immigrazione
L'asse tra Meloni e la premier socialdemocratica danese spinge l’Europa verso la stretta sui migranti
Dal messaggio condiviso sui social alla spinta per i centri di rimpatrio nei Paesi terzi: come l’intesa tra Roma e Copenaghen sta ridefinendo il dibattito Ue
Due leader lontane per famiglia politica, vicine sul dossier più esplosivo d’Europa. Il messaggio condiviso da Giorgia Meloni e Mette Frederiksen sull’“immigrazione incontrollata” è l’ultimo passo di un asse che prova a spostare il baricentro dell’Unione verso rimpatri più rapidi, hub nei Paesi terzi e una lettura più restrittiva del rapporto tra diritti e frontiere.
Il punto, per Giorgia Meloni e Mette Frederiksen, è chi detta oggi il lessico politico europeo su frontiere, rimpatri e sovranità democratica. Oggi la presidente del Consiglio italiana e la premier danese hanno diffuso un “messaggio congiunto per l’Europa” nel quale affermano di non accettare “un’immigrazione incontrollata” e sostengono che l’immigrazione illegale produca effetti negativi sulle società europee. Lo stesso articolo collega quella presa di posizione alla richiesta di andare avanti con espulsioni e centri per i rimpatri in Paesi terzi.
Meloni guida un governo di destra nazional-conservatrice; Frederiksen è la leader della socialdemocrazia danese. Il loro asse dimostra che la linea dura sull’immigrazione non è più confinata al perimetro della destra europea, ma ha conquistato un terreno molto più largo. In altre parole, la convergenza tra Italia e Danimarca segnala che la discussione in Europa non è più se irrigidire le politiche migratorie, ma fino a che punto farlo e con quali garanzie.
Un asse costruito nel tempo, non nato in un giorno
L’intesa tra le due capitali non nasce ad agosto. Già il 22 maggio, su iniziativa di Danimarca e Italia, era stata lanciata una lettera firmata da nove Paesi europei per aprire una discussione sul modo in cui le convenzioni internazionali e la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo incidono sulla capacità degli Stati di espellere stranieri condannati o considerati pericolosi. In quella occasione Mette Frederiksen, da Roma, rivendicò apertamente la necessità di “abbassare l’afflusso di migranti in Europa” e di riaprire il confronto sull’interpretazione dei diritti umani in materia migratoria.
Quella iniziativa aveva già fatto capire due cose. La prima: la questione migratoria, per Meloni e Frederiksen, non riguarda solo gestione dei flussi e cooperazione con i Paesi d’origine, ma anche il rapporto tra sovranità nazionale e vincoli sovranazionali. La seconda: il terreno scelto è quello della costruzione di maggioranze politiche transnazionali, capaci di spostare l’asse del dibattito europeo.
Un ulteriore passaggio è arrivato il 19 giugno, quando il governo danese ha ufficializzato un nuovo fronte comune con l’Italia e con “una maggioranza di Paesi Ue” per spingere sull’uso di centri di accoglienza e di uscita fuori dall’Europa, cioè strutture in Paesi terzi pensate per facilitare i rimpatri e ridurre i flussi irregolari. Nel comunicato Frederiksen sostiene che una immigrazione troppo elevata abbia “enormi conseguenze” per le popolazioni europee e per la coesione sociale, e rivendica la necessità di riprendere il controllo dei confini.
Nello stesso giorno è stato pubblicato anche il testo della lettera congiunta. Il documento parla della necessità che sia una “decisione democratica” stabilire chi può entrare e restare nei Paesi europei, chiede di sfruttare pienamente le nuove possibilità previste dalla legislazione Ue e cita esplicitamente come esempio già operativo la cooperazione Italia-Albania. L’obiettivo dichiarato è colpire il modello di business dei trafficanti, disincentivare la migrazione irregolare e aumentare l’efficacia dei rimpatri, “in conformità con il diritto Ue e con le convenzioni internazionali”.
Il nodo dei “return hubs”: cosa sono e perché contano
Quando Meloni e Frederiksen insistono su espulsioni e centri nei Paesi terzi, il riferimento politico e normativo è ormai abbastanza chiaro: i cosiddetti return hubs, gli hub di rimpatrio esterni all’Unione. La riforma europea sui rimpatri, oggetto di accordo politico nel 2026, consente la possibilità di utilizzare questi strumenti e rafforza il riconoscimento reciproco delle decisioni di rimpatrio tra gli Stati membri.
Il dato che spinge molti governi verso questa strada è l’inefficienza storica dei rimpatri. Un briefing del Servizio di ricerca del Parlamento europeo ricorda che nel 2025 il tasso di rimpatrio nell’insieme Ue+ è stato del 28%, il livello più alto degli ultimi dieci anni ma ancora insufficiente rispetto al numero di ordini di lasciare il territorio europeo. Lo stesso briefing spiega che gli hub in Paesi terzi potranno essere usati per persone senza diritto a rimanere nell’Unione, ma avverte anche che restano aperte domande cruciali su costi, deterrenza effettiva e tutela dei diritti fondamentali.
Qui si capisce il senso dell’offensiva politica di Roma e Copenaghen. Per i due governi, la novità normativa non basta: serve trasformarla rapidamente in strutture, accordi operativi e una nuova prassi europea. Il messaggio di agosto, dunque, non fa che ribadire una linea già emersa: l’immigrazione irregolare va contrastata non solo alle frontiere, ma anche agendo sulla fase successiva, quella dell’allontanamento di chi non ha titolo a restare.
Perché la Danimarca pesa più di quanto sembri
Dal punto di vista italiano, il sostegno danese ha un valore che va oltre i numeri demografici o il peso economico del Paese. La Danimarca rappresenta da anni il caso più emblematico di una socialdemocrazia che ha incorporato una politica migratoria molto severa dentro una cornice di welfare forte e di legittimazione popolare. Per Meloni, avere come alleata proprio Frederiksen significa mostrare che la richiesta di controlli più rigidi non è più facilmente liquidabile come slogan ideologico di destra.
Non a caso anche a livello ministeriale il raccordo si è intensificato. L’8 luglioil ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha incontrato al Viminale il ministro danese dell’Immigrazione e dell’Integrazione Morten Bødskov. Il comunicato del ministero italiano indica tra i temi centrali proprio la creazione di hub europei in Paesi terzi sicuri per il rimpatrio dei migranti e la necessità di un’azione Ue più efficace con i Paesi di origine.
Le obiezioni: diritti, garanzie, rischio di esternalizzazione senza controllo
La nuova disciplina europea sui rimpatri e l’idea degli hub in Paesi terzi non trovano consenso unanime. UNHCR il 6 luglio ha chiesto robuste garanzie di protezione nell’attuazione del regolamento europeo sui rimpatri. L’agenzia Onu osserva che il testo finale non ha recepito varie raccomandazioni e segnala criticità specifiche: l’estensione delle regole a categorie diverse di persone, incluse alcune con ricorsi ancora pendenti, e l’uso dei return hubs, che secondo l’UNHCR dovrebbe restare limitato a situazioni temporanee in cui il rientro nel Paese di origine non sia ragionevolmente possibile in tempi brevi.
Anche il briefing del Parlamento europeo segnala che gli hub potrebbero esporre l’Unione a contenziosi e a dubbi seri sulla capacità degli Stati membri di verificare, una volta collocate le persone fuori dal territorio Ue, il pieno rispetto dei diritti umani. La questione non è secondaria: più la gestione viene esternalizzata, più aumenta il rischio di opacità amministrativa e di scarico delle responsabilità politiche su Paesi terzi.
È qui che l’asse Meloni-Frederiksen incontra il suo principale banco di prova. Se la linea dura vuole diventare nuova normalità europea, dovrà reggere non solo alla battaglia politica ma anche a quella giuridica. Perché il conflitto non riguarda più soltanto quanti migranti arrivano, ma quali strumenti l’Europa considera legittimi per fermarli o rimpatriarli.