Aggiungi La Sicilia come fonte preferita English Version Translated by Ai
23 luglio 2026 - Aggiornato alle 11:39
Aggiungi La Sicilia come fonte preferita su Google
×

Presidenza della Repubblica

Sergio Mattarella compie 85 anni: al bivio per il Quirinale e la prova della nuova legge elettorale

Un compleanno fra il calendario delle urne, la riforma elettorale e i dubbi di costituzionalità

23 Luglio 2026, 10:46

10:50

Mattarella a 85 anni, il tempo del garante: tra la quiete di Castelporziano e le decisioni che possono cambiare il calendario della Repubblica

Il compleanno del Presidente non è solo una ricorrenza privata: sul tavolo del Quirinale si incrociano già la fine possibile della legislatura, la nuova legge elettorale e il confine sottile tra convenienza politica e tenuta costituzionale.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella compie oggi 85 anni lontano dal brusio quotidiano della politica, nella Tenuta presidenziale di Castelporziano, una delle tre residenze della Presidenza, a circa 25 chilometri da Roma, immersa in un perimetro di oltre 60 chilometri quadrati che dal 1948 appartiene alla dotazione del capo dello Stato. Poi il ritorno al Quirinale, cioè al centro simbolico e costituzionale del Paese. È un passaggio quasi fisico, ma anche politico: dalla riservatezza della ricorrenza personale alla pressione delle scelte istituzionali che attendono Sergio Mattarella nelle prossime settimane e, soprattutto, nei prossimi mesi.

Sergio Mattarella, nato a Palermo il 23 luglio 1941, entra così nel suo dodicesimo anno al Quirinale, dopo l’elezione del 31 gennaio 2015 e la rielezione del 3 febbraio 2022, una riconferma che la politica gli chiese quando il Parlamento non riuscì a trovare un’alternativa condivisa. Da allora il suo secondo mandato ha assunto ancora di più il profilo del garante: non regista della contesa, ma custode delle regole, della continuità dello Stato e dei limiti entro cui la politica può muoversi senza incrinare l’architettura costituzionale.

Il compleanno del Presidente e il peso di una normalità solo apparente

Attorno alla figura di Mattarella c’è spesso un paradosso: più il clima politico si agita, più il Presidente appare misurato, lineare, quasi sobrio fino all’essenzialità. Ma quella sobrietà non equivale mai a irrilevanza. Anzi. Nella storia repubblicana il ruolo del capo dello Stato si dilata proprio quando la politica accorcia il proprio orizzonte e comincia a ragionare in funzione delle prossime urne. È quello che sta accadendo adesso. Il compleanno del Presidente cade mentre nel sistema politico si accumulano tre dossier destinati a incrociarsi: la data delle prossime elezioni politiche, la sorte della XIX legislatura e la nuova legge elettorale voluta dalla maggioranza.

Il calendario, a prima vista, sembrerebbe semplice. La XIX legislatura è iniziata il 13 ottobre 2022; la Costituzione, all’articolo 60, stabilisce che Camera e Senato sono eletti per cinque anni. Ciò porta la scadenza naturale dell’attuale Parlamento all’autunno del 2027. Ma in Italia il calendario costituzionale e quello politico raramente coincidono in modo meccanico. La stessa Costituzione, all’articolo 88, attribuisce al Presidente della Repubblica il potere di sciogliere le Camere, sentiti i loro Presidenti; l’articolo 61 prevede poi che le nuove elezioni si tengano entro 70 giorni dalla fine delle precedenti. In altre parole: la fine naturale della legislatura esiste, ma non esclude uno scioglimento anticipato.

Quando si voterà davvero: autunno 2027, primavera 2027 o prima ancora?

È qui che la questione smette di essere notarile e diventa eminentemente politica. Dentro la maggioranza, nelle ultime settimane, si sono moltiplicate le riflessioni sui tempi del voto. Esponenti di Fratelli d’Italia hanno evocato il 2027 come orizzonte certo, ma con una finestra ancora aperta tra la tarda primavera e l’autunno. Parallelamente, varie ricostruzioni giornalistiche hanno descritto l’ipotesi di una corsa alle urne in primavera 2027 — con date circolate attorno ad aprile — come soluzione utile a evitare l’ingorgo tra campagna elettorale estiva, legge di bilancio e appuntamenti amministrativi. Sullo sfondo, resta perfino la tentazione teorica di anticipare ulteriormente, ma allo stato non esiste alcuna crisi formale che renda probabile uno scioglimento a breve.

Il punto decisivo, però, è un altro: Mattarella non scioglie le Camere per assecondare una convenienza tattica. Lo mostrò con chiarezza già nel 2022, quando definì lo scioglimento anticipato “l’ultima scelta”, da compiere solo quando non vi siano altre soluzioni praticabili e tenendo conto degli adempimenti che il Paese deve affrontare. Quel precedente pesa ancora oggi, perché ricorda a tutti gli attori politici che il potere di scioglimento non è un automatismo nelle mani della maggioranza, ma una prerogativa costituzionale del capo dello Stato esercitata entro un quadro di necessità istituzionale.

Per questo l’ipotesi di arrivare alla fine fisiologica della legislatura, o comunque molto vicino a essa, rimane del tutto concreta. L’autunno 2027 presenta problemi organizzativi e politici evidenti — dalla campagna elettorale nel pieno dell’estate ai tempi stretti sulla legge di bilancio — ma offre anche un vantaggio: consente al governo di completare il ciclo parlamentare senza aprire una crisi costruita artificialmente. D’altro canto, una finestra in primavera 2027 sarebbe tecnicamente più ordinata e politicamente più leggibile. La scelta, se mai si porrà davvero, non dipenderà solo dai sondaggi o dagli equilibri tra partiti: passerà dal giudizio del Quirinale sulla tenuta del quadro complessivo.

La vera variabile politica: la nuova legge elettorale

E qui si arriva al nodo più delicato. Oggi il sistema elettorale vigente resta il Rosatellum, cioè la legge n. 165 del 3 novembre 2017, un impianto misto con quota maggioritaria nei collegi uninominali e quota proporzionale. Il governo e la maggioranza, però, lavorano da mesi a una riforma che cambierebbe in modo significativo le regole del gioco: superamento dei collegi uninominali, impianto proporzionale, premio di maggioranza fisso e altre modifiche che incidono sulla costruzione delle coalizioni e sulla traduzione dei voti in seggi.

La riforma ha fatto passi avanti concreti. La Commissione Affari costituzionali della Camera ha dato il via libera al testo il 24 giugno 2026 e l’Aula della Camera lo ha approvato il 16 luglio 2026 con 217 voti favorevoli, 152 contrari e 2 astenuti. Il provvedimento, dunque, non è più una semplice bozza da retroscena: è una scelta parlamentare già formalizzata a Montecitorio e destinata ora al passaggio al Senato.

Nel merito, la proposta prevede un sistema proporzionale con premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la coalizione o lista che raggiunga almeno il 42% dei voti, entro un tetto massimo di 220 deputati e 113 senatori. Restano la soglia del 10% per le coalizioni e del 3% per le liste; sono stati inoltre inseriti correttivi sul voto estero e sul coordinamento tra i due rami del Parlamento, proprio per evitare maggioranze difformi. È una costruzione che la maggioranza presenta come risposta all’esigenza di governabilità e stabilità. Le opposizioni, invece, la leggono come una forzatura pensata per blindare il vantaggio competitivo del centrodestra.

I dubbi di costituzionalità: non un dettaglio tecnico, ma il cuore della partita

La questione, tuttavia, non è soltanto politica. È soprattutto costituzionale. Ed è qui che il ruolo del Presidente della Repubblica torna centrale. Attorno alla riforma sono emersi infatti rilievi su più fronti: il meccanismo del premio di maggioranza, la sorte dei voti delle liste sotto soglia collegate a una coalizione, l’indicazione del leader di coalizione o del candidato premier e, più in generale, il rapporto tra semplificazione della governabilità e rispetto della rappresentanza. Diversi resoconti hanno riferito che gli stessi uffici parlamentari avrebbero suggerito correzioni su alcuni punti sensibili, proprio per evitare collisioni con le prerogative del capo dello Stato o con precedenti consolidati della giurisprudenza costituzionale.

Non si tratta di sfumature da addetti ai lavori. In Italia la legge elettorale è il dispositivo che trasforma il consenso in potere istituzionale. Se è squilibrata, tutto il sistema ne risente: rappresentanza, tenuta del Parlamento, formazione del governo, rapporto tra cittadini ed eletti. Per questo ogni modifica ha un peso superiore rispetto a molte altre leggi ordinarie. E per questo il passaggio finale al Quirinale non può essere ridotto a una firma formale.

La Costituzione, all’articolo 73, stabilisce che le leggi sono promulgate dal Presidente della Repubblica entro un mese dall’approvazione. Ma l’articolo 74 aggiunge un punto decisivo: prima di promulgare, il Presidente può rinviare la legge alle Camere con un messaggio motivato, chiedendo una nuova deliberazione. È il cosiddetto rinvio presidenziale, uno strumento che non sostituisce la Corte costituzionale, ma consente al capo dello Stato di segnalare criticità di legittimità o di merito costituzionale. Se poi il Parlamento la riapprova, la legge deve essere promulgata. Questo significa che il Presidente non governa al posto delle Camere, ma ha il dovere di esercitare un controllo serio, soprattutto quando sono in gioco gli equilibri fondamentali della democrazia rappresentativa.

Perché il dossier finirà inevitabilmente sulla scrivania di Mattarella

Qualunque sarà il testo definitivo, il provvedimento finirà dunque sul tavolo di Mattarella in una fase già politicamente sensibile. E non è difficile capire perché il suo scrutinio sarà osservato con tanta attenzione. Da un lato c’è la maggioranza, che considera la riforma uno snodo identitario del proprio progetto istituzionale. Dall’altro ci sono le opposizioni e una parte del mondo costituzionalistico, che intravedono il rischio di una legge costruita più sull’utilità immediata che sulla coerenza sistemica. In mezzo c’è il Quirinale, che per funzione non può schierarsi ma non può nemmeno fingere che tutto si equivalga.

È verosimile che il Presidente valuti soprattutto tre profili. Primo: la ragionevolezza del premio di maggioranza in rapporto alla soglia del 42% e alla distribuzione dei seggi. Secondo: la tutela della rappresentanza, specie laddove alcuni voti rischino di non concorrere pienamente alla formazione della cifra elettorale della coalizione. Terzo: il rispetto delle prerogative costituzionali nella designazione del capo del governo, tema particolarmente delicato perché in Italia il Presidente del Consiglio non è eletto direttamente dai cittadini ma nominato dal Presidente della Repubblica sulla base del quadro parlamentare. È su questo crinale che una formula apparentemente politica può diventare un problema strettamente costituzionale.

L’età del Presidente e la forza della funzione

C’è poi un elemento meno tecnico ma non meno importante. Gli 85 anni di Mattarella non rappresentano solo una cifra anagrafica rilevante; raccontano anche la durata di una presenza pubblica che attraversa ormai intere stagioni della Repubblica: dalla formazione da giurista all’esperienza parlamentare e di governo, fino alla lunga permanenza al Quirinale. In un sistema politico che consuma leader e coalizioni con impressionante rapidità, il Presidente continua a incarnare un’idea di istituzione che resiste al ritmo convulso dell’attualità. È probabilmente questa continuità, più ancora della popolarità personale, ad averne fatto il punto di riferimento obbligato nei momenti di attrito tra politica e regole.

Lo si vede anche nel calendario di queste ore. Il sito della Presidenza della Repubblica segnala per venerdì 24 luglio 2026, al Quirinale, l’incontro con l’Associazione Stampa Parlamentare per la tradizionale consegna del Ventaglio. Un appuntamento simbolico, certo, ma spesso significativo: è una delle occasioni in cui il capo dello Stato, pur senza entrare nella contesa quotidiana, lascia intendere il proprio sguardo sul clima istituzionale, sulla qualità del confronto pubblico e sul rispetto delle regole comuni. Quest’anno, inevitabilmente, ogni parola avrà un peso specifico maggiore.