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politica

Val di Susa, il giorno dopo la guerriglia: Meloni e Piantedosi nei cantieri TAV tra feriti, fermi e una valle di nuovo sotto tensione

Dall’elicottero ai reticolati di Chiomonte, la visita del governo arriva nel punto più sensibile della frattura italiana: ordine pubblico, protesta e futuro della Torino-Lione

27 Luglio 2026, 12:56

13:00

Giorgia Meloni

L’elicottero scende sopra una valle che da oltre vent’anni conosce bene il rumore delle pale, dei blindati e degli slogan. Ma questa volta, sotto, non c’è solo un cantiere da sorvegliare: c’è il segno ancora fresco di un sabato di scontri, mezzi danneggiati, uomini in divisa feriti, reti abbattute e un conflitto che, in Val di Susa, continua a consumarsi sempre sullo stesso crinale sottile tra dissenso e violenza. È da qui che stamattina la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi hanno scelto di ripartire, raggiungendo i cantieri della futura linea ad alta velocità Torino-Lione dopo gli assalti di sabato.

La visita istituzionale ha avuto un percorso simbolico e operativo insieme. Meloni e Piantedosi sono arrivati all’aeroporto di Torino Caselle e da lì si sono spostati in elicottero verso la valle, sorvolando l’area dei cantieri più esposti agli attacchi. Ad attenderli, a Chiomonte, c’erano il capo della Polizia di Stato, Vittorio Pisani, il prefetto di Torino Donato Cafagna e il questore Massimo Gambino, oltre al personale impegnato nei servizi di vigilanza e sicurezza. Non un sopralluogo di routine, dunque, ma una presenza politica e istituzionale voluta per dare un messaggio preciso: lo Stato non intende arretrare proprio nel punto in cui è stato sfidato con più durezza.

Il contesto è quello degli scontri avvenuti sabato, al termine della marcia legata al festival Alta Felicità di Venaus, storico appuntamento dell’area No Tav. Secondo le ricostruzioni concordanti delle cronache nazionali e locali, gruppi di manifestanti travisati hanno preso di mira in particolare i cantieri di Chiomonte e San Didero, con azioni coordinate su più fronti. Sono stati lanciati pietre, petardi, bombe carta, razzi e bottiglie incendiarie; alcuni mezzi sono stati dati alle fiamme; la circolazione ha subìto pesanti ripercussioni, tra treni bloccati e disagi sulla rete stradale e autostradale. Il bilancio, ancora al centro del lavoro investigativo, parla di oltre 120 agenti feriti e di centinaia di persone identificate.

Nelle ore successive agli scontri, l’attenzione degli investigatori si è concentrata anche sulla componente più organizzata e radicale presente in valle. Diverse fonti riferiscono che la Questura di Torino ha fermato quattro antagonisti stranieri, ritenuti dagli inquirenti vicini all’area del cosiddetto Blocco Nero. Parallelamente, il numero delle persone identificate durante o dopo gli assalti sarebbe intorno a 450, con presenze segnalate anche dalla Francia, dalla Spagna e dalla Germania. È un elemento che pesa nell’analisi dell’ordine pubblico: non più soltanto la protesta territoriale storica della valle, ma un punto di attrazione per frange antagoniste internazionali capaci di innestarsi nelle manifestazioni e alzarne il livello di scontro.

La visita del governo: un messaggio politico e operativo

La scelta di portare in valle, a meno di 48 ore dagli assalti, la presidente del Consiglio e il titolare del Viminale ha un doppio significato. Da una parte c’è la solidarietà agli operatori delle forze dell’ordine rimasti feriti. Dall’altra c’è l’affermazione pubblica della centralità strategica dell’opera e dell’impegno dello Stato a difenderne l’avanzamento. Meloni, già sabato, aveva condannato duramente le violenze parlando di un attacco allo Stato più che di una semplice protesta degenerata. La visita a Chiomonte trasforma quella linea politica in immagine concreta: la presenza fisica del vertice dell’esecutivo nel luogo degli scontri.

Accanto alla dimensione simbolica, c’è anche quella istituzionale. Il capo dello Stato Sergio Mattarella aveva telefonato a Piantedosi già il 25 luglio 2026 per esprimere solidarietà agli agenti feriti e ringraziamento per l’azione delle forze dell’ordine “al servizio della comunità nazionale”, come riferito dal Quirinale. È un passaggio tutt’altro che secondario: nelle ore più tese, la vicenda della Val di Susa è uscita dalla sola cronaca locale per diventare, ancora una volta, un tema nazionale di sicurezza pubblica e di tenuta delle istituzioni.

Che cosa è successo sabato: la marcia, l’assalto, la risposta delle forze dell’ordine

Le immagini e le testimonianze raccolte raccontano una progressione precisa. La giornata era cominciata con il corteo legato al festival Alta Felicità, manifestazione che da anni richiama in valle attivisti, simpatizzanti e militanti No Tav. Già alla vigilia, tuttavia, il livello di allerta era salito: il prefetto Donato Cafagna aveva disposto limitazioni e divieti nell’area, mentre il questore Massimo Gambino aveva già firmato 14 provvedimenti preventivi tra Daspo urbani e fogli di via nei confronti di soggetti gravitanti nell’area antagonista. Un segnale che l’apparato di sicurezza temeva concretamente tentativi di sfondamento e azioni mirate contro i cantieri.

I timori si sono tradotti nei fatti nel pomeriggio di sabato. Secondo Rai Tgr Piemonte, l’attacco è stato portato avanti su quattro fronti, con gruppi organizzati che hanno puntato ai siti e alle barriere di contenimento usando materiale offensivo di varia natura. La pressione si è concentrata soprattutto sul cantiere di Chiomonte, ma anche l’area di San Didero è stata coinvolta. Le forze dell’ordine hanno risposto con lacrimogeni e con un dispositivo pensato per contenere l’avanzata verso le aree considerate sensibili. La dinamica conferma un dato ormai ricorrente nella storia del conflitto valsusino: la parte più radicale della protesta cerca visibilità colpendo il cantiere come simbolo materiale dell’opera.

Il bilancio dei feriti è uno dei punti più pesanti della giornata. Le cifre diffuse dalle diverse fonti oscillano lievemente, ma convergono su un dato: sono stati colpiti in modo significativo gli operatori impiegati nel servizio di ordine pubblico. Quotidiano Nazionale e TgLa7 parlano di 126 appartenenti alle forze dell’ordine feriti; il Corriere della Sera indica 124; altre agenzie si attestano comunque su “oltre un centinaio”. In questi casi, la prudenza è d’obbligo: il numero definitivo può risentire degli aggiornamenti sanitari e della contabilizzazione tra Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Ma il quadro generale resta netto: si è trattato di uno degli episodi più duri degli ultimi anni in valle.

Protesta No Tav e frange violente: una distinzione necessaria

Per capire davvero ciò che è accaduto bisogna evitare due semplificazioni ugualmente fuorvianti. La prima è ridurre l’intero movimento No Tav alle scene di guerriglia di sabato. La seconda è fingere che quelle scene siano un dettaglio marginale. Le stesse cronache distinguono tra la partecipazione più ampia al corteo e l’azione di nuclei organizzati, in buona parte travisati, che hanno condotto gli assalti. È una distinzione fondamentale anche sul piano giornalistico: il dissenso verso l’opera ha radici lunghe, sociali e territoriali; la violenza contro uomini, mezzi e infrastrutture appartiene invece a un altro livello, che oggi mobilita investigatori e procura.

In valle, tuttavia, questa distinzione convive da anni con una realtà più scomoda: i momenti di maggiore visibilità del movimento finiscono spesso per attirare gruppi esterni, più interessati allo scontro che alla vertenza locale. Il questore Massimo Gambino ha parlato del rischio che la Val di Susa diventi un “laboratorio europeo della guerriglia urbana”. Anche in questo caso, al di là del linguaggio inevitabilmente duro delle istituzioni, il punto resta: la presenza di militanti stranieri e l’uso di tecniche di attacco coordinate indicano un salto di qualità che gli investigatori leggono come tutt’altro che spontaneo.

Il cantiere al centro di tutto: perché la Torino-Lione resta un nervo scoperto

La vicenda non si comprende pienamente senza guardare all’opera che da anni divide il territorio. La sezione transfrontaliera della nuova linea ferroviaria Lione-Torino, affidata a TELT (Tunnel Euralpin Lyon Turin), è il cuore dell’infrastruttura che dovrà collegare Val di Susa e Maurienne. Il tratto principale è il tunnel di base del Moncenisio, composto da due canne parallele da 57,5 chilometri all’interno di una sezione transfrontaliera di 65 chilometri. Secondo i dati ufficiali aggiornati da TELT, a maggio 2026 risultavano realizzati 48,5 chilometri di gallerie, con un avanzamento complessivo di scavi e costruzioni pari al 29,6%.

Sul lato italiano, Chiomonte è diventato il perno operativo della nuova fase. Qui proseguono i lavori preparatori per l’imbocco della galleria Maddalena 2; qui è destinata anche la prima grande TBM, la “talpa” presentata a marzo 2026 in Germania, lunga 235 metri, che dovrà servire allo scavo della seconda discenderia e poi della galleria sud del tunnel di base. Sempre secondo TELT, il cantiere di San Didero è legato alla realizzazione del nuovo autoporto, opera funzionale allo spostamento delle attività oggi presenti a Susa; a gennaio 2026 l’avanzamento indicato per quell’intervento era del 95%. Sono dati tecnici, ma spiegano perché il fronte della contestazione si concentri proprio lì: dove il progetto entra nella sua fase più concreta e visibile.

Una valle esausta, ma ancora centrale

Sul piano politico, dopo gli scontri, le condanne sono state ampie e trasversali, anche se accompagnate da polemiche roventi. Il centrodestra ha insistito sul tema della fermezza e della difesa dei cantieri; altri attori istituzionali e sindacali hanno sottolineato insieme la condanna della violenza e la necessità di non comprimere il diritto a manifestare pacificamente. Intanto, nel campo favorevole all’opera, si è rimessa in moto anche la mobilitazione pubblica: i Radicali hanno annunciato una nuova iniziativa Sì Tav, segno che la frattura attorno alla linea non si è mai davvero ricomposta.

Per i lettori, il punto essenziale è forse questo: la Val di Susa non è soltanto il teatro periodico di scontri destinati ad accendersi e spegnersi. È un luogo in cui si misurano, da anni, questioni molto più profonde: il rapporto tra territorio e grandi opere, il confine tra protesta e reato, il peso della sicurezza pubblica, la fatica della mediazione politica. Quando la presidente del Consiglio atterra in elicottero in un cantiere presidiato da centinaia di uomini, non sta visitando soltanto un’opera infrastrutturale. Sta entrando nel punto in cui lo Stato sente di doversi mostrare intero, visibile, persino fisico.

Eppure, al di sotto dell’immagine istituzionale, resta una realtà che nessun sopralluogo può esaurire in una mattina. Restano gli investigatori che cercano di attribuire responsabilità individuali in mezzo al caos di una guerriglia. Restano gli agenti feriti, alcuni colpiti da ordigni artigianali e lanci ravvicinati. Restano gli abitanti della valle, che da anni vivono ogni escalation come una ferita ulteriore inferta a un territorio già saturato di tensione. E resta soprattutto una domanda che torna identica a ogni nuova esplosione di violenza: se la Torino-Lione continuerà ad avanzare nei cantieri, saprà avanzare anche fuori dai reticolati, nel terreno assai più difficile del consenso e della convivenza civile?

Per ora, la risposta del governo è tutta nella scena di Chiomonte: Giorgia Meloni, Matteo Piantedosi, il capo della Polizia, il prefetto, il questore, gli elicotteri, i mezzi di servizio, il sorvolo, il sopralluogo. Una coreografia di potere e controllo in una valle che da tempo conosce bene anche l’altra coreografia, quella degli assalti, dei passamontagna e del fumo. In mezzo, come sempre, c’è il cantiere. E attorno al cantiere, un pezzo d’Italia che continua a discutere, scontrarsi e dividersi su che cosa significhi davvero difendere un’opera, difendere un territorio, difendere lo Stato.