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lo scontro

Migranti, la Germania stringe i tempi: «I rientri verso l'Italia devono ripartire". Roma: «Compensiamo le vostre Ong»

Berlino rifiuta deroghe sul nuovo regolamento mentre il Viminale fa scudo sui vecchi arrivi e risponde al pressing tedesco: «Nel calcolo della solidarietà pesino anche gli sbarchi delle navi battenti bandiera estera»

09 Agosto 2026, 23:51

10 Agosto 2026, 00:00

Migranti, la Germania stringe i tempi: «I rientri verso l'Italia devono ripartire". Roma: «Compensiamo le vostre Ong»

A meno di due mesi dall’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, l’accordo incappa già in un primo, severo banco di prova politico. Il governo tedesco ha assunto una posizione netta: con il nuovo quadro normativo dell’Unione ormai operativo, i trasferimenti dei richiedenti asilo verso gli Stati di primo ingresso devono ripartire senza indugi. Una pretesa che collide con la linea del Viminale, secondo cui al momento «non c’è nessuno da riprendere».

Al centro dello scontro figurano i cosiddetti movimenti secondari, ossia lo spostamento verso il Nord Europa di persone entrate inizialmente attraverso le frontiere meridionali dell’Unione, in particolare Italia e Grecia. Il nuovo impianto, definito dal Regolamento Ue che dal 12 giugno 2026 ha sostituito Dublino III, mirava a rendere i ricollocamenti più ordinati e prevedibili. L’applicazione concreta, però, ha riacceso tensioni mai sopite tra partner comunitari. La Germania, guidata dal cancelliere Friedrich Merz, che ha posto il contenimento dell’immigrazione irregolare tra le priorità di governo, insiste perché le regole comuni siano applicate senza deroghe unilaterali.

A irrigidire ulteriormente il clima interviene la Commissione europea. Nella prima valutazione operativa, pubblicata il 16 luglio 2026 e riferita alle prime tre settimane di attuazione del Patto (dal 12 giugno al 7 luglio), Bruxelles ha segnalato dodici richieste di trasferimento verso l’Italia, tutte respinte da Roma. La Commissione ha ricordato che lo Stato di destinazione non può limitarsi al diniego, ma deve proporre date alternative. Pur riconoscendo il lavoro preparatorio svolto dall’Italia, l’Esecutivo Ue ha chiarito che ora servono “passi concreti” perché i trasferimenti avvengano effettivamente, sancendo di fatto la fine della fase transitoria.

La replica italiana si muove su un doppio binario, giuridico e politico. Fonti del Ministero dell’Interno precisano che l’Italia considera chiuse, in base a intese bilaterali, le posizioni dei migranti giunti in Europa prima del 12 giugno 2026. Per gli arrivi successivi, Roma ritiene prematuro stabilire se vi siano persone già accertate in altri Stati membri. Inoltre, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni solleva una questione politica più ampia, chiedendo una “compensazione” che tenga conto dei migranti soccorso in mare e sbarcati in Italia da navi di Ong con bandiera di altri Paesi europei, con esplicito riferimento alla Germania. Nella visione italiana, l’onere dell’accoglienza non può gravare esclusivamente sui Paesi di frontiera. Questa impostazione, però, si scontra con l’architettura del nuovo regolamento, che separa in modo netto la responsabilità per l’esame delle domande di protezione internazionale dai meccanismi di solidarietà politica.

La pressione esercitata da Berlino non è avulsa dalla politica interna. Il 6 settembre 2026 si voterà nel Land della Sassonia-Anhalt, in un contesto segnato dall’elevata competitività dell’AfD. Dimostrare fermezza su controlli e rimpatri è per il governo federale un segnale chiave da indirizzare al proprio elettorato. Ridurre lo scontro a una variabile elettorale, tuttavia, sarebbe riduttivo. Il vero test per la tenuta del Patto Ue arriverà a ottobre 2026, quando è attesa la prossima valutazione ufficiale della Commissione. Se i canali di trasferimento resteranno bloccati, l’attrito diplomatico rischia di degenerare in un contenzioso operativo permanente, minando alla radice la credibilità della riforma migratoria appena varata»