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lo scenario

Il prezzo dell'atomo: cosa si nasconde dietro l'intesa tra Usa e Arabia Saudita (con l'ombra di Israele)

Mohammed bin Salman punta all'energia per la sua Vision 2030, mentre Trump la usa come merce di scambio per forzare la normalizzazione con Tel Aviv

23 Luglio 2026, 18:12

18:20

 Il prezzo dell'atomo: cosa si nasconde dietro l'intesa tra Usa e Arabia Saudita (con l'ombra di Israele)

L’annuncio del presidente americano Donald Trump su Truth Social ha trasformato un’intesa apparentemente tecnica, il “123 agreement” sul nucleare civile, in un vero e proprio detonatore geopolitico capace di ridisegnare gli equilibri mediorientali.

L’accordo, firmato il 22 luglio 2026 dal segretario all’Energia statunitense Chris Wright e dal ministro saudita Abdulaziz bin Salman, si colloca al crocevia tra le ambizioni energetiche di Riad, l’irrisolta questione palestinese e i crescenti timori legati alla non proliferazione.

La Casa Bianca ha scelto una leva senza precedenti: subordinare integralmente il via libera al programma nucleare saudita all’adesione del Regno agli Accordi di Abramo, di fatto imponendo la normalizzazione con Israele.

Una svolta netta rispetto a maggio 2025, quando indiscrezioni lasciavano intendere che Washington intendesse scindere il dossier energetico dalle richieste sul fronte israelo-palestinese. Il tentativo di Trump di incassare un trofeo diplomatico di tale portata si scontra però con una realtà regionale altamente volatile.

Per l’Arabia Saudita, la condizione posta è oggi “politicamente tossica”. Il Ministero degli Esteri e il principe ereditario Mohammed bin Salman hanno ribadito più volte – da ultimo nel febbraio 2025 – che non vi sarà alcuna normalizzazione senza la nascita di uno Stato palestinese indipendente entro i confini del 1967, con Gerusalemme Est come capitale, e la fine delle ostilità a Gaza.

Di fronte al rifiuto di Israele su una piena sovranità palestinese, l’aut aut di Washington blocca il Regno in un’impasse a cui, per ora, Riad ha risposto con il silenzio.

Dal punto di vista saudita, il nucleare civile è un pilastro della “Vision 2030”: non per sostituire il petrolio, ma per ridurre le emissioni interne e liberare maggiori volumi di greggio destinati a un’export altamente redditizia.

Resta però l’ombra della “latenza strategica”, inevitabile quando si parla d’atomo in Medio Oriente. Le tecnologie di arricchimento dell’uranio sono a duplice uso e Riad non ha mai nascosto di misurarsi con la minaccia iraniana. Mohammed bin Salman in passato ha lasciato chiaramente intendere che, qualora Teheran ottenesse l’arma nucleare, anche il Regno si muoverebbe nella stessa direzione.

A inquietare gli esperti è l’opacità dei testi concordati tra Washington e Riad. Secondo la Arms Control Association, l’intesa sembrerebbe escludere il “Gold Standard” – la rinuncia esplicita all’arricchimento e al riprocessamento dell’uranio, già imposta agli Emirati Arabi Uniti nel 2009 – e persino il Protocollo aggiuntivo dell’AIEA per ispezioni più intrusive.

Finora l’Arabia Saudita ha operato sotto lo Small Quantities Protocol, un regime di controlli minimo che dovrebbe essere superato con l’avvio di un vero programma atomico. Concedere a Riad margini più ampi e vincoli di sicurezza attenuati rischia di innescare un pericoloso effetto domino: altri Paesi della regione potrebbero pretendere condizioni analoghe, erodendo dall’interno l’architettura globale di non proliferazione.

Si profila così un paradosso diplomatico. Legando l’intesa all’esito politico con Israele, Trump ha iperpoliticizzato il negoziato, sacrificando la solidità delle salvaguardie tecniche. La sua diplomazia del do ut des può produrre dividendi nel breve periodo, ma rischia di trasformare gli Stati Uniti da garanti di un ordine basato sulle regole in meri mediatori transazionali.

Per l’Europa e l’Occidente, il conto potrebbe rivelarsi salato: l’ennesimo cortocircuito mediorientale in cui, nel tentativo di una pace immediata, si allarga lo spazio dell’ambiguità e si alimenta una nuova, silenziosa corsa all’atomo.