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tensione alle stelle

Trump punta il dito sulla Cina ma Pechino non ci sta: “Accuse inventate, gli Usa guardino in casa propria”

Il portavoce del ministero degli Esteri cinese liquida l'offensiva americana in tv come una mossa disperata per manipolare le imminenti elezioni di metà mandato

17 Luglio 2026, 22:37

22:44

Trump punta il dito sulla Cina ma Pechino non ci sta: “Accuse inventate, gli Usa guardino in casa propria”

Una nuova e potente scintilla ha riacceso le tensioni tra Washington e Pechino. In un atteso discorso serale dalla Casa Bianca, Donald Trump ha rivolto un’accusa pesantissima alla Repubblica Popolare Cinese: un’operazione informatica che, a partire dal ciclo elettorale del 2020, avrebbe portato alla raccolta di 220 milioni di dossier su elettori statunitensi. Secondo la Casa Bianca, si tratterebbe della “più grande compromissione di dati elettorali della storia”, un archivio colossale contenente nomi, indirizzi, numeri di telefono e affiliazioni politiche.

La replica di Pechino è arrivata in poche ore, con la consueta freddezza delle crisi diplomatiche. Il portavoce del ministero degli Esteri, Lin Jian, ha bollato le affermazioni come “completamente inventate” e una “grave diffamazione”. La Cina ha ribadito il proprio principio di non ingerenza, sostenendo di non avere “alcun interesse” a interferire nel voto americano, e ha esortato Washington a smetterla di infangare il Paese per fini di consenso interno.

L’offensiva della Casa Bianca, tuttavia, presenta significative incongruenze alla luce dei documenti declassificati e dei dati ufficiali. Anzitutto, come osservano fonti informate, il possesso di simili banche dati — spesso lecite e, a seconda degli Stati, liberamente accessibili ai consulenti politici — non equivale in alcun modo alla manipolazione materiale delle schede.

A indebolire la portata dell’accusa c’è poi un elemento statistico dirimente: Trump parla di 220 milioni di file sottratti, ma nel 2020 gli elettori registrati attivi negli Stati Uniti erano circa 209 milioni. Inoltre, le valutazioni dell’intelligence americana nel 2021 e le indagini condotte dall’allora procuratore generale William Barr hanno più volte confermato che la Cina non ha alterato i voti e che non si sono verificate frodi tali da ribaltare l’esito del voto.

Dietro questo braccio di ferro — che per ora Pechino evita di esasperare per preservare i rapporti bilaterali — si intravede un chiaro calcolo di politica interna. L’obiettivo dell’amministrazione sembra essere quello di giustificare nuove e più stringenti regole in vista delle elezioni di metà mandato del 2026, mantenendo viva la narrazione di un sistema elettorale vulnerabile e del voto “rubato” nel 2020. Proprio qui emerge la contraddizione più evidente: mentre Trump lancia l’allarme massimo sulle minacce cibernetiche cinesi, il suo nuovo bilancio prevede un drastico taglio di 707 milioni di dollari alla CISA, l’agenzia federale creata per proteggere le infrastrutture elettorali dagli attacchi stranieri.