Scenari
Patto con Washington e raid in Iraq: l'Arabia Saudita esce dall'ombra
Riad alza il tiro contro milizie filo-iraniane mentre la normalizzazione con Israele resta vincolata alla causa palestinese
La cautela verso l’Iran che l’Arabia Saudita aveva scelto di tenere sottotraccia sembra superata proprio nei giorni in cui il regno consolida con Washington l'architettura di sicurezza: per la prima volta il ministero della difesa di Riad ha rivendicato apertamente l’operazione militare congiunta contro milizie filoiraniane in Iraq, dopo i raid notturni in cui sono stati uccisi una ventina di combattenti sciiti. Questo dopo tre giorni di attacchi con droni subiti dalle stesse milizie irachene contro gli impianti petroliferi sauditi, e mentre a sud, nello Yemen, Riad deve fronteggiare di nuovo la minaccia Houthi su Bab al-Mandeb.
Il salto di postura arriva appena una settimana dopo la firma a Washington dell’accordo per la cooperazione nucleare civile, accompagnato da un pacchetto di sicurezza militare costruito sull'intesa di difesa strategica siglata lo scorso novembre.
Riad ha tentato di mantenere per almeno cinque anni la stabilità interna e regionale su un doppio binario: la normalizzazione con Teheran mediata da Pechino nel 2023 e l'ombrello di Washington negoziato pezzo per pezzo, dai caccia F-35 ai carri armati fino all’intesa quadro sul nucleare civile finalizzata una settimana fa.
Donald Trump aveva però condizionato l’intesa, già firmata, all’adesione del regno al processo di normalizzazione dei rapporti con Israele, una clausola che non compariva nel testo concordato. Per alcuni analisti regionali il paradosso è evidente: mentre Washington alza il prezzo politico della propria protezione, Riad si ritrova a incassarla sul campo, nei cieli dell’Iraq.
Il prezzo si vede già sul terreno diplomatico: la visita a Riad prevista del premier iracheno è stata cancellata, secondo fonti del governo di Baghdad, proprio per le tensioni legate all’operazione congiunta contro le milizie filoiraniane. E in giornata l’Iran ha lanciato missili contro una base statunitense in Giordania, segno che il fronte resta tutt'altro che stabilizzato nonostante i giorni di relativa calma.
Ma a Riad si ripete da mesi che la normalizzazione con lo Stato ebraico resta subordinata a «un percorso irreversibile e vincolato nei tempi» verso uno Stato palestinese, condizione che il governo israeliano non ha accolto.
Proprio del processo verso uno Stato palestinese indipendente ha parlato a Roma il ministro degli esteri saudita, ricevuto alla Farnesina dal suo omologo Antonio Tajani, che ha ribadito «la vicinanza all’Arabia Saudita e agli altri Paesi del Golfo per gli attacchi che subiscono dall’Iran». Tajani ha definito Riad un partner «politico, economico e di sicurezza» in una regione che dal Mediterraneo, nella sua visione, arriva «al Golfo e oltre all’India», richiamando implicitamente il corridoio Imec, progetto americano-israeliano tanto caro alla diplomazia italiana e che dovrebbe collegare l’India ai porti del Mediterraneo passando proprio per l’Arabia Saudita.
Osservatori regionali fanno però notare che nel turbolento contesto attuale resta da vedere se l’appoggio sempre più esplicito degli Stati Uniti - tra caccia, carri armati e ora anche il nucleare civile - basterà a Riad per reggere i due fronti aperti da Teheran. Oppure se il regno, come teme da mesi, si ritroverà a pagare sul proprio territorio un allineamento che ha cercato fino all’ultimo di rimandare.