il caso
A Mestre la scuola senza italiani: al Nido su 102 bimbi 100 sono stranieri
Fuga delle famiglie italiane e classi monoculturali nel cuore della città veneta, dove l'integrazione rischia di trasformarsi in segregazione scolastica
I cancelli dell’Istituto comprensivo Caio Giulio Cesare di Mestre offrono l’istantanea di un Paese in trasformazione, un mosaico di idiomi che va dall’Asia meridionale all’Europa orientale fino al Nord Africa.
I dati delle nuove iscrizioni parlano chiaro: alla scuola dell’infanzia 100 bambini su 102 provengono da famiglie con background migratorio. Lo stesso andamento si riscontra alla secondaria di primo grado, dove, nelle future classi prime, gli alunni italiani sono appena 10 su 118, con il risultato che quattro sezioni su sei saranno composte esclusivamente da studenti di origine straniera.
Non è un fenomeno improvviso, ma il punto di arrivo di un processo lungo che ha cambiato il volto dell’area urbana intorno alla stazione ferroviaria, in particolare le zone di via Cappuccina e via Piave. Qui si concentra una quota rilevante dei 43.255 residenti stranieri nel Comune di Venezia (dato stimato a dicembre 2025), con una marcata prevalenza della comunità bengalese, pari al 23,7% del totale.
In questo scenario, la scuola finisce per riflettere—talvolta in modo deformante—la geografia sociale del quartiere e le scelte educative delle famiglie. Già in passato, per la primaria Cesare Battisti, il presidente del Consiglio d’istituto, Carlo Pagan, aveva lanciato l’allarme sul rischio di una concentrazione “sostanzialmente monoculturale”.
Il nodo oggi è soprattutto pedagogico: la criticità emerge quando si supera la soglia oltre la quale l’italiano smette di essere la lingua spontanea della socializzazione e dell’apprendimento. I docenti, professionisti in prima linea, sono costretti a riorientare le priorità quotidiane: alfabetizzare, includere e al tempo stesso portare avanti i programmi in classi dove molti non padroneggiano l’idioma dello studio né quello della vita di tutti i giorni.
Esiste un tetto ministeriale che fissa al 30% la presenza di alunni stranieri per classe, ma la realtà lo scavalca: il limite non è automatico e può essere derogato in base alla composizione demografica del territorio. Così si produce quello che viene definito il “paradosso dell’inclusione”. Le scuole più accoglienti attraggono un numero crescente di iscrizioni da parte di nuclei di origine straniera, caricandosi un onere enorme quasi in solitudine. Parallelamente, molte famiglie italiane, per timore di rallentamenti didattici, scelgono altri istituti, innescando e accelerando una pericolosa segregazione scolastica.
Se l’inclusione funziona quando mescola e non quando separa, il caso di Mestre dimostra che non bastano progetti extracurricolari o la buona volontà per governare flussi legati a dinamiche abitative e sociali più ampie. Per evitare che l’integrazione ricada unicamente sulle scuole, servono interventi strutturali: finanziamenti stabili per l’insegnamento dell’italiano L2, un deciso potenziamento dei mediatori culturali e una governance coraggiosa che coinvolga l’Ufficio scolastico, i dirigenti e il Comune.