la commemorazione
Via D'Amelio 34 anni dopo: la strage di Stato che continua a dividere il Paese
L'anniversario dell'autobomba di Palermo svela l'ipocrisia delle celebrazioni pubbliche e l'urlo dei familiari per una verità ancora drammaticamente incompleta
Trentiquattro anni dopo, nell'Italia del 2026, quella domenica d'estate del 19 luglio del 1992 in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta – Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina – rappresenta molto più di una semplice ricorrenza: è l'emblema di una giustizia ancora dolorosamente incompiuta e di un dovere civico che non ammette scorciatoie.
L'eccidio avvenne appena 57 giorni dopo l'attentato di Capaci costato la vita a Giovanni Falcone. In quel lasso di tempo, l'attività incessante di Borsellino lo aveva reso un bersaglio imminente e temutissimo dai vertici di Cosa Nostra, tanto che la sua eliminazione divenne, per i boss, non più rinviabile.
La ferocia dell'autobomba – che travolse un'intera scorta per colpire il magistrato con un messaggio plateale – fu solo l'incipit di una vicenda istituzionale lunga e opaca.
Via D'Amelio non è soltanto la cronaca di un attacco mafioso allo Stato; coincide con quello che la giustizia ha definito uno dei più gravi depistaggi della storia repubblicana. Le dichiarazioni del falso collaboratore Vincenzo Scarantino, rivelatesi frutto di pesanti condizionamenti investigativi, hanno allontanato per anni l'accertamento dei fatti.
Le sentenze della Corte d'Appello di Caltanissetta del 2024 hanno confermato questo quadro inquietante, ribadendo il ruolo centrale di Arnaldo La Barbera nell'inquinamento delle indagini.
Da qui nasce un turbamento profondo: oltre alla violenza mafiosa, emerge il fallimento di uno Stato che non è riuscito, o non ha voluto, tutelare la verità su se stesso. Al cuore dei misteri irrisolti rimane il fantasma della celebre “agenda rossa”, il taccuino scomparso subito dopo l'esplosione.
Nuovi accertamenti della Procura di Caltanissetta, nel 2025, hanno riportato l'attenzione su questo vuoto: il rinvenimento di un appunto del 1992 firmato da La Barbera – che attestava la consegna di una borsa e dell'agenda all'ex procuratore Giovanni Tinebra – ha spinto a ulteriori, clamorose perquisizioni, purtroppo senza esito.
E sebbene la borsa del magistrato sia stata esposta nel giugno 2025 in una teca a Montecitorio, alla presenza del Presidente della Repubblica, il silenzio intorno a quel diario resta una voragine di verità.
Oggi la memoria di Borsellino non è una “lapide innocua”, ma un monito che continua a inquietare le coscienze. Per il giudice, la lotta alla criminalità non era soltanto azione repressiva, ma una necessaria rivoluzione culturale e civica.
Come ha ricordato il fratello Salvatore, che in questo 34° anniversario torna a denunciare distorsioni della verità e assenza di giustizia, la giornata della memoria non può ridursi a un comodo rito istituzionale. Via D'Amelio non appartiene agli archivi: è una ferita ancora aperta che chiede conto, oggi più che mai, di ciò che l'Italia è disposta a fare per meritare la propria democrazia.