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la polemica

Coccodrilli del Nilo al posto del filo spinato per i detenuti palestinesi

Via libera dal ministero dell'Ambiente alla proposta di Ben Gvir per l'allevamento di rettili feroci destinati alla sorveglianza della popolazione carceraria

19 Luglio 2026, 12:11

12:20

Coccodrilli del Nilo al posto del filo spinato per i detenuti palestinesi

Un progetto che sembra uscito da una distopia: un penitenziario di massima sicurezza cinto da un fossato presidiato da coccodrilli del Nilo. Nell’estate del 2026, in Israele, questa ipotesi ha oltrepassato il confine della mera provocazione politica, approdando nell’agenda amministrativa. A promuoverla è il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, deciso a spingere il sistema carcerario su un terreno inedito e controverso.

L’idea non nasce dal nulla: già alla fine del 2025 Ben Gvir aveva prospettato di circondare le prigioni destinate ai detenuti palestinesi classificati “di sicurezza” con un perimetro naturale ostile, concepito come deterrente assoluto alle evasioni. Quello che pareva un espediente mediatico ha presto assunto contorni operativi: nel gennaio 2026 funzionari del Servizio penitenziario israeliano hanno visitato la fattoria di coccodrilli di Hamat Gader, noto centro di studio e allevamento nel nord del Paese, per verificarne la fattibilità tecnica.

La svolta è giunta a metà luglio 2026, quando la ministra della Protezione dell’Ambiente, Idit Silman, ha firmato un provvedimento destinato a far discutere: il coccodrillo del Nilo è stato riclassificato in modo da consentirne l’allevamento e la gestione anche da parte di enti preposti alla sicurezza pubblica. La decisione è stata adottata malgrado le esplicite obiezioni dell’ufficio legale del ministero e della Israel Nature and Parks Authority. Con questa modifica normativa, il governo ha predisposto il quadro legale per avviare progetti pilota, subordinati al rispetto di rigorose misure anti-fuga per gli animali.

Secondo diverse ricostruzioni, il primo banco di prova dovrebbe essere il carcere di Ketziot, nel deserto del Negev, struttura che ospita detenuti palestinesi considerati “di sicurezza”. Ispirato a un modello statunitense ribattezzato dalla stampa “Alligator Alcatraz”, il piano vanta un’efficacia pratica tutta da dimostrare ma un impatto scenografico e comunicativo formidabile. Per Ben Gvir l’operazione ha una valenza duplice: trasmettere un segnale di inflessibilità ai prigionieri palestinesi e rinsaldare il proprio elettorato nazionalista, normalizzando una retorica punitiva sempre più estrema. Nella sua visione, il carcere non è soltanto un luogo di custodia, ma anche un palcoscenico di pressione psicologica e fisica sul nemico.

Questa escalation, simbolica e materiale, si innesta in un quadro dei diritti umani già critico. A gennaio 2026 un severo rapporto dell’ong israeliana B’Tselem ha descritto gli istituti di pena come una rete di “campi di tortura” per i palestinesi, denunciando abusi sistematici, fame e la morte di almeno 84 detenuti dall’ottobre 2023. Un’inchiesta Reuters del febbraio 2026 ha inoltre riportato testimonianze di malnutrizione persistente nonostante le ordinanze dei tribunali che imponevano l’aumento delle razioni. In un sistema penitenziario sotto accusa per pratiche coercitive e degradanti, l’introduzione dei coccodrilli smette di apparire folcloristica e si configura come la metafora estrema di un apparato disumanizzante, volto a intimidire e spettacolarizzare la sofferenza dei detenuti.