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El Niño corre verso un primato inquietante: perché il Pacifico può riscrivere il clima del 2026-2027
Non è soltanto un’anomalia oceanica: è un acceleratore che si innesta su un pianeta già surriscaldato, e i suoi effetti potrebbero arrivare molto oltre il Pacifico
A metà luglio, nel cuore del Pacifico tropicale, il termometro del mare ha iniziato a raccontare una storia che fino a pochi mesi fa sembrava eccessiva persino per molti climatologi: El Niño non solo è arrivato, ma sta crescendo con una velocità e un’intensità che potrebbero portarlo oltre ogni confronto recente. In un mondo che ha già archiviato il 2024 come l’anno più caldo mai registrato a livello globale, l’eventuale salto di scala di questo episodio non sarebbe un dettaglio tecnico: sarebbe un moltiplicatore di calore, umidità e instabilità.
Secondo il più recente aggiornamento del Climate Prediction Center della NOAA, pubblicato il 9 luglio 2026, El Niño continuerà a rafforzarsi per tutto l’anno, con una probabilità del 97% che persista fino all’inizio della primavera 2027. Ancora più significativo il dato sulla forza: la stessa agenzia stima una probabilità dell’81% che l’evento raggiunga la categoria di “very strong” tra ottobre e dicembre 2026, collocandosi tra i più intensi dell’archivio storico moderno, che per la NOAA parte dal 1950.
La soglia simbolica, però, è un’altra. Un’analisi discussa da Nature riferisce che l’episodio in formazione potrebbe diventare il più forte osservato in almeno 150 anni, dunque ben oltre il perimetro dei soli dati satellitari o della climatologia recente. Alcune elaborazioni multi-modello, sintetizzate dal climatologo Zeke Hausfather, collocano il picco delle anomalie nella regione Niño 3.4 attorno a 3,6 °C sopra la media di riferimento: circa 0,8 °C oltre il massimo del 2015-2016, finora considerato uno dei grandi benchmark dell’epoca moderna. È una stima da maneggiare con prudenza, perché deriva da proiezioni e non da osservazioni consolidate; ma proprio per questo merita attenzione.
Che cosa significa davvero “super El Niño”
Nel linguaggio mediatico l’etichetta “super El Niño” torna ciclicamente, ma sul piano operativo le istituzioni scientifiche preferiscono un lessico più sorvegliato. La World Meteorological Organization ricorda che il termine non appartiene alle classificazioni standardizzate: si parla piuttosto di eventi deboli, moderati, forti o molto forti. La cautela lessicale non è pignoleria. Serve a ricordare che la forza dell’anomalia oceanica non coincide automaticamente con la stessa intensità degli impatti a terra, che dipendono anche dalla stagione, dalla durata dell’evento e dalla sua interazione con altri fattori climatici, come il Dipolo dell’Oceano Indiano o la circolazione atmosferica extratropicale.
In sostanza, El Niño è la fase calda dell’oscillazione ENSO (El Niño-Southern Oscillation): si manifesta quando la superficie del Pacifico equatoriale centrale e orientale si riscalda in modo anomalo e questo riscaldamento riesce ad accoppiarsi con l’atmosfera, indebolendo gli alisei e spostando la convezione tropicale. È questa saldatura tra oceano e atmosfera a trasformare una macchia calda in mare in una leva capace di modificare piogge, ondate di calore, cicloni e siccità su vaste aree del pianeta.
Perché questa volta l’allarme è più serio
La differenza rispetto a molti episodi del passato sta nel contesto di fondo. Oggi El Niño non si sviluppa su un pianeta “normale”, ma su un sistema climatico che parte già da una base termica più alta. La stessa WMO sottolinea che non ci sono prove conclusive del fatto che il cambiamento climatico aumenti di per sé la frequenza o l’intensità degli eventi El Niño; esistono però solide ragioni per ritenere che un oceano e un’atmosfera più caldi amplifichino i loro effetti, perché mettono in circolo più energia e più vapore acqueo. È la differenza fra una scintilla in un campo umido e una scintilla in una distesa già secca e infiammabile.
Il precedente più istruttivo resta il biennio 2015-2016, uno dei più forti in archivio insieme al 1997-1998 e al 1982-1983. Quell’episodio contribuì in modo decisivo a spingere verso l’alto la temperatura globale. Ma oggi la linea di base è ancora più elevata: NOAA certifica che il 2024 è stato l’anno più caldo dal 1850, con un contenuto di calore nell’oceano superiore record. In altre parole, il “gradino” da cui parte il sistema è già eccezionalmente alto; per questo un El Niño molto forte nel 2026-2027 potrebbe tradursi in un nuovo salto termico globale.
Non a caso Nature osserva che la combinazione fra questo episodio e il riscaldamento di origine antropica potrebbe rendere il 2027 l’anno più caldo mai misurato, con una concreta possibilità che già il 2026 entri nella competizione per il primato. La finestra temporale è coerente con ciò che gli studiosi sanno da tempo: gli effetti di El Niño sulla temperatura media globale tendono a manifestarsi con maggiore evidenza nel secondo anno dell’evento, quando il calore oceanico accumulato viene rilasciato più pienamente nel sistema atmosferico.
Dall’oceano profondo alla superficie: i segnali che preoccupano i previsori
A rendere particolarmente robusta la previsione non è un solo indicatore, ma la convergenza di diversi segnali. La NOAA segnala vaste aree del Pacifico equatoriale centrale e orientale con anomalie superficiali superiori a +1,0 °C, un indice Niño 3.4 settimanale già a +1,2 °C al 9 luglio 2026 e, soprattutto, un forte serbatoio di calore sotto la superficie, alimentato da una recente onda di Kelvin discendente. Quando il calore non resta confinato in uno strato sottile ma si accumula in profondità, le probabilità che l’episodio si consolidi aumentano sensibilmente.
Anche la WMO, nel bollettino del 2 giugno 2026, aveva già richiamato l’attenzione su temperature sottomarine superiori di oltre 6 °C alla media in alcune porzioni del Pacifico tropicale, definite un “serbatoio sostanziale” capace di sostenere l’emersione del segnale in superficie. In quel momento la probabilità di sviluppo di El Niño tra giugno e agosto 2026 era stimata all’80%, con probabilità vicine o superiori al 90% di prosecuzione almeno fino a novembre. L’aggiornamento di luglio della NOAA ha poi ulteriormente irrigidito lo scenario.
Gli impatti possibili: non ovunque uguali, ma quasi ovunque rilevanti
Il primo effetto atteso è il più intuitivo: più caldo. La WMO prevede per la stagione giugno-luglio-agosto 2026 temperature superiori alla media quasi ovunque sul globo. Ma la temperatura è solo il titolo più vistoso. El Niño ridisegna anche la geografia delle piogge: tipicamente aumenta la probabilità di precipitazioni sopra media in parti del sud degli Stati Uniti, del Corno d’Africa, dell’Asia centrale e del Sud America meridionale, mentre tende a favorire condizioni più secche in Australia, Indonesia, porzioni dell’Asia meridionale, dell’America centrale, dei Caraibi e del Nord del Sud America. “Tipicamente”, appunto: una parola chiave, perché le teleconnessioni descrivono un aumento di probabilità, non un copione obbligatorio.
Un altro settore sensibile è quello dei cicloni tropicali. In generale, El Niño tende a frenare l’attività degli uragani nell’Atlantico aumentando il wind shear verticale, cioè il cambiamento di direzione e intensità del vento con la quota, che ostacola l’organizzazione delle tempeste. Al contrario, può favorire una maggiore attività ciclonica nel Pacifico centrale e orientale. Per il 2026, la stessa NOAA ha collegato le attese di una stagione atlantica sotto la norma proprio all’influenza del riscaldamento nel Pacifico. Anche qui vale la regola della prudenza: meno uragani in media non significa assenza di eventi estremi o di impatti severi su singole aree costiere.
Per l’Europa e il Mediterraneo il quadro è meno lineare. Le analisi ECMWF/Copernicus mostrano che le teleconnessioni di ENSO sul settore euro-atlantico esistono, ma sono più deboli e molto più esposte all’interferenza di altri fattori, dalle dinamiche polari alla stratosfera. In inverno qualche segnale statistico emerge, soprattutto sulla circolazione atmosferica, ma la stessa documentazione europea insiste su un punto cruciale: la varietà degli esiti è ampia e il “comportamento medio” non garantisce ciò che accadrà in un singolo anno. Per l’Italia, dunque, sarebbe fuorviante promettere già oggi un inverno più secco o più piovoso solo in nome di El Niño.
Il nodo cruciale: la previsione è forte, ma non è una sentenza
La scienza del clima stagionale oggi è molto più solida di qualche decennio fa, ma non è onnipotente. La stessa NOAA ricorda che anche gli eventi più forti non producono impatti “tipici” ovunque. E la WMO ribadisce che ogni episodio è unico per distribuzione spaziale, intensità, durata e interazioni con altri modi di variabilità climatica. È una distinzione essenziale soprattutto nel dibattito pubblico, dove un numero molto alto — 81%, 90%, 97% — rischia di essere letto come certezza assoluta. Non lo è. Indica invece un forte sbilanciamento delle probabilità.
C’è poi un aspetto metodologico meno noto ma importante. Nel 2026 la NOAA ha adottato il Relative Oceanic Niño Index, o RONI, un indicatore pensato per rappresentare meglio ENSO in un oceano che si sta già riscaldando nel lungo periodo. In pratica, questo strumento corregge in parte il rischio di sopravvalutare la forza degli episodi caldi semplicemente perché il mare di fondo è oggi più caldo di ieri. È un passaggio tecnico, ma rilevante: significa che la comunità scientifica sta affinando gli strumenti proprio per non confondere il segnale naturale di El Niño con il rumore di fondo del riscaldamento globale.
Cosa dovrebbe interessare davvero ai lettori
La domanda giusta non è soltanto se il prossimo El Niño batterà un record. La domanda giusta è che cosa cambia per società già esposte a caldo estremo, raccolti più vulnerabili, risorse idriche sotto pressione e infrastrutture non sempre preparate. La WMO insiste molto su questo punto: i bollettini non servono a nutrire la fascinazione per il primato, ma a orientare decisioni in agricoltura, sanità pubblica, energia, gestione dell’acqua e protezione civile. Se il sistema climatico invia un segnale precoce, il valore dell’informazione sta nella capacità di tradurlo in prevenzione.
In questo senso, il possibile “super” El Niño del 2026-2027 racconta due storie insieme. La prima è quella di una grande oscillazione naturale del clima, capace da sola di spostare l’equilibrio delle piogge e del calore su scala planetaria. La seconda è quella di un pianeta già trasformato dalle emissioni di gas serra, in cui ogni anomalia importante cade su un terreno più caldo, più saturo di energia, spesso più fragile. La loro combinazione non è una curiosità da addetti ai lavori: è il punto in cui l’oceano remoto del Pacifico entra, indirettamente ma con forza, nella vita concreta di città, campagne, reti elettriche, mercati agricoli e sistemi sanitari di mezzo mondo.
Se le proiezioni saranno confermate, i prossimi mesi non andranno letti come un semplice episodio stagionale, ma come un test di maturità per la capacità globale di anticipare gli shock climatici. E forse è proprio questo il dato più politico, oltre che meteorologico: non abbiamo ancora il controllo su El Niño, ma abbiamo già abbastanza conoscenza per non farci cogliere di sorpresa.