito marittimo. Washington rischia così un contraccolpo politico interno in vista delle elezioni di metà mandato del novembre 2026, qualora l’aumento dei carburanti pesi sul portafoglio degli elettori. Nel Golfo emerge una verità scomoda: non basta bombardare a tappeto per riaprire il mare.


