la storia
«Ho inventato tutto»: la lettera di scuse che "cancella" il caso Cappellari e l'auto attentato
In due ore di interrogatorio davanti alla pm Grenna il giornalista ha ammesso la messinscena e si è scusato
Una lettera di scuse consegnata a mano e un interrogatorio fiume di due ore davanti alla pm Alessia Grenna. Si è chiusa così, negli uffici della Procura di Vicenza, la vicenda di Adriano Cappellari, giovane collaboratore giornalistico di Enego, per settimane indicato come simbolo della resistenza alle minacce della criminalità organizzata.
Con una clamorosa ammissione, il cronista ha confessato di aver interamente inscenato l’attentato incendiario denunciato nella notte tra il 30 e il 31 maggio 2026 davanti alla propria abitazione. La resa formale segna lo spartiacque definitivo di una storia che aveva scosso l’opinione pubblica e mobilitato le massime autorità di pubblica sicurezza.
Presentatosi dinanzi alla magistrata inquirente, Cappellari ha abbandonato la versione iniziale, depositando una memoria scritta con cui chiede scusa per la simulazione e ammette di aver orchestrato l’intera messinscena. Restano al momento coperte dal segreto istruttorio le motivazioni più intime, ma l’atto di ammissione archivia in modo definitivo la pista dell’intimidazione mafiosa o camorristica, inizialmente evocata dai messaggi minatori rinvenuti sul luogo dell’esplosione.
A spingerlo alla confessione è stata la fitta rete di riscontri materiali e tecnici raccolti dagli investigatori. Le indagini hanno accertato che il giovane aveva acquistato personalmente online i materiali per l’innesco: cartucce di gas butano/propano e sei bottiglie di alcol etilico denaturato. Determinanti anche le immagini della videosorveglianza: i filmati mostrano un uomo travisato di statura del tutto compatibile con quella di Cappellari e ne ricostruiscono i movimenti. Le telecamere riprendono prima il suo rientro a casa e, subito dopo, le fasi dell’esplosione e dello spegnimento, durante le quali lo stesso Cappellari immortalava la scena con il proprio telefono cellulare.
Di fronte a elementi così stringenti, ogni tentativo difensivo è crollato. La Procura di Vicenza contesta ora al collaboratore accuse gravissime: incendio, calunnia, simulazione di reato continuata, procurato allarme e truffa ai danni di un ente pubblico. Quest’ultima ipotesi deriva dall’attivazione dei protocolli di protezione e vigilanza scattati dopo la denuncia, che hanno coinvolto il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, comportando un ingente dispendio di risorse investigative e di sicurezza dello Stato.