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MEDIO ORIENTE

Ultima chance alla diplomazia o attacco duro: Trump sempre più «impantanato» in Iran

I negoziati puntano a riattivare i contatti per un accordo complessivo e, nell’immediato, a risolvere il nodo dello Stretto di Hormuz

28 Luglio 2026, 00:09

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Ultima chance alla diplomazia o attacco duro: Trump sempre più «impantanato» in Iran

Donald Trump avverte: la pausa delle operazioni militari è stata decisa per dare un’ultima chance alla diplomazia, ma se i negoziati dovessero fallire tutto è pronto per un duro attacco contro l’Iran.

Frustrato e sotto pressione, il presidente appare sempre più «impantanato» in un conflitto che sta logorando anche il suo capo del Pentagono. La fiducia dei repubblicani e della base Maga nei confronti di Pete Hegseth si sta erodendo con il passare delle settimane; anche all’interno del Dipartimento della Difesa serpeggiano malumori per la sua gestione e dubbi sulla sua adeguatezza a un incarico probabilmente troppo grande per lui. Trump, tuttavia, lo difende: «Sta facendo un buon lavoro».

Parole che non bastano a placare le critiche verso un conflitto che sembra essere sfuggito di mano all’amministrazione: la guerra doveva durare poche settimane, è ormai al quinto mese e non se ne intravede la conclusione. Le trattative sono in corso e, per agevolarle, il comandante in capo ha sospeso i raid contro l’Iran, offrendo spazio alla via diplomatica.

«Stiamo avendo colloqui proficui con l’Iran; vedremo cosa succederà. Ci sono buone probabilità che ne scaturisca qualcosa di concreto», ha dichiarato Trump, inviando però segnali contraddittori sui tempi. In un’intervista ad Axios ha parlato di margini ristretti per la diplomazia: «O le cose procedono rapidamente, oppure non se ne farà nulla». Poco dopo, a chi gli chiedeva quanta pazienza avesse con Teheran, ha risposto di avere «molto tempo». Ribadendo che gli Stati Uniti hanno «decimato» l’Iran, il presidente ha poi minimizzato l’ipotesi che la Russia di Vladimir Putin abbia fornito a Teheran immagini dei siti americani in Medio Oriente: «Non penso lo abbia fatto. Se lo ha fatto non ha funzionato. Lo chiederò a Putin», ha tagliato corto. Lo stop alle incursioni, ha precisato, non è dovuto a una carenza di munizioni e armamenti: «Ne abbiamo, anche se, a essere onesto, mi piacerebbe averne di più».

I negoziati puntano a riattivare i contatti per un accordo complessivo e, nell’immediato, a risolvere il nodo dello Stretto di Hormuz. Trump lo vuole aperto a tutti i costi, per allentare la pressione sull’economia, anche alla luce dei nuovi attacchi degli Houthi contro gli impianti petroliferi sauditi. L’Iran, però, non sembra intenzionato a cedere. Teheran sta discutendo la gestione dell’importante crocevia solo con l’Oman. «Questi colloqui non hanno alcun legame con gli Stati Uniti», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei. La linea dura di Teheran sullo Stretto complica la partita per Trump, che appare — riporta il New York Times — sempre più «impantanato» in Iran e consapevole dei «limiti del suo potere». È davanti a un «nuovo bivio» e si ritrova — nota la Cnn — con meno opzioni a disposizione e costi elevati all’orizzonte per qualsiasi decisione assumerà. I suoi margini di manovra si stanno restringendo e le alternative sono «sempre peggiori».

La sospensione degli attacchi offre ai mediatori la possibilità di rilanciare le trattative e, al contempo, consente a Trump di guadagnare tempo per valutare le sue prossime mosse. Un’operazione su larga scala, come prospettato negli ultimi giorni, avrebbe ripercussioni significative sulla sua presidenza, già segnata dal conflitto. Un assaggio di ciò che il comandante in capo potrebbe decidere è arrivato dal suo social Truth, dove ha pubblicato una serie di immagini bellicose create con l’intelligenza artificiale: in una si simula un attacco all’isola di Kharg, in un’altra è ritratto alla guida di un’unità americana con un cappellino rosso con la scritta «Fafo», «fuck around and find out», riferimento alla dottrina della sua amministrazione del «provaci e vedrai cosa succede». Minacce che i repubblicani osservano con apprensione, temendo una nuova escalation capace di compromettere definitivamente le loro già limitate chance alle elezioni di metà mandato.