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la guerra

Missili, petrolio e sangue: la nuova escalation iraniana infiamma il Medio Oriente

Morti due soldati americani in Giordania e allarmi in Arabia Saudita per la guerra del greggio che azzera gli accordi di giugno

18 Luglio 2026, 20:39

20:40

Missili, petrolio e sangue: la nuova escalation iraniana infiamma il Medio Oriente

La tregua firmata a metà giugno 2026 tra Stati Uniti e Iran è durata poche settimane ed è già bollata come un “relitto”. Il sogno di una pausa, sancita da un fragile Memorandum of Understanding il 17 e 18 giugno, si è infranto nelle acque dello Stretto di Hormuz, fulcro della contesa internazionale.

Le ostilità sono formalmente riprese: il presidente americano Donald Trump ha notificato al Congresso il ritorno all’uso della forza a partire dal 7 luglio, sancendo il naufragio politico dell’intesa e accusando Teheran di aver colpito il traffico commerciale. Il punto dirimente che ha fatto saltare l’accordo era racchiuso in un’ambiguità strutturale: l’Iran mirava a una futura gestione del transito nello Stretto, introducendo possibili pedaggi, mentre Washington e i partner chiedevano il ripristino della libera navigazione senza tariffe. La frattura è esplosa quando le navi mercantili hanno iniziato a sfruttare una rotta alternativa, pattugliata dagli Stati Uniti al largo dell’Oman, mossa che la Repubblica islamica ha interpretato come una violazione dell’intesa. La risposta americana è stata immediata: ripristino del blocco navale contro i porti iraniani e ripresa dei raid aerei.

A rendere il quadro incendiario è la rapida estensione regionale del conflitto, ormai ben oltre un confronto strettamente bilaterale tra Washington e Teheran. La strategia iraniana punta a destabilizzare l’intera architettura di sostegno statunitense, bersagliando infrastrutture, basi e terminali in Paesi alleati come Bahrain, Kuwait, Qatar, Giordania, Oman, Siria e Arabia Saudita.

La situazione sul terreno è drammatica e non più riconducibile a “guerra ibrida”: in Kuwait sono stati danneggiati impianti di desalinizzazione, in Bahrain le sirene d’allarme risuonano quotidianamente e nel sud dell’Iran i bombardamenti hanno distrutto infrastrutture civili cruciali.

Il tributo di sangue è aumentato nelle ultime ore. Il 18 luglio l’esercito americano ha comunicato la morte di due soldati, con un terzo disperso, in seguito a un attacco iraniano contro una base in Giordania: sono le prime vittime statunitensi per fuoco diretto in questa nuova fase dell’escalation.

Dal 28 febbraio 2026 — vera data d’inizio della guerra, scaturita dagli attacchi iniziali nei quali rimase ucciso l’ayatollah Ali Khamenei — i militari Usa deceduti sono 16 e i feriti superano quota 430.

Anche l’Arabia Saudita è tornata nel mirino di Teheran. Nelle aree sensibili di Al-Kharj, snodo militare di rilievo, e Yanbu, terminale strategico sul Mar Rosso, sono stati riattivati per la prima volta da mesi i sistemi di allerta precoce. Il messaggio dell’Iran alle monarchie del Golfo è inequivocabile: nessun partner logistico degli Stati Uniti potrà sentirsi al sicuro o esentato dal conflitto.

Venuto meno ogni margine per congelare le ostilità, la regione ripiomba in una lotta totale per il più delicato passaggio energetico del pianeta.