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Netanyahu vola a Washington: alleanza con Trump in bilico e possibili concessioni su Libano, Golan e Gaza
Al momento, lamentano i giornalisti israeliani, l'incontro si dovrebbe svolgere a porte chiuse, senza la rischiosa sessione di domande nello Studio Ovale
Benjamin Netanyahu è partito per Washington per l'ottavo faccia a faccia con Donald Trump in un anno e mezzo, ma è il primo da quando il rapporto tra i due sembra essersi incrinato dopo l'avvio dell'operazione congiunta contro l'Iran il 28 febbraio. Tuttavia, il tycoon sembra voler ancora preservare l'alleato di lunga data. «Abbiamo alcune differenze, ma siamo piuttosto vicini», ha risposto Trump sull'Air Force One a un giornalista che gli chiedeva se fosse allineato con Netanyahu sull'Iran. Al momento, lamentano i giornalisti israeliani, l'incontro si dovrebbe svolgere a porte chiuse, senza la rischiosa sessione di domande nello Studio Ovale. La sempre più evidente ostilità verso Israele nell'opinione pubblica americana, che ritiene il premier responsabile di aver trascinato gli Usa in un nuovo pantano mediorientale - come anche all'interno dell'amministrazione stessa -, induce a pensare che sarà Netanyahu a dover fare concessioni - scomode in casa con gli alleati oltranzisti - per evitare che l'alleato perda del tutto la pazienza.
In numerose interviste alla stampa americana, Netanyahu non ha mai smesso di sostenere gli sforzi negoziali di Trump con l'Iran - «un diritto del presidente» - ribadendo l'allineamento sulla questione del nucleare: «La pensiamo uguale, l'Iran non dovrà avere il nucleare. Se ci si arriva con i negoziati, bene, ma altrimenti tutte le opzioni sono aperte». Secondo i media locali, Netanyahu intende condividere intelligence sulla ricostituzione delle capacità iraniane, come è stato per le informazioni sulle centrifughe seppellite sotto il Pickaxe Mountain.
Ma il premier arriva alla Casa Bianca con la condanna unanime della comunità internazionale per l'escalation in corso in Cisgiordania, e dopo un incontro «produttivo» tra Trump e il presidente libanese Joseph Aoun, che ha chiesto agli Usa di premere su Netanyahu per un ulteriore ritiro dell'Idf dal sud del Libano, qualcosa di più concreto rispetto alle tre zone pilota su cui si è iniziato a lavorare la settimana scorsa. Inoltre, il presidente siriano Ahmed al-Sharaa ha espressamente parlato ad Al-Jazeera delle trattative in corso per un accordo di sicurezza con Israele che prevederebbe il ritiro dell'Idf dall'area occupata oltre le Alture del Golan. Sul fronte di Gaza, Netanyahu si presenta da Trump con un simbolico gesto di buona volontà in mano, avendo incassato il voto del governo - contrario solo l'oltranzista Ben Gvir - al dispiegamento della Forza di Stabilizzazione Internazionale, uno dei punti chiave del Piano di Trump che dovrebbe subentrare sia a Hamas che all'Idf, e fare da preludio all'ingresso del governo dei tecnocrati palestinesi guidato da Ali Shaath. I media israeliani riportavano che, durante la stessa riunione di gabinetto, Netanyahu ha detto che «farà tutto il possibile» per resistere alle richieste di Washington ed evitare i ritiri delle truppe da quei fronti, che si potrebbero tradurre nello sgretolamento della sua coalizione in vista delle elezioni. D'altro canto, sa anche che Trump potrebbe decidere di concedere il suo endorsement al suo principale rivale elettorale, Gadi Eizenkot, se percepisse che Netanyahu «non è abbastanza razionale», come ha detto il tycoon il mese scorso in un'intervista a Channel 11. E forse è per questo che il premier più longevo d'Israele da un mese ha adottato un linguaggio più sobrio in politica interna, parlando della volontà di creare un «ampio governo di consenso nazionale».