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Medioriente

Lo stretto di Bab al Mandab diventa una polveriera, e il petrolio schizza alle stelle. Trump: «Gravi punizioni»

Dallo stretto che unisce il Mar Rosso al Golfo di Aden passa una quota decisiva dei commerci globali: gli Houthi all’attacco e Washington alza il livello dello scontro

24 Luglio 2026, 09:45

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A volte la geopolitica cambia su una carta nautica, non in una sala conferenze. Nella notte tra il 23 e il 24 luglio 2026, due petroliere saudite sono finite nel mirino nel tratto di mare che separa lo Yemen dal Corno d’Africa. Non è un dettaglio periferico: è il Bab al Mandab, una delle strozzature marittime più sensibili del pianeta. Nel giro di poche ore, il Brent ha superato quota 100 dollari al barile, le borse hanno virato in rosso e la guerra già accesa attorno allo Stretto di Hormuz ha trovato un secondo varco pericoloso. La novità, questa volta, non è solo militare. È economica, commerciale e politica insieme.

Il punto centrale è che il conflitto non si sta più limitando al Golfo. Gli Houthi, alleati dell’Iran, hanno rivendicato l’attacco a due navi saudite nel Mar Rosso, sostenendo di aver colpito con missili, droni e armamenti navali. Le autorità saudite e fonti di sicurezza marittima internazionali hanno confermato l’incendio su almeno una petroliera, mentre il United Kingdom Maritime Trade Operations ha segnalato l’episodio come parte di una minaccia crescente alla navigazione commerciale nella zona. La scelta dell’obiettivo è tutto fuorché casuale: colpire navi legate a Riad significa insinuarsi nel punto in cui l’Arabia Saudita sta cercando di far defluire una parte del proprio greggio mentre Hormuz resta instabile.

In altre parole, il messaggio degli Houthi è strategico prima ancora che simbolico. Negli ultimi giorni il movimento yemenita aveva già annunciato una sorta di embargo marittimo contro il traffico saudita attraverso il Bab al Mandab, presentandolo come risposta al blocco imposto allo Yemen e a un attacco contro l’aeroporto internazionale di Sanaa attribuito a Riad. Se quella dichiarazione poteva essere letta come propaganda o pressione negoziale, l’attacco alle petroliere l’ha trasformata in una minaccia concreta. E quando una minaccia del genere si materializza su un collo di bottiglia da cui passa una parte rilevante del commercio globale, la reazione dei mercati è quasi automatica.

Perché il Bab al Mandab conta così tanto

Per il lettore europeo, il nome può sembrare remoto; per il sistema energetico mondiale, è invece un nodo vitale. Il Bab al Mandab collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e rappresenta la porta d’accesso meridionale alla rotta che conduce verso il Canale di Suez. Secondo la U.S. Energy Information Administration, attraverso questo passaggio transitano milioni di barili di petrolio al giorno; l’analisi più recente dell’agenzia americana indica flussi che hanno raggiunto circa 9,3 milioni di barili al giorno nel 2023, per poi attestarsi attorno a 4,2 milioni in un contesto di forti deviazioni e disruption recenti. La stessa fonte ricorda che, dopo Hormuz, è uno dei passaggi più delicati per la sicurezza energetica internazionale.

Non si tratta solo di petrolio. Per questa rotta passa in condizioni normali circa il 12% del commercio mondiale, secondo stime richiamate da Associated Press. Significa container, beni industriali, prodotti raffinati, materie prime. Colpire il Bab al Mandab vuol dire agire su un punto di pressione che si riverbera ben oltre il prezzo del carburante: aumenta i costi assicurativi, allunga le rotte, costringe alcune compagnie a circumnavigare l’Africa via Capo di Buona Speranza e altera tempi e costi delle catene di approvvigionamento. È la logica del chokepoint: un tratto di mare stretto, ma con conseguenze larghissime.

Per l’Arabia Saudita, il problema è doppio. Da settimane il regno prova a usare maggiormente gli sbocchi sul Mar Rosso per aggirare i rischi nello Stretto di Hormuz, ma l’attacco alle petroliere dimostra che anche questa alternativa è vulnerabile. AP osserva che Riad può continuare a spostare parte del greggio verso ovest e, in teoria, dirottare fino a 2,5 milioni di barili al giorno attraverso il Mar Rosso verso l’Egitto, utilizzando poi il sistema del SUMED verso il Mediterraneo. Tuttavia, proprio l’episodio di queste ore mostra il limite della strategia: spostare il traffico da un punto di crisi a un altro non elimina il rischio, lo redistribuisce.

L’effetto immediato: greggio in rally, borse in calo

La reazione dei mercati è stata netta. Il Brent, benchmark internazionale del greggio, è salito fino a superare i 100 dollari al barile, chiudendo a 100,69 dollari nella seduta di giovedì 23 luglio, con un balzo di circa il 7%, il primo ritorno sopra quella soglia dalla fine di maggio. Anche il WTI americano ha registrato un forte rialzo. In parallelo, le borse asiatiche e Wall Street hanno mostrato nervosismo, con gli investitori che hanno ricalibrato il rischio legato non soltanto all’offerta di energia, ma alla possibilità che la crisi nel Golfo si trasformi in uno shock prolungato sui trasporti marittimi.

Qui occorre distinguere tra il movimento di prezzo e la sua interpretazione. Il mercato non sta reagendo soltanto ai danni materiali su due petroliere; sta prezzando il rischio che più rotte alternative vengano compromesse contemporaneamente. Dopo settimane di tensioni su Hormuz, l’apertura di un fronte attivo anche su Bab al Mandab suggerisce che l’area di instabilità si sta allargando da est a ovest lungo tutto l’arco marittimo che collega il Golfo Persico al Mediterraneo. È questa possibilità, più ancora del singolo attacco, a giustificare la brusca risalita del greggio.

Il timore, per governi e imprese, è che il costo dell’energia torni a comportarsi come un moltiplicatore di fragilità: inflazione, trasporto merci più caro, margini compressi per l’industria, ulteriore pressione sulle banche centrali. Non è ancora uno scenario pienamente dispiegato, ma il superamento dei 100 dollari ha un valore psicologico e operativo importante: rimette sul tavolo un livello che i mercati considerano compatibile con nuova instabilità globale.

La risposta di Trump: minacce militari e fondi iraniani

Il salto politico della crisi è arrivato da Donald Trump. Il presidente americano ha reagito agli attacchi promettendo “gravi punizioni militari” contro gli Houthi e contro l’Iran, che Washington considera il principale sponsor del gruppo yemenita. In parallelo, ha scritto che da questo momento “qualsiasi danno” arrecato a navi e carichi sarà risarcito con i fondi iraniani detenuti e controllati dagli Stati Uniti. È una formula che ha una forte carica propagandistica, ma anche implicazioni giuridiche e diplomatiche molto controverse.

Il passaggio più delicato, però, è un altro: secondo Axios, Trump si è detto vicino a decidere un attacco “massiccio” contro l’Iran, lasciando intendere che l’opzione militare su vasta scala non è più evocata soltanto come deterrenza verbale. Nelle stesse ore, il Central Command americano ha annunciato l’avvio di un nuovo ciclo di attacchi contro obiettivi militari iraniani, la tredicesima notte consecutiva di raid secondo la cronologia riportata da ANSA e confermata da ricostruzioni internazionali. Si tratta di una continuità operativa che segnala come la Casa Bianca stia già agendo dentro una logica di escalation controllata, o quantomeno sperata come tale.

C’è poi la questione dei beni congelati. Trump non ha spiegato nel dettaglio con quale base legale intenda utilizzare fondi iraniani per coprire futuri danni a navi commerciali. Questo elemento è rilevante: più che una misura esecutiva già definita, la dichiarazione appare per ora come un segnale politico diretto a tre pubblici diversi — l’elettorato americano, gli alleati del Golfo e la leadership iraniana. Ma il fatto stesso che il presidente la brandisca come risposta immediata dimostra che Washington vuole alzare contemporaneamente la pressione militare, economica e simbolica su Teheran.

La replica di Teheran: “precedente esplosivo” e minaccia di ritorsioni

L’Iran ha risposto in due tempi, entrambi significativi. Sul piano giuridico-diplomatico, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha definito l’idea di confiscare fondi iraniani un “precedente esplosivo”, avvertendo che se i governi normalizzano l’uso politico dei beni sovrani, nessun patrimonio statale potrà più considerarsi al sicuro. È una linea che punta a internazionalizzare il dossier, tentando di presentare la mossa americana non come una misura contro l’Iran, ma come un pericoloso precedente per tutto il sistema delle relazioni economiche tra Stati.

Sul piano più strettamente strategico, lo stesso Araghchi ha avvertito che qualsiasi Paese che “partecipi, collabori o assista” gli Stati Uniti in un’aggressione contro l’Iran potrà essere ritenuto responsabile. La dichiarazione è stata pronunciata a una riunione della Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai in Kirghizistan, e ha un valore che va oltre la retorica: allarga il raggio della deterrenza iraniana, mettendo nel mirino non soltanto Washington ma anche gli Stati che offrono basi, supporto logistico o copertura politica alle operazioni americane. In una regione piena di basi statunitensi e infrastrutture energetiche vulnerabili, è una minaccia da prendere sul serio.

Il punto di fondo è che Teheran continua a muoversi in quella zona grigia che le consente di sostenere i propri alleati regionali senza assumersi sempre, in modo lineare, la responsabilità diretta di ogni attacco. Ma più la crisi sulle rotte marittime si aggrava, più questa ambiguità diventa difficile da sostenere sul piano internazionale. Per Washington, il nesso tra Iran e Houthi è sufficiente a giustificare la pressione; per l’Iran, riconoscerlo apertamente significherebbe esporsi a una rappresaglia ancora più ampia. È lo spazio classico delle guerre per procura, ma con margini di errore sempre più stretti.

Dalla guerra per procura al rischio di guerra regionale aperta

È proprio qui che il dossier diventa più pericoloso. Fino a pochi giorni fa, la crisi marittima appariva concentrata soprattutto su Hormuz; ora la sua estensione al Bab al Mandab suggerisce che i fronti possono moltiplicarsi. AP osserva che l’attacco alle petroliere saudite crea una “doppia stretta” sulle forniture energetiche: da un lato il Golfo, dall’altro il passaggio meridionale del Mar Rosso. Se entrambi i corridoi diventano instabili in modo duraturo, il mercato non si troverà di fronte a un incidente temporaneo, ma a un cambiamento di scenario.

In questo contesto, l’ipotesi di un attacco americano “massiccio” contro l’Iran va letta non soltanto come minaccia, ma come elemento che può accelerare il passaggio dalla pressione coercitiva a un conflitto regionale più esteso. ANSA riferisce esplosioni ad Ahvaz e Bandar Abbas, mentre fonti internazionali hanno riportato allarmi e attività militare anche in altri Paesi del Golfo, tra cui il Bahrein. Ogni nuova notte di raid aumenta la probabilità di errore di calcolo: un’infrastruttura colpita in profondità, una base alleata coinvolta, una nave civile danneggiata con vittime, e il margine per contenere l’escalation si riduce drasticamente.

C’è anche un altro livello, meno visibile ma decisivo: quello della credibilità. Se gli Houthi riescono a dimostrare di poter minacciare con continuità il Bab al Mandab, l’Iran rafforza indirettamente la propria capacità di pressione strategica senza chiudere formalmente un solo stretto. Se invece gli Stati Uniti decidessero di colpire duramente per ristabilire la libertà di navigazione, dovrebbero poi garantire che il traffico riprenda davvero in sicurezza. In assenza di questo risultato, l’escalation militare rischierebbe di produrre più insicurezza, non meno. Questa è un’inferenza basata sull’andamento recente degli attacchi e sulle vulnerabilità delle due rotte energetiche principali.

Cosa significa per l’Europa e per l’Italia

Per l’Europa, il deterioramento della sicurezza nel Mar Rosso non è una crisi lontana. Le catene logistiche europee dipendono dal collegamento tra Suez e il Mediterraneo; ogni deviazione attorno all’Africa significa più giorni di navigazione, più carburante, più costi assicurativi e, spesso, più incertezza per imprese e consumatori. Se alla tensione sul trasporto merci si somma un petrolio stabilmente sopra i 100 dollari, il contraccolpo può arrivare rapidamente anche su inflazione, prezzi industriali e bilance commerciali.

Per l’Italia, che importa energia e vive di export manifatturiero e logistica mediterranea, il combinato disposto di rincaro energetico e fragilità dei traffici marittimi è particolarmente sensibile. Non è un caso che il ministro della Difesa Guido Crosetto, citato da ANSA, abbia auspicato che i nuovi attacchi americani non inducano Teheran ad ampliare ulteriormente il perimetro del conflitto. È una formula prudente, ma fotografa bene il problema europeo: sostenere la libertà di navigazione evitando al tempo stesso che la risposta militare allarghi ancora il teatro di guerra.

Il vero nodo: non due petroliere, ma la governabilità delle rotte

Ridurre tutto a due navi colpite sarebbe un errore. L’episodio è importante proprio perché parla di sistema. Dice che la guerra tra Stati Uniti e Iran, già riaccesa sul terreno dei raid e delle rappresaglie, può contaminare rapidamente l’architettura dei commerci globali. Dice che gli alleati regionali di Teheran restano in grado di scegliere dove e quando aumentare la pressione. E dice, soprattutto, che l’energia mondiale si trova davanti a una vulnerabilità simultanea su più varchi marittimi.

Per ora i mercati stanno lanciando un avvertimento, non certificando ancora un collasso. Ma il superamento dei 100 dollari, le minacce di Trump, la risposta di Araghchi e la moltiplicazione dei raid indicano che il problema non è più la possibilità astratta di un’escalation: il problema è che l’escalation è già in corso, a piccoli strappi successivi. E quando due chokepoint come Hormuz e Bab al Mandab entrano nello stesso campo di tensione, la domanda non è soltanto chi colpirà per primo. È quanto costerà al mondo intero anche il solo continuare a navigarci accanto.