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Il giorno dopo

L'assalto dei No Tav ai cantieri della Torino-Lione: oltre 100 feriti, la valle bloccata e la condanna di Meloni

La premier parla di "attacco allo Stato". Tra i 20mila partecipanti segnalati segmenti radicali, descritti dalle cronache come appartenenti all’area antagonista e al cosiddetto Blocco Nero, con presenze italiane e straniere

26 Luglio 2026, 12:12

12:20

Val di Susa, la notte in cui la protesta ha cambiato volto: oltre cento agenti feriti negli assalti ai cantieri della Torino-Lione

Dai sentieri ai lacrimogeni, dai mezzi incendiati alla conta dei feriti: che cosa è accaduto davvero tra San Didero e Chiomonte, e perché questi scontri pesano ben oltre la cronaca di un giorno

Quella di ieri è stata una giornata che si è chiusa con oltre 100 feriti tra le forze dell’ordine, mezzi dati alle fiamme, traffico interrotto e un cantiere violato. È in questo scarto — fra dissenso dichiarato e livello reale dello scontro — che si misura la gravità di quanto avvenuto attorno ai siti della nuova linea Torino-Lione.

Secondo l’aggiornamento diffuso dall'ANSA, il totale dei feriti tra gli operatori impegnati nell’ordine pubblico ha superato il centinaio: 48 i feriti tra i Carabinieri, 18 nella Guardia di Finanza e 58 nella Polizia di Stato, mentre 450 al momento sono gli identificati per gli scontri.  Sono numeri che, da soli, spostano il fatto dal terreno della tensione periodica a quello di un episodio di violenza di massa contro apparati dello Stato. Ed è un dato ancora più rilevante se confrontato con il primo bilancio della sera precedente, quando si parlava di circa 50-60 feriti: il conto, nelle ore successive, è cresciuto in modo netto, a conferma della durezza degli scontri.

Dove e come è esplosa la violenza

La dinamica ricostruita dalle fonti disponibili converge su due punti principali: San Didero e soprattutto Chiomonte. A San Didero le prime tensioni sono esplose con il lancio di oggetti e ordigni rudimentali verso gli schieramenti di sicurezza. A Chiomonte, invece, la situazione ha assunto i tratti di un attacco coordinato: gruppi di manifestanti incappucciati hanno raggiunto il cantiere anche attraverso i sentieri, hanno colpito da più lati e sono riusciti a penetrare nell’area, incendiando almeno alcuni mezzi di servizio. RaiNews riferisce di quattro camionette bruciate, due dei Carabinieri e due della Guardia di Finanza.

Le modalità dell’assalto sono un elemento centrale per capire la portata dell’episodio. Le cronache parlano di lanci di pietre, bottiglie, bombe carta, razzi e persino di ordigni sparati con mortai artigianali, mentre le forze dell’ordine hanno risposto con lacrimogeni e idranti per impedire l’accesso ai cantieri e contenere i gruppi più violenti. Non si tratta, dunque, di una semplice degenerazione improvvisa del corteo, ma — almeno secondo la lettura fornita da più fonti — di una fase offensiva organizzata, resa possibile dalla presenza di nuclei pronti allo scontro.

In mezzo c’era la manifestazione promossa dal movimento No Tav, definita dagli organizzatori una marcia verso i “cantieri della devastazione”. Secondo quanto riportato da ANSA, il movimento ha parlato di 20mila partecipanti. Ma dentro quel perimetro ampio e politico si sarebbero mossi anche segmenti radicali, descritti dalle cronache come appartenenti all’area antagonista e al cosiddetto Blocco Nero, con presenze italiane e straniere, fra cui francesi, spagnole e tedesche. È uno snodo delicato: distinguere il dissenso politico dal dispositivo di violenza è oggi essenziale, perché la tenuta del dibattito pubblico passa anche dalla capacità di non confondere una protesta con chi la usa come copertura per lo scontro fisico.

La valle bloccata: autostrada, statale, ferrovia

Gli effetti della giornata non si sono limitati al perimetro dei cantieri. I disordini hanno avuto ricadute immediate sulla mobilità dell’intera area. RaiNews segnala l’interruzione dell’autostrada A32, rallentamenti sulla Statale 25 e la sospensione precauzionale della linea ferroviaria Torino-Modane nel tratto tra Bussoleno e Borgone Susa. In altre parole, il conflitto attorno all’opera ha investito direttamente la circolazione di persone e merci in un corridoio già di per sé strategico.

Questo punto merita attenzione perché aiuta a comprendere perché la Torino-Lione resti una questione nazionale ed europea, e non solo locale. La sezione transfrontaliera dell’opera è il cuore di un collegamento inserito nel sistema dei corridoi europei di trasporto, e il suo tratto principale è il tunnel di base del Moncenisio, lungo 57,5 chilometri. TELT, la società binazionale incaricata della realizzazione, descrive un sistema di cantieri distribuiti fra Italia e Francia e, nel suo aggiornamento di maggio 2026, indica 48,5 chilometri di gallerie realizzate e uno stato di avanzamento di scavi e costruzioni pari al 29,6%.

Perché quei cantieri sono così sensibili

I siti colpiti non sono marginali. Nella mappa del “cantiere unico” pubblicata da TELT, San Didero/Bruzolo, Chiomonte/Giaglione e Salbertrand/Caprie/Torrazza Piemonte sono parte dell’insieme di nodi operativi che sostengono la costruzione della sezione transfrontaliera. A Chiomonte, in particolare, si trova l’unica discenderia italiana già scavata, uno degli accessi cruciali ai lavori sotterranei del tunnel di base. Sempre secondo TELT, le discenderie complessive sono quattro — una sul lato italiano e tre su quello francese — e rappresentano circa 18 chilometri di gallerie funzionali alla costruzione, alla manutenzione e alla sicurezza dell’infrastruttura.

La società italo-francese, intervenuta dopo gli attacchi, ha espresso solidarietà a operai e forze dell’ordine e ha affermato che i cantieri riprenderanno l’attività non appena conclusi gli interventi di ripristino. Il messaggio è politicamente limpido: la violenza, nella lettura di TELT, danneggia territorio e persone ma non fermerà la realizzazione dell’opera.

Un conflitto che arriva da lontano, ma con coordinate nuove

La battaglia sulla Torino-Lione non nasce oggi. Tuttavia, il quadro attuale è diverso da quello di alcuni anni fa sotto almeno tre profili: avanzamento materiale dei lavori, consolidamento finanziario del progetto e irrigidimento del contesto securitario. Sul primo punto, TELT ha spiegato a gennaio 2026 che il progetto definitivo del 2015 stimava un costo di 8,6 miliardi di euro in valuta 2012, mentre nel 2024 il costo “a vita intera” è stato aggiornato a 11,1 miliardi di euro, sempre in valuta 2012, con messa in esercizio indicata nel 2033. Nello stesso documento, la società ricorda che nel 2025 Italia, Francia e Commissione europea hanno firmato la decisione di esecuzione per l’intero collegamento ferroviario, comprendendo anche le tratte nazionali.

Sempre TELT sottolinea che il 40% del costo della sezione transfrontaliera è cofinanziato dall’Unione europea, mentre la quota restante è ripartita fra Italia (35%) e Francia (25%). Sul piano strettamente territoriale, inoltre, la Regione Piemonte ha comunicato a luglio 2026 la disponibilità di 50,2 milioni di euro per opere compensative relative alla cosiddetta Priorità III, finanziate per il periodo 2026-2030. È un tassello spesso trascurato: mentre in valle si combatte simbolicamente attorno ai cantieri, sul piano istituzionale il dossier va avanti, si finanzia e si struttura.

C’è poi un elemento meno visibile ma decisivo: la prevenzione. Già il 24 luglio, alla vigilia del festival e della marcia, il questore di Torino Massimo Gambino aveva emesso 14 misure di prevenzione rivolte a soggetti ricondotti all’area antagonista: 9 Daspo urbani di sei mesi e 5 fogli di via con durata fra sei mesi e un anno. Alcuni provvedimenti erano legati anche alla violazione dell’ordinanza prefettizia che vietava lo spostamento di manifestanti in gruppo nell’area del cantiere di San Didero. Il fatto che queste misure fossero state predisposte in anticipo segnala che le autorità temevano seriamente un’escalation.

La risposta delle istituzioni: solidarietà, condanna, linea dura

La reazione politica è stata immediata e trasversale ai vertici dello Stato. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di un attacco allo Stato, ribadendo che la violenza non piegherà le istituzioni. Dal Quirinale è arrivato un segnale altrettanto forte: il presidente Sergio Mattarella ha contattato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi per esprimere vicinanza e solidarietà agli agenti feriti. Anche esponenti della maggioranza come Matteo Salvini e Antonio Tajani hanno condannato duramente gli assalti.

Qui, però, il punto giornalisticamente più interessante non è la prevedibile condanna politica, ma la trasformazione del caso No Tav in una questione di ordine pubblico ad alta densità simbolica. Quando un’infrastruttura viene presentata dalle istituzioni come strategica per il Paese e per l’Europa, ogni attacco ai cantieri finisce automaticamente per essere letto come sfida diretta all’autorità statale. È in questa cornice che le parole di Piantedosi sull’esistenza di chi “vuole un’escalation” acquistano peso: non sono solo un giudizio politico, ma il tentativo di definire la matrice dell’evento come offensiva e non episodica.

Oltre la conta: che cosa raccontano davvero i numeri

Il numero dei feriti è il dato che ha dominato la notizia, ma va interpretato con attenzione. Da un lato mostra la straordinaria intensità dello scontro; dall’altro rivela quanto il confronto attorno alla Torino-Lione si sia spostato su una soglia incompatibile con qualsiasi idea di dissenso civile. 48 feriti tra i Carabinieri, 18 nella Guardia di Finanza, 58 nella Polizia di Stato non sono una somma casuale: raccontano un impiego massiccio di uomini e mezzi e una pressione distribuita su più corpi impegnati contemporaneamente nella difesa dei siti.

C’è poi la geografia dei bersagli. Gli attacchi non hanno colpito un solo punto, ma più cantieri: Chiomonte, Susa, Salbertrand, oltre a San Didero nelle fasi iniziali. Anche questo dettaglio suggerisce una capacità di movimento e di coordinamento superiore a quella di una semplice coda di corteo. È significativo che TELT abbia menzionato esplicitamente questi siti nel suo messaggio di solidarietà, perché indica una vulnerabilità diffusa del sistema-cantiere, non un incidente isolato.

Il nodo politico vero: protesta o delegittimazione della democrazia?

La Val di Susa resta uno dei pochi luoghi in Italia in cui una grande opera continua a produrre un conflitto identitario di lunga durata. Sarebbe sbagliato ridurlo soltanto a criminalità di piazza, così come sarebbe miope ignorare che una parte della protesta ha mantenuto nel tempo forme di partecipazione civile, assembleare e territoriale. Ma sarebbe altrettanto sbagliato non vedere che, in giornate come quella del 25 luglio 2026, il baricentro si sposta altrove: verso la pratica dell’assalto, dell’incendio, del sabotaggio simbolico e materiale.

È proprio questo slittamento a rendere la vicenda così delicata per l’opinione pubblica. Perché quando la scena è dominata da mezzi in fiamme, feriti, linee ferroviarie sospese e autostrade bloccate, il conflitto perde profondità politica e acquista un codice quasi militaresco. E in quel codice, il rischio è duplice: da un lato si irrigidisce ulteriormente la risposta dello Stato; dall’altro si comprime lo spazio per una critica pubblica all’opera che non voglia essere confusa con la violenza.