il caso
Le porte di Bollate si chiudono alle spalle di Mario Roggero: "Pentito ma col senno di poi"
Il gioielliere di Grinzane Cavour inizia a scontare la condanna definitiva a quasi 15 anni tra le polemiche sulla legittima difesa e la richiesta di grazia a Mattarella
Le porte del carcere di Bollate, a Milano, si sono richiuse dietro a Mario Roggero. Il gioielliere di Grinzane Cavour, 72 anni, ha fatto ingresso nell’istituto penitenziario per iniziare a scontare la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi per il duplice omicidio volontario di due rapinatori e il tentato omicidio di un terzo complice.
Incalzato dai cronisti sul suo eventuale pentimento, ha risposto con una mezza ammissione dal tono amaro: «Sì, ma con il senno di poi, bisogna trovarsi in quelle situazioni». La carcerazione segna l’ultimo capitolo, almeno per ora, di una vicenda umana e giudiziaria che ha spaccato l’opinione pubblica.
Poco prima di costituirsi, dopo aver trascorso le ultime ore di libertà in un albergo in attesa dell’ordine della Procura, Roggero ha affidato ai social un messaggio dal valore di testamento pubblico: «Sto passando gli ultimi minuti coi miei familiari prima di costituirmi in carcere. […] Hanno voluto darmi l’ergastolo. […] Voi sarete la mia voce».
La condanna, confermata dalla Corte di Cassazione, non è il prodotto di una giustizia che «premia i ladri», come sostengono i commenti più accesi in rete, ma l’esito della rigorosa applicazione del Codice penale. Le indagini, supportate dalle immagini delle telecamere, hanno evidenziato una netta cesura temporale: se all’interno della gioielleria la minaccia per Roggero, la moglie e la figlia era gravissima, l’azione violenta si era esaurita quando i banditi erano usciti per fuggire.
L’inseguimento all’esterno e gli spari alla schiena mentre i malviventi salivano in auto non integrano l’attualità del pericolo, presupposto imprescindibile della legittima difesa.
Come ha osservato l’avvocata penalista Francesca Florio, la legittima difesa «autorizza il privato a difendersi, non a vendicarsi», e l’uccisione di persone in fuga costituisce un atto ritorsivo che l’ordinamento non può legittimare senza scivolare verso la giustizia sommaria. I giudici, in Appello e poi in Cassazione, hanno escluso anche l’eccesso colposo per “grave turbamento”, ritenendo che l’azione armata all’esterno fosse lucida e non frutto di panico incontrollabile, come attesterebbe anche il calcio sferrato a un rapinatore ormai a terra.
Nel 2015 l’uomo era già stato vittima di una rapina violenta, riportando fratture alle costole e al volto. La sentenza d’Appello — poi divenuta definitiva — aveva ridotto la pena da 17 a quasi 15 anni, riconoscendo attenuanti generiche o, per lo stato d’ira derivante dal torto subìto, la provocazione, distinguendo di fatto Roggero dalla figura dell’“assassino qualunque”.
Mentre l’uomo affronta la realtà del penitenziario di Bollate, fuori dalle mura cresce la mobilitazione. Una petizione su Change.org, indirizzata al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha già raccolto decine di migliaia di firme per chiedere la grazia, sollecitata con forza anche da esponenti politici come Matteo Salvini e Roberto Vannacci.