retroscena
Renzi e la tentazione delle primarie: così il leader di Italia Viva prova a rimettere il centro al centro del centrosinistra
Lex premier prova a ridefinire il suo ruolo nel campo progressista. Ma la vera domanda è se il centrosinistra sia pronto ad accettare regole, equilibrio e un candidato che tenga insieme riformismo e coalizione
Matteo Renzi ha rimesso in moto il proprio cantiere, ha fissato la prossima Leopolda a Firenze dal 2 al 4 ottobre e insiste su un punto che considera decisivo per le future politiche del 2027: nel centrosinistra, senza una gamba centrista e riformista, la partita con la destra rischia di essere persa in partenza. È dentro questa cornice che prende forma la tentazione raccontata dal Foglio: se non dovesse emergere un candidato credibile dell’area moderata per le primarie della coalizione, l’ex premier potrebbe anche valutare una discesa in campo in prima persona.
La mossa, semmai si concretizzasse, sarebbe il riflesso di una difficoltà più ampia: il campo largo continua a cercare un equilibrio tra la leadership di Elly Schlein, il peso di Giuseppe Conte, la domanda di unità e il bisogno, rivendicato da Renzi e da altri interlocutori centristi, di non ridurre la coalizione a una somma di sigle di sinistra. In altre parole, la questione delle primarie non riguarda solo chi guida la coalizione, ma quale profilo politico essa intenda presentare al paese.
La Leopolda come snodo, non solo come rituale
Renzi ha scelto di dare alla prossima Leopolda un titolo fortemente simbolico: Itaca. È un’immagine che serve a tenere insieme più livelli: il racconto di sé, il rilancio di Italia Viva, la pretesa di parlare a un’area riformista dispersa e la possibilità di influire sugli assetti dell’opposizione.
Ma la Leopolda, nei piani renziani, non dovrebbe essere soltanto una convention identitaria. In una recente intervista al Corriere della Sera, ripresa anche sul sito personale del leader di Italia Viva, Renzi ha spiegato che proprio alla Leopolda di ottobre dovrebbe chiudersi il percorso delle Primarie delle idee e dovrebbe arrivare anche il nome che rappresenterà quell’area alle eventuali primarie della coalizione. È un passaggio non secondario: significa che Firenze viene pensata come il luogo in cui trasformare un laboratorio programmatico in una proposta politica organizzata.
Qui sta uno dei tratti più interessanti della fase. Renzi non si limita a chiedere un posto al tavolo del centrosinistra: prova a costruire una legittimazione esterna ai partiti tradizionali, fondata su una mobilitazione programmatica che intercetti amministratori, associazioni, professioni e pezzi di società civile. È la formula con cui da mesi cerca di allargare il perimetro di Italia Viva oltre il suo peso parlamentare.
Le Primarie delle idee: il tentativo di allargare la piattaforma
Il progetto delle Primarie delle idee è stato presentato da Italia Viva come un percorso partecipativo per raccogliere proposte e costruire una piattaforma riformista. A maggio, nella tappa piemontese, il vicepresidente nazionale del partito Enrico Borghi lo ha definito un itinerario che mira a selezionare decine di proposte utili a costruire il programma del “nuovo centrosinistra riformista”.
Questa operazione ha almeno due obiettivi. Il primo è interno: dare a Italia Viva un’agenda che non sia soltanto tattica, ma anche contenutistica. Il secondo è esterno: accreditare Renzi come uno dei pochi interlocutori capaci di parlare contemporaneamente ai moderati del centrosinistra, a pezzi del liberalismo europeo e a quell’elettorato amministrativo che teme una coalizione sbilanciata sul versante movimentista o massimalista.
La formula, del resto, intercetta un vuoto reale. Il centrosinistra italiano appare ancora lontano da una piattaforma condivisa su alcuni nodi pesanti — politica estera, energia, lavoro, fisco, rapporto con le imprese — e su questo vuoto Renzi prova a costruire la propria utilità. Non a caso insiste più sul metodo che sulle alleanze immediate: prima le regole, poi il perimetro, poi il nome.
Il nodo del candidato riformista: un sindaco, un amministratore, un profilo spendibile
Renzi continua a preferire un candidato non riconducibile al profilo classico del capo-partito nazionale: un sindaco, un amministratore, una figura riformista con esperienza di governo locale. Nel retroscena compaiono i nomi di Silvia Salis, sindaca di Genova, e di Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli, mentre in altri passaggi del dibattito pubblico è circolato anche quello di Giorgio Gori. Il filo che lega queste ipotesi è evidente: cercare un volto competitivo ma non divisivo, capace di parlare sia al centrosinistra tradizionale sia a quell’elettorato centrista che non si riconosce né nel populismo contiano né nella linea più identitaria della sinistra.
Il problema, almeno fin qui, è che il nome non c’è. O meglio: non c’è un nome che abbia dato disponibilità politica, convenienza strategica e consenso preventivo sufficienti. Silvia Salis, indicata da più parti come un profilo potenzialmente competitivo, ha mantenuto una linea prudente; Gaetano Manfredi resta legato al suo ruolo amministrativo e al suo equilibrio napoletano; altre figure sono state evocate, ma senza fare il salto dalla suggestione alla candidatura.
È precisamente in questo vuoto che la tentazione di Renzi diventa politicamente leggibile. Se il progetto centrista deve presentarsi alle primarie con un volto riconoscibile e quel volto non emerge, allora l’ex presidente del Consiglio può finire per considerare se stesso come soluzione di ripiego o, dal suo punto di vista, come extrema ratio per non lasciare scoperto quel pezzo di campo.
La partita con Più Europa e il cantiere liberaldemocratico
A rendere più mobile il quadro c’è anche ciò che accade in Più Europa. Nelle ultime settimane il partito è stato attraversato da uno scontro duro tra Riccardo Magi e l’area riconducibile a Benedetto Della Vedova e Matteo Hallissey, con tensioni interne raccontate da più testate nazionali. Il tema non è solo organizzativo: riguarda anche la collocazione politica di un soggetto che oscilla tra un’alleanza stretta con il Pd e la tentazione di un approdo più marcatamente liberal-riformista.
Per Italia Viva questo passaggio è cruciale. RaiNews ha documentato la partecipazione di Benedetto Della Vedova ad alcune tappe delle Primarie delle idee, con l’obiettivo dichiarato di lavorare a un’aggregazione “liberal democratica, riformista ed europeista” che poi possa cercare un’intesa più larga con il resto dell’opposizione. Anche il Foglio ha raccontato la crescente interlocuzione tra Renzi e Della Vedova.
Tradotto: Renzi osserva con attenzione la frattura di Più Europa perché lì può trovare pezzi del ceto politico e dell’elettorato che servono per dare consistenza alla sua “casa riformista”. Non è ancora una federazione, e non sarebbe corretto presentarla come tale. Ma è un movimento reale: la ricerca di un’area europeista e moderata che non voglia essere subalterna né al sovranismo della destra né a una coalizione progressista priva di baricentro centrista.
“Patti di ferro” e regole prima dei nomi
Sul terreno delle primarie Renzi insiste da mesi su un concetto preciso: servono regole condivise e impegni vincolanti tra i partecipanti. In più occasioni ha sostenuto che, se si fanno le primarie, chi vince deve essere sostenuto da tutti. È questo il senso dei suoi “patti di ferro”: non un rito competitivo fine a se stesso, ma un meccanismo che impedisca di usare i gazebo come sfogatoio per poi riaprire il conflitto il giorno dopo.
Il ragionamento è lineare. Una coalizione in cui convivono Pd, M5S, sinistra ecologista, centristi e riformisti non può permettersi primarie improvvisate o puramente simboliche. Le differenze su dossier cruciali sono troppe per pensare che basti una consultazione popolare a sciogliere i nodi. Per Renzi, dunque, le primarie hanno senso solo se sono precedute da un accordo politico serio su programma minimo, perimetro e lealtà reciproca.
Non è una posizione neutra. Chiedere patti stringenti significa anche provare a responsabilizzare soprattutto Schlein e Conte, cioè i due leader con il maggior peso mediatico e organizzativo nell’opposizione. In filigrana, il messaggio è questo: se volete l’unità, dovete accettare che il centro non sia una decorazione ma una componente negoziale vera.