l'inchiesta
Il massacro annunciato del Tiergarten: il killer del Pride era a un passo dal carcere
Dalla prigionia in Libano fino al rientro in Germania, tutte le tappe di un radicalizzato che lo Stato ha tentato invano di rieducare
Berlino si è risvegliata nell’incubo di un terrore che, forse, si sarebbe potuto evitare. Sabato sera, alle 22, l’atmosfera festosa del Christopher Street Day (CSD) nel parco del Tiergarten è stata spezzata da un attacco di matrice islamista che ha provocato la morte di una donna e il ferimento di altre 29 persone, alcune in condizioni gravissime.
Un furgone si è lanciato a tutta velocità contro la folla in uscita dalle celebrazioni, terminando la corsa contro un albero; l’aggressore è quindi sceso dal veicolo e ha colpito i presenti con un machete o un’arma da taglio analoga.
A scuotere il Paese e a innescare una bufera politica e istituzionale non è solo la brutale dinamica dell’assalto. A pesare, oggi, è soprattutto l’identità del principale ricercato: la caccia all’uomo scattata domenica mattina si concentra su Abdul Rahman Toufic Ballout, 21 anni, cittadino tedesco di origine libanese, in fuga e ritenuto dalle autorità potenzialmente armato e pericoloso.
Il giovane non era affatto sconosciuto alle forze dell’ordine. Da anni il suo nome figurava nei radar dell’intelligence tedesca come frequentatore degli ambienti islamisti della capitale; noto ai servizi di sicurezza fin dall’età di 16 anni, era già sottoposto a misure di sorveglianza. La sua traiettoria criminale appare netta: aveva tentato di unirsi allo Stato islamico ed era stato arrestato in Libano, dove è rimasto detenuto fino all’ottobre 2025. Rientrato in Germania, era stato fermato all’aeroporto di Berlino nel novembre dello stesso anno.
Il nodo politico e giudiziario che oggi incendia il dibattito pubblico riguarda però l’esito indulgente del suo percorso processuale. Nel maggio 2026, Ballout era stato condannato per preparazione di un reato terroristico a un anno e dieci mesi di pena minorile, sospesa con la condizionale, che gli ha consentito di restare in libertà. In sostituzione della detenzione, il giudice gli aveva imposto un programma di deradicalizzazione per islamisti curato dal Violence Prevention Network. Il responsabile dell’organizzazione ha rivelato un dettaglio agghiacciante: il ventunenne aveva già sostenuto due colloqui preliminari a giugno e luglio, e un terzo appuntamento era stato fissato proprio per la settimana successiva all’attentato.
Mentre le indagini proseguono per accertare se Ballout fosse effettivamente alla guida del furgone da lui noleggiato e per chiarire il ruolo di un cittadino iraniano fermato nella notte — inizialmente indicato come possibile passeggero, circostanza poi non confermata — la Germania si interroga su una falla di sistema evidente. Le istituzioni lo conoscevano, lo avevano classificato come pericoloso, lo avevano processato per aver pianificato un attentato e inserito in un percorso di recupero. Eppure tutto ciò non ha impedito all’estremista di colpire nel momento di massima vulnerabilità della città, prendendo di mira la comunità LGBTQ+.
