il caso
Non solo Cina e Canada: anche l'Italia può finire nel mirino della nuova guerra commerciale americana
Bruxelles finisce tra i 60 Paesi sotto indagine e le nostre aziende si preparano a subire il contraccolpo sui costi e sugli investimenti
Il conto alla rovescia verso il 24 luglio 2026, scadenza dell’attuale regime globale di tariffe provvisorie, segna l’avvio di una nuova, imponente stretta commerciale da parte dell’amministrazione di Donald Trump. Non è previsto un semplice prolungamento dell’assetto emergenziale: la Casa Bianca ha nel mirino circa 60 Paesi, contro i quali intende introdurre un sistema tariffario strutturale con un’aliquota iniziale del 10%, destinata a crescere in modo selettivo per singoli comparti. La minaccia si è già tradotta in misure concrete contro i vicini.
Il 20 luglio 2026 la presidenza statunitense ha annunciato nuovi prelievi del 50% su merci canadesi per un valore di circa 20 miliardi di dollari l’anno, colpendo prodotti che spaziano dal cemento al vino, fino alle mazze da hockey. Le tariffe, imposte ai sensi della Section 338 del Tariff Act del 1930, entreranno in vigore alle 12:01 del 19 agosto 2026. Immediata la replica del premier canadese Mark Carney, che ha condannato il provvedimento definendolo “un’azione unilaterale in violazione dello spirito di libero scambio nordamericano”. Il pugno duro di Washington si è abbattuto anche sul Brasile.
Nei giorni scorsi l’Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR) ha introdotto dazi definitivi del 25% su alcuni beni brasiliani, al termine di una complessa indagine avviata nel luglio 2025 su questioni che vanno dal commercio digitale alla proprietà intellettuale. Per blindare e rendere permanente questo nuovo impianto globale, la Casa Bianca intende ricorrere alla Section 301 del Trade Act del 1974. Lo strumento richiede un percorso formale di inchieste e audizioni pubbliche, ma offre un vantaggio cruciale: consente di mantenere in vigore le misure per quattro anni, con possibilità di rinnovo. La rete istruttoria è già ampiamente operativa: lo scorso marzo l’USTR ha avviato 60 indagini formali su pratiche commerciali di altrettante nazioni. Tra i Paesi sotto osservazione figura anche l’Unione Europea. La svolta sistemica della politica commerciale americana rappresenta un rischio concreto e imminente per le nostre imprese: l’introduzione di questo quadro, avvertono gli analisti, è destinata a propagarsi lungo l’intera catena del valore, comprimendo i margini e alterando la competitività delle aziende manifatturiere italiane ed europee esportatrici verso gli Stati Uniti.