Washington
Il silenzio di Fauci al Senato riaccende la guerra sul Covid: le origini del virus resteranno un mistero?
L'immunologo, tra i membri più autorevoli della task-force creata da Trump per la gestione della pandemia in America, si è avvalso del quinto emendamento; a lui sono state rivolte accuse su finanziamenti a EcoHealth e al laboratorio di Wuhan
Già alle 8,30 di stamane nella sala SD-342 del Dirksen Senate Office Building, non c’era l’atmosfera di un’audizione tecnica. C’era piuttosto il clima di un processo politico senza sentenza. Seduto davanti alla Commissione Homeland Security and Governmental Affairs del Senato, Anthony Fauci, per decenni volto della salute pubblica americana, ha scelto di non rispondere. Si è avvalso del Quinto Emendamento, il diritto costituzionale a non auto-incriminarsi. Una decisione che, da sola, ha rimesso in moto tutto: il sospetto, la propaganda, il risentimento accumulato negli anni della pandemia, ma anche il bisogno – ancora insoddisfatto – di distinguere i fatti dalle accuse.
Il gesto di Fauci ha avuto un impatto immediato perché tocca un nervo ancora scoperto della vita pubblica americana. Da un lato, i suoi avversari lo presentano come la prova che l’ex direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases abbia qualcosa da nascondere. Dall’altro, i suoi difensori leggono quella scelta come una misura di autotutela in un contesto apertamente ostile, dopo anni di attacchi politici e minacce di incriminazione. In apertura di seduta, lo stesso Fauci ha accusato il presidente della commissione, il senatore repubblicano Rand Paul, di avere una “ossessione evidente” per la sua persecuzione giudiziaria.
Il punto politico: Paul vuole l’incriminazione, ma il quadro probatorio resta controverso
A guidare l’audizione è stato proprio Rand Paul, senatore del Kentucky, medico di formazione e da anni tra i più aggressivi accusatori di Fauci. La sua tesi, ribadita anche in questa occasione, è che l’ex immunologo abbia avuto un ruolo nel finanziamento di ricerche rischiose in Cina, in particolare attraverso fondi federali transitati verso EcoHealth Alliance e, tramite subappalti, verso il Wuhan Institute of Virology. Secondo Paul, Fauci avrebbe inoltre mentito al Congresso quando negò che il NIH avesse finanziato ricerca di tipo gain-of-function a Wuhan.
È su questo snodo che il racconto politico si scontra con la complessità dei fatti. La questione non è mai stata lineare, perché il termine gain-of-function non ha una definizione unica nel dibattito pubblico e scientifico. Alcuni esperti e critici dell’epoca sostennero che parte degli esperimenti sostenuti indirettamente con fondi americani potesse rientrare, in senso ampio, in quella categoria; NIH e Fauci, invece, hanno sempre sostenuto che quelle ricerche non corrispondessero alla definizione regolatoria federale di gain-of-function ad alto rischio. Diverse verifiche indipendenti hanno confermato che il dibattito terminologico esiste davvero, ma che da ciò non discende automaticamente la prova che Fauci abbia “finanziato la creazione del Covid” o mentito consapevolmente al Congresso.
Questo è il passaggio essenziale: le accuse di Paul sono politicamente esplosive, ma non risultano supportate da prove definitive che dimostrino che Fauci abbia finanziato la nascita di SARS-CoV-2 o falsamente negato, in senso penalmente rilevante, fatti che sapeva essere veri. Le fact-checking indipendenti consultate negli anni hanno ripetutamente osservato che non esiste evidenza diretta che il virus sia stato creato nel laboratorio di Wuhan, né che le ricerche sostenute da quei fondi possano essere collegate causalmente alla pandemia.
Perché il Quinto Emendamento pesa così tanto
Negli Stati Uniti, invocare il Quinto Emendamento davanti al Congresso è sempre un gesto ad alto impatto simbolico. Sul piano giuridico, non equivale a un’ammissione di colpa. Significa che il testimone ritiene di potersi esporre a un rischio di auto-incriminazione. Sul piano politico, però, l’effetto è quasi opposto: il silenzio viene immediatamente trasformato in argomento accusatorio. Nel caso di Fauci, la scelta è stata letta alla luce della campagna condotta da alcuni repubblicani per portarlo davanti alla giustizia federale.
Non è un dettaglio secondario. Fauci compariva davanti a una commissione ostile, dopo essere stato formalmente convocato, in un momento in cui il suo nome era già stato nuovamente segnalato al Dipartimento di Giustizia da Rand Paul. Il senatore aveva infatti reiterato nel luglio 2025 una precedente richiesta di valutare un’azione penale nei suoi confronti, sostenendo che le sue dichiarazioni del 2021 sul finanziamento delle ricerche di Wuhan fossero state false.
Il punto, ancora una volta, è che una segnalazione al Dipartimento di Giustizia non coincide con un’incriminazione, né con una prova di colpevolezza. È un atto politico-giudiziario che chiede ai procuratori di esaminare il materiale disponibile. Finora, non risulta alcuna incriminazione federale a carico di Fauci per queste accuse.
L’ombra lunga del perdono presidenziale di Biden
Sul tavolo c’è anche un altro elemento che contribuisce a rendere la vicenda eccezionalmente tossica: il perdono preventivo concesso a Fauci da Joe Biden il 19 gennaio 2025, nelle ultime ore del suo mandato. Il provvedimento, definito “pieno e incondizionato”, copre eventuali reati federali commessi dal 1° gennaio 2014 fino alla data della grazia e legati al suo servizio pubblico presso il NIAID, la task force Covid della Casa Bianca e il ruolo di consigliere medico presidenziale.
Il perdono non certifica una colpa: lo stesso Biden precisò che non doveva essere interpretato come ammissione di illeciti. Ma politicamente ha avuto l’effetto opposto. Per i detrattori di Fauci, è diventato il simbolo di una protezione preventiva contro possibili responsabilità. Per i suoi sostenitori, invece, è stato uno scudo necessario contro la prospettiva di procedimenti ritenuti punitivi e politicamente motivati. In questo contesto, la scelta del Quinto Emendamento assume una logica difensiva: anche una dichiarazione imprecisa o contraddittoria resa oggi sotto giuramento potrebbe aprire nuovi fronti, per esempio sul terreno della falsa testimonianza.
Le origini del virus: ciò che sappiamo, ciò che non sappiamo
Il cuore del caso resta sempre lo stesso: da dove arriva davvero SARS-CoV-2? È la domanda che ha dominato il dibattito politico americano e internazionale molto più a lungo di quanto la scienza sia stata in grado di offrire una risposta conclusiva.
L’elemento più solido, allo stato attuale, è che non esiste ancora una prova definitiva e universalmente accettata capace di chiudere il dossier. Nel 2025, il gruppo scientifico consultivo SAGO dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato una valutazione indipendente secondo cui la maggior parte delle evidenze scientifiche peer-reviewed continua a sostenere l’ipotesi di un’origine zoonotica, cioè il salto del virus da un animale all’uomo, pur ribadendo che servono più dati e che l’assenza di piena cooperazione da parte cinese impedisce conclusioni finali inattaccabili. L’OMS ha anche ribadito che tutte le ipotesi devono restare aperte finché non emergeranno nuove prove verificabili.
Questa distinzione è decisiva per leggere correttamente il caso Fauci. Dire che l’origine del virus non è stata definitivamente chiarita non significa affermare che le accuse contro Fauci siano fondate. Significa, più sobriamente, che l’incertezza scientifica è stata riempita, negli Stati Uniti, da un conflitto politico che ha finito per personalizzare una questione molto più ampia.
Il paradosso americano: un uomo trasformato in campo di battaglia
Pochi personaggi pubblici sono stati caricati di significati contraddittori quanto Anthony Fauci. Per una parte dell’America, è stato il volto della competenza durante il caos. Per un’altra, l’emblema dell’establishment che avrebbe imposto restrizioni, alimentato paure e coperto le origini del virus. L’audizione del 29 luglio 2026 non ha composto questa frattura: l’ha radicalizzata.
Che la posta in gioco sia ormai molto più politica che istruttoria lo dimostrano diversi fattori. Innanzitutto, una sottocommissione repubblicana della Camera che ha indagato sulla pandemia nel 2024 non arrivò a stabilire prove di illecito direttamente riconducibili a Fauci, nonostante toni spesso durissimi nei confronti della sua gestione. Fonti indipendenti hanno ricordato che quelle indagini non produssero il “colpo di pistola fumante” atteso da molti critici.
Al tempo stesso, i repubblicani hanno continuato a costruire un impianto accusatorio centrato su tre idee-forza: il presunto ruolo di Fauci nel favorire una narrativa favorevole all’origine naturale del virus; il rapporto tra il NIAID e i finanziamenti a EcoHealth Alliance; e la presunta opacità delle comunicazioni interne all’ecosistema sanitario federale. È in questa terza area che si è sviluppato un capitolo giudiziario reale: l’incriminazione, da parte del Dipartimento di Giustizia, di David Morens, ex consigliere senior del NIAID, accusato nel 2026 di avere occultato o sottratto documenti federali relativi a comunicazioni sui grant di ricerca durante la pandemia. Ma anche qui occorre precisione: l’indagine riguarda Morens, non costituisce di per sé una prova penale contro Fauci, pur avendo inevitabilmente rilanciato il sospetto politico attorno alla sua cerchia.
Il nodo EcoHealth e la zona grigia che alimenta il sospetto
Per capire perché la vicenda continui a incendiare il dibattito, bisogna soffermarsi sul caso EcoHealth Alliance. Il network di finanziamento passava dal NIH a EcoHealth, e da lì a collaborazioni con il Wuhan Institute of Virology. In alcuni esperimenti, emersero risultati che il NIH ritenne non comunicati tempestivamente secondo i termini del grant. Questo episodio è stato spesso presentato come la “prova” che Fauci mentiva. Ma la lettura documentale disponibile è più sfumata.
Secondo il NIH e diverse ricostruzioni indipendenti, quelle ricerche non possono essere collegate all’emergere di SARS-CoV-2 e non dimostrano che il governo americano abbia finanziato la creazione del virus pandemico. Allo stesso tempo, alcuni scienziati critici hanno sostenuto che almeno una parte di quel lavoro avrebbe potuto essere descritta, in senso più ampio, come gain-of-function. È questa ambiguità di linguaggio, normazione e percezione pubblica ad aver trasformato un dibattito tecnico in un detonatore politico permanente.
In altri termini: esiste una zona grigia sufficiente a mantenere vivo il conflitto, ma non abbastanza, allo stato delle fonti verificate, per trasformare le accuse di Rand Paul in una verità dimostrata.
Il silenzio di Fauci non chiude nulla
Dal punto di vista comunicativo, Fauci ha perso comunque qualcosa. La scelta del silenzio protegge sul piano legale, ma lascia campo libero al racconto dei suoi accusatori. Eppure, anche l’interpretazione opposta – quella che vede nel Quinto Emendamento una confessione indiretta – sarebbe fuorviante. Negli Stati Uniti contemporanei, soprattutto quando una figura è al centro di una lunga campagna di ostilità politica, il diritto a non rispondere può essere letto come una strategia elementare di sopravvivenza giudiziaria.
Il problema, per l’opinione pubblica, è che questo non produce conoscenza. Non spiega di più sulle origini del Covid. Non chiarisce se vi siano state omissioni, errori, zone d’ombra o abusi. Non aiuta a sciogliere il nodo che più conta: come sia potuta nascere una polarizzazione tale da trasformare la discussione sulle cause di una pandemia in una contesa identitaria.
La lezione, fin qui mancata
A più di sei anni dall’inizio della crisi globale, gli Stati Uniti si ritrovano ancora intrappolati in un cortocircuito: chiedono alla politica quello che la scienza non ha ancora potuto certificare in modo definitivo, e chiedono alla scienza di rispondere entro i codici della battaglia politica. Fauci, nel bene e nel male, è diventato il punto di intersezione di questo fallimento.
La sua audizione del 29 luglio 2026 non offre la scena finale. Offre, semmai, la misura di una democrazia che non ha ancora metabolizzato la pandemia. Rand Paul vuole l’incriminazione. Fauci rifiuta di rispondere. Le accuse sul finanziamento in Cina e sulla presunta menzogna al Congresso restano, sulla base delle fonti oggi disponibili, contestate e non dimostrate in modo conclusivo. Nel frattempo, la domanda originaria – come e dove sia cominciato tutto – resta ancora sospesa tra indagini incompiute, documenti mancanti, definizioni controverse e sfiducia sistemica.
Ed è forse questo il dato più inquietante. Non il silenzio di Fauci, ma il fatto che, dopo milioni di morti e anni di commissioni, rapporti, fughe di notizie e scontri ideologici, il mondo continui a discutere il Covid soprattutto come una colpa da attribuire, molto meno come una lezione da imparare.