Il caso
Caso Delmastro: il centrodestra chiude l'accesso alle chat, tensione in aula e possibile ricorso alla Consulta
Coto lampo tra polemiche e si valuta la strada della Corte Costituzionale
Il centrodestra tira dritto sul caso Delmastro. Non ci sarà alcun approfondimento legato alle comunicazioni della Procura di Roma e al cd con le chat partito da piazzale Clodio e arrivato alla Camera.
Il caso delle conversazioni dell’ex sottosegretario alla Giustizia di FdI con Mauro Caroccia torna velocemente in Aula, con ogni probabilità nel pomeriggio alle 16.30. Con la maggioranza intenzionata a negare l’autorizzazione ai pm ad acquisire i messaggi.
Una decisione su cui il presidente della giunta, Devis Dori, si riserva di valutare un ricorso alla corte costituzionale: «Il conflitto in atto in questi giorni ha leso profondamente le prerogative del presidente di un organismo di garanzia - spiega -, esistono gli estremi per sollevare la questione davanti all’Alta Corte. In questa direzione faremo i necessari approfondimenti».»
Il nuovo round di uno dei dossier più bollenti dell’estate parlamentare si tiene nella giunta delle autorizzazioni di Montecitorio, dove gli alleati di governo decidono di portare il caso direttamente in assemblea, senza alcuna integrazione istruttoria. Il voto, che inizialmente si ipotizzava nella giornata di giovedì, sarebbe stato anticipato di un giorno per evitare il rischio numeri a ridosso della pausa estiva. Circostanza che, unita al possibile voto segreto (la cui richiesta, o meno, è ancora oggetto di discussione nel centrosinistra) avrebbe potuto costituire una vera e propria buccia di banana sul percorso immaginato dal centrodestra.
Dopo il braccio di ferro che la scorsa settimana ha coinvolto anche il presidente della Camera, finisce nel vuoto la scelta iniziale del presidente della giunta per le autorizzazioni Devis Dori di consentire la visione delle chat da parte dei componenti della giunta: «sospesà da Lorenzo Fontana in attesa del parere tecnico della giunta per il regolamento, è stata rimandata (per "l'assoluta novità della questione") da quest’ultima alla giunta per le autorizzazioni nel suo plenum. Organismo che avrebbe deciso a maggioranza. Ma Dori, per non creare un precedente, non la mette proprio ai voti, procedendo con l’iniziale programma dei lavori: «Col voto della maggioranza di negare l’integrazione istruttoria - spiega, il contenuto della documentazione inviata dalla Procura di Roma rimarrà inaccessibile».
La vigilia del voto in Aula è già bollente. I 5 stelle vanno all’attacco, con Valentina D’Orso, secondo cui «la cosa più sconvolgente è il motivo per cui è stato piegato il regolamento della Camera e calpestato: la maggioranza e FdI hanno bisogno di scudare una persona, un ex sottosegretario alla giustizia che si metteva in società con una ragazza appena diciottenne figlia di Mauro Caroccia, prestanome del clan Senese». Fratelli d’Italia respinge le accuse al mittente e parla di «due pesi e due misure: Scarpinato e i 5s si sono opposti fermamente alla lettura delle intercettazioni tra il senatore pentastellato e l'ex magistrato Natoli, indagato per favoreggiamento alla mafia», punta il dito il meloniano Dario Iaia.
FI esulta per voce del capogruppo Enrico Costa che sin dall’inizio si era opposto allo slittamento dell’Aula per approfondire le comunicazioni dei pm. E il relatore di maggioranza Pietro Pittalis dà la linea: «L'invio delle chat non aggiunge e non toglie a quanto già deliberato dalla giunta», ovvero di negare ai pm l'acquisizione delle conversazioni del deputato di FdI.
Polemiche sotterranee anche sui numeri con cui lunedì scorso è stata approvata la relazione della giunta per il regolamento: 7 a 6 a favore della maggioranza con l’esponente di Azione, Antonio D’Alessio, che ha lasciato la riunione prima del voto finale. «Un imprevisto di natura personale e familiare - spiega il deputato -. Azione è assolutamente favorevole a che si conosca il contenuto di queste chat» e «voterà perché si autorizzi l'accesso». «Il mio voto - chiarisce ancora - anche se presente, non sarebbe stato decisivo perchè in caso di pareggio sarebbe stato fondamentale il voto del presidente della Camera».