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La storia

Alì, 16 anni, torna da Ceuta per vergogna: rimpianto e un nuovo inizio a Marrakech

Per le statistiche del Ministero degli Interni ora è uno dei 25mila che alle 13 del 31 luglio sono tornati indietro, ossia 150 persone al minuto

04 Agosto 2026, 20:30

20:31

Alì, 16 anni, torna da Ceuta per vergogna: rimpianto e un nuovo inizio a Marrakech

«Sapevo che mio padre era lì, oltre la frontiera. L'ho deluso, ho deciso di tornare indietro volontariamente, con uno dei bus della polizia». Alì, 16 anni, l'apprendista pasticcere che aveva raccontato all'ANSA di essere riuscito a entrare a Ceuta, la notte tra il 29 e il 30 luglio, con la marea di migranti che con lui sono arrivati via mare, oggi è a Marrakech. Ha ripreso il suo posto, in uno dei ristoranti italiani in città, ha impastato i lievitati e mentre quelli crescono, in cucina, si siede al tavolo e racconta la sua avventura, tra vergogna e rimpianto.

Per le statistiche del Ministero degli Interni ora è uno dei 25mila che alle 13 del 31 luglio sono tornati indietro, ossia 150 persone al minuto. Molte altre hanno ripercorso la strada a ritroso, nelle ore successive. Alcune sono disperse, altre sono ancora là.

Perché hai deciso di tornare? «Te l'ho detto, è 'spumà' (vergogna in arabo), ho deluso mio padre: non se lo merita, mi ha rincorso, è venuto a cercarmi fino alle porte di Septa (Ceuta in arabo). Da quando mi sono fatto vivo per dirgli che ero lì, non ha smesso di telefonarmi, di mandarmi messaggi. Aveva paura che morissi, aveva ragione, sono stato avventato, non ho riflettuto abbastanza. Appena ho saputo che a Septa lasciavano entrare, sono scappato di fretta e furia, con mio cugino Said. Lui non è tornato, credo sia ancora a Ceuta, ma non sono più in contatto con lui, ho io il suo telefono. Quando ci siamo salutati, mi ha detto che voleva provare a rimanere lì, mi ha dato il cellulare per non farsi rintracciare».

Chi vi aveva detto che si poteva partire? «È andata così: ci sono delle chat che noi usiamo per capire chi parte e cosa fa quando arriva, un modo di sapere la 'verità verà', non le cose che si raccontano. In quelle chat non ci sono solo persone che vogliono andare via, c'è anche chi come me vuole sapere dove stanno gli altri, amici e fratelli, cosa hanno fatto, quel che hanno passato. Il fatto è che questa volta oltre a quelli delle chat che dicevano che il valico era libero e che loro erano passati, c'erano anche video, tantissimi video, su TikTok, su Facebook, ovunque sui social. Cioè chi passava, filmava tutto e diceva: 'Visto? Semplice, le guardie non controllano e per la 'Festa del Trono' saranno ancora di meno, c'erano le vacanze, era vero'».

Avevi mai provato a scappare prima? «Io? Mai! Ho studiato, ho trovato lavoro. La mia famiglia è sempre stata al mio fianco. Da quando lavoro, aiuto a pagare le spese di casa con i miei soldi».

E allora perché sei scappato? «Vedi, io sono capace di fare il mio lavoro e guadagno 3.000 dirham (circa 300 euro) al mese. Ma ho pensato che se andavo in Spagna, potevo trovare un posto migliore, potevo crescere e pian piano aprire un negozio mio. Io lo so che posso farcela. A Marrakech inshallah riesco, ma ci vogliono troppi anni, troppi soldi».

«È stato facile entrare a Ceuta. Said e io che non sappiamo nuotare, siamo passati a piedi, con un gruppo grande di ragazzi, nessuno ci ha fermato, noi per darci coraggio ci dicevamo 'Sir, sir, siiirì' (vai, vai vaiiii, in arabo darijia), e alla fine ci siamo ritrovati a Septa. Dopo tanti chilometri, anche a piedi, eravamo in Spagna davvero».

Hai mai avuto paura? «Sì, quando ho capito che non mi davano da mangiare, che la città era chiusa, tutti i negozi sbarrati, ed era chiusa per noi che eravamo tanti, impossibile controllarci. Lì ho capito che avevo fatto una cavolata. Mio padre mi chiamava in continuazione, piangeva, io avevo caldo, avevo fame, non sapevo dove andare. La prima notte sono rimasto sveglio, poi a Septa, ho dormito su una panchina, con Said».