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Negli Usa

Accordo miliardario di Johnson & Johnson per chiudere causa sul borotalco: il caso resta controverso

Sarebbe la svolta pragmatica di un contenzioso lungo 15 anni tra incertezza scientifica, pressione giudiziaria e costo reputazionale

28 Luglio 2026, 13:35

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Johnson & Johnson e il conto del talco: l’accordo miliardario che può chiudere una delle più lunghe battaglie sanitarie d’America

Non è solo una maxi-transazione: dietro i numeri ci sono anni di scienza contestata, tribunali sotto pressione e decine di migliaia di donne in attesa di una risposta

A volte la misura di uno scontro non sta nel verdetto, ma nel tempo che impiega a consumare tutto il resto. In questo caso sono passati 15 anni di contenziosi, perizie, udienze, appelli e accuse incrociate. E ora, all’improvviso, la vicenda del talco di Johnson & Johnson si condensa in una cifra che pesa come un’ammissione pratica, più che giuridica: 5,5 miliardi di dollari per tentare di chiudere migliaia di cause negli Stati Uniti legate all’ipotesi che alcuni prodotti a base di talco abbiano contribuito allo sviluppo del cancro ovarico. Non è la parola fine definitiva. Ma è, senza dubbio, il segnale più concreto che una delle controversie sanitarie e industriali più simboliche degli ultimi decenni sia entrata nella sua fase decisiva.

L’accordo, annunciato il 27 luglio 2026 dalla stessa Johnson & Johnson, riguarda le cause ancora pendenti nel contenzioso federale multidistrettuale — il cosiddetto MDL — e in diversi tribunali statali. Secondo i termini resi noti, l’intesa è subordinata alla partecipazione esplicita di almeno il 95% delle rivendicazioni residue, stimate in circa 76.000. Il piano prevede pagamenti su base individuale, con un primo esborso fino a 3 miliardi di dollari nel 2027 e ulteriori pagamenti non prima del 2028. L’importo complessivo, inoltre, potrebbe crescere se il numero di adesioni dovesse aumentare.

È un passaggio cruciale, anche perché arriva dopo una fase processuale che aveva cambiato gli equilibri. Nella propria comunicazione agli investitori, Johnson & Johnson ha richiamato un’ordinanza del tribunale federale del 22 luglio 2026, con cui i ricorrenti erano stati invitati a spiegare perché le restanti cause non dovessero essere respinte per incapacità di dimostrare la causalità specifica. In altre parole: non bastava sostenere che il talco potesse rappresentare un rischio in generale, bisognava provare in modo convincente il nesso tra uso del prodotto e malattia nel singolo caso. È uno snodo tecnico, ma decisivo, perché nei grandi contenziosi sanitari il terreno più insidioso è proprio questo: trasformare un sospetto epidemiologico in prova giudiziaria individuale.

Che cosa prevede davvero l’intesa

La cifra di 5,5 miliardi di dollari ha attirato l’attenzione, ma il meccanismo è ancora più importante del numero. L’accordo non equivale a una sentenza di colpevolezza e non comporta, almeno sul piano formale, un riconoscimento di responsabilità da parte dell’azienda. Johnson & Johnson continua infatti a sostenere che i propri prodotti a base di talco siano sicuri e che le accuse non abbiano retto a un’analisi scientifica rigorosa. Il vicepresidente globale del contenzioso, Erik Haas, ha presentato l’intesa come una scelta pragmatica: lasciarsi alle spalle una disputa interminabile e ridurre l’incertezza legale che grava sul gruppo da anni.

Dall’altra parte, per gli avvocati dei ricorrenti, il valore dell’accordo sta nella possibilità di assicurare risarcimenti concreti a un numero molto elevato di donne e famiglie senza attraversare, una per una, cause potenzialmente lunghe, costose e dall’esito incerto. Chris Seeger, legale coinvolto nei negoziati e rappresentante di migliaia di ricorrenti, ha detto a Reuters che il totale pagato da J&J potrebbe superare i 7 miliardi di dollari, proprio perché l’intesa stabilisce importi per singolo caso ammissibile ma non fissa un tetto rigido al pagamento finale. È un dettaglio che conta: il costo reale per l’azienda dipenderà dall’ampiezza effettiva dell’adesione e dalla qualificazione delle domande.

Per capire il significato di questa svolta bisogna ricordare che Johnson & Johnson aveva già tentato più volte di archiviare il dossier per altra via, soprattutto attraverso strategie giudiziarie e societarie molto contestate. Negli anni passati il gruppo aveva cercato di convogliare la massa delle richieste risarcitorie in procedure fallimentari di una controllata, nella speranza di arrivare a una soluzione globale sotto l’ombrello della bancarotta. Quel percorso, però, si è scontrato con forti resistenze in tribunale ed è diventato uno dei casi più osservati del diritto civile statunitense contemporaneo, perché toccava il tema delicatissimo dell’uso delle procedure concorsuali da parte di gruppi solidi per sterilizzare il rischio da contenzioso. L’intesa annunciata ora segna, di fatto, un cambio di strategia: dalla forzatura procedurale alla transazione larga.

Il nodo scientifico: che cosa si discute davvero sul talco

Qui la cautela è indispensabile. La vicenda giudiziaria e la valutazione scientifica non coincidono perfettamente, e confonderle è uno degli errori più frequenti. Il contenzioso contro Johnson & Johnson ha ruotato attorno a due grandi filoni: da un lato il possibile legame tra uso perineale di polveri a base di talco e cancro ovarico; dall’altro il rischio che il talco possa essere contaminato da asbesto o amianto, noto cancerogeno. Sono due questioni collegate, ma non sovrapponibili.

Nel luglio 2024, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro dell’OMS (IARC) ha classificato il talco come “probabilmente cancerogeno per l’uomo”, cioè nel gruppo 2A. La decisione si basa, secondo l’agenzia, su una combinazione di evidenze limitate negli esseri umani, evidenze sufficienti negli animali da esperimento e forti indicazioni meccanicistiche. La stessa valutazione precisa però che gli studi umani disponibili presentano limiti e che resta difficile escludere con certezza il peso di bias, errori di misurazione dell’esposizione e altri fattori confondenti. È un punto chiave: “probabilmente cancerogeno” non significa automaticamente che ogni esposizione provochi malattia, né equivale a una stima diretta del rischio individuale.

Sul fronte regolatorio, la Food and Drug Administration americana ha più volte richiamato l’attenzione sul problema della possibile contaminazione del talco con asbesto, dato che i due minerali possono trovarsi in prossimità geologica. La FDA ha lavorato negli ultimi anni a standard e metodiche per l’identificazione dell’amianto nei prodotti cosmetici contenenti talco. A fine 2024 l’agenzia aveva anche proposto una regola per imporre metodi standardizzati di test, in attuazione del Modernization of Cosmetics Regulation Act del 2022; successivamente, nel novembre 2025, quella proposta è stata ritirata per ulteriori valutazioni. Il quadro, insomma, resta mobile: non c’è indifferenza regolatoria verso il tema, ma neppure una conclusione semplice e definitiva che chiuda ogni discussione.

Perché la giustizia ha corso più della scienza

I tribunali americani non aspettano che la scienza diventi unanime. Devono decidere con gli elementi disponibili, caso per caso, secondo standard probatori e regole processuali che non coincidono con quelle della ricerca biomedica. È anche per questo che la storia del talco è stata così frastagliata: alcune giurie hanno riconosciuto maxi-risarcimenti, altre cause sono state ridimensionate, altre ancora respinte. Nel frattempo, il dibattito accademico ha continuato a oscillare tra segnali di rischio, limiti metodologici e interpretazioni divergenti. Il risultato è un paradosso frequente nella salute pubblica contemporanea: la giustizia chiede risposte binarie — sì o no, causa o non causa — mentre la scienza procede per probabilità, margini di incertezza e revisioni successive.

L’accordo di oggi nasce anche da questa frizione. Per i ricorrenti, proseguire decine di migliaia di cause significava affrontare un percorso accidentato, soprattutto dopo le recenti strette dei giudici sull’ammissibilità degli esperti e sulla prova della causalità specifica. Per l’azienda, invece, continuare a vincere alcune battaglie processuali non eliminava il costo reputazionale, economico e gestionale di una controversia permanente. In altre parole, non si chiude perché la scienza abbia detto l’ultima parola, ma perché il sistema legale e il mercato hanno reso troppo costoso continuare a combattere all’infinito.

Dalla polvere per bambini al caso globale

Il valore simbolico di questa vicenda è enorme. Johnson’s Baby Powder non era un prodotto qualsiasi: per decenni è stato uno dei marchi più riconoscibili della cura infantile e dell’igiene personale. E proprio per questo l’onda d’urto è stata più forte. Nel maggio 2020, Johnson & Johnson annunciò l’interruzione delle vendite del borotalco a base di talco negli Stati Uniti e in Canada. Nel 2022 comunicò poi che avrebbe cessato la vendita del prodotto a base di talco a livello globale nel 2023, sostituendolo con formulazioni a base di amido di mais. L’azienda ha sempre definito la scelta come una decisione commerciale, ribadendo al tempo stesso di ritenere sicuri i propri prodotti. Ma, agli occhi dell’opinione pubblica, il ritiro progressivo dal mercato è stato inevitabilmente letto come la prova che la pressione legale e reputazionale era diventata insostenibile.

Questo non significa che tutto il talco cosmetico sia stato bandito o che qualunque prodotto contenente talco debba essere considerato pericoloso in automatico. Sarebbe una semplificazione scorretta. Significa però che il settore ha dovuto fare i conti con una nuova sensibilità sanitaria e legale, nella quale la trasparenza, la tracciabilità delle materie prime e i sistemi di controllo sulla contaminazione assumono un valore centrale, tanto per le autorità quanto per i consumatori.

Che cosa cambia per i lettori e per i consumatori

Per chi legge questa notizia dall’Italia, il punto non è solo seguire una grande causa americana. È capire che cosa insegna sul rapporto tra prodotti di uso quotidiano, rischio percepito e informazione sanitaria. Primo: quando si parla di sostanze potenzialmente cancerogene, conta enormemente come, quanto, per quanto tempo e in quale contesto avviene l’esposizione. Secondo: la presenza di un contenzioso miliardario non sostituisce automaticamente una valutazione clinica o tossicologica. Terzo: la questione del talco mostra quanto sia difficile comunicare il rischio senza cadere né nell’allarmismo né nella banalizzazione.

Per i consumatori, il messaggio più utile resta pratico. Conviene leggere con attenzione le etichette dei cosmetici, verificare la natura degli ingredienti, privilegiare prodotti acquistati tramite canali affidabili e seguire gli aggiornamenti delle autorità regolatorie su eventuali richiami o allerte. La FDA, per esempio, continua a pubblicare materiali informativi sul talco e sul tema della contaminazione da amianto. Non è una formula magica contro ogni rischio, ma è l’approccio più serio in un’epoca in cui la sicurezza dei prodotti si gioca tanto nei laboratori quanto nella qualità dell’informazione disponibile al pubblico.

Una chiusura possibile, non ancora definitiva

L’intesa, va ribadito, non è ancora una conclusione automatica e irreversibile. Tutto dipende dalla capacità di raggiungere quella soglia del 95% delle adesioni esplicite tra le rivendicazioni residue. Se l’obiettivo sarà centrato, Johnson & Johnson potrà ridurre drasticamente il peso del contenzioso e chiudere uno dei capitoli più tossici della propria storia recente. Se invece l’adesione non dovesse essere sufficiente, il dossier potrebbe tornare a frammentarsi in una lunga coda di cause individuali e contese procedurali.

Resta, comunque, una verità difficile da eludere. Anche quando i tribunali non consegnano una verità scientifica definitiva, i grandi accordi raccontano qualcosa di molto concreto sul costo sociale dell’incertezza. In questo caso, la polvere più famosa d’America ha lasciato dietro di sé non soltanto un contenzioso miliardario, ma una lezione più ampia su salute, fiducia e responsabilità industriale. E forse è proprio questo l’aspetto più rilevante: il fatto che, nel 2026, una vicenda nata intorno a un gesto quotidiano e domestico — spargere una polvere sul corpo — sia finita per ridefinire il confine fra consumo, prova scientifica e giustizia civile.