LE ESPULSIONI
Migranti, la Germania riapre il dossier dei trasferimenti verso l’Italia: perché il nuovo Patto Ue rischia già il primo strappo
Il nuovo Patto Ue sull’asilo è entrato in applicazione da poche settimane, ma la disputa sui richiedenti da riportare nel Paese di primo ingresso mostra già quanto sarà difficile trasformare le regole in cooperazione effettiva.
Non è solo un contenzioso amministrativo tra due governi. La decisione di Berlino di riattivare i trasferimenti di richiedenti asilo verso l’Italia riporta al centro la faglia più profonda della politica migratoria europea: la distanza tra le regole scritte a Bruxelles e la loro applicazione reale sulle frontiere del Sud e nei Paesi del Nord.
Il dossier dei cosiddetti dublinanti torna a incrinare l’asse tra Roma e Berlino proprio mentre l’Unione europea prova a inaugurare una nuova stagione della politica migratoria. La Germania ha confermato di voler riprendere i trasferimenti verso l’Italia delle persone la cui domanda d’asilo, secondo le regole europee, dovrebbe essere esaminata dal Paese di primo ingresso. È un passaggio che tocca un nervo scoperto: per anni il meccanismo di Dublino è stato contestato dai Paesi di frontiera perché concentrava su di loro il peso amministrativo e logistico dell’accoglienza; oggi, con l’entrata in applicazione del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo dal 12 giugno 2026, la partita si riapre dentro un quadro giuridico diverso, ma non meno conflittuale.
Il punto politico, prima ancora che tecnico, è questo: Berlino considera la riattivazione dei trasferimenti un tassello della stretta sui movimenti secondari dentro l’Ue, cioè sugli spostamenti dei richiedenti asilo da uno Stato membro all’altro dopo il primo ingresso. Per il governo tedesco, che da anni denuncia una pressione eccessiva sulle proprie strutture di accoglienza, il nuovo sistema europeo offre strumenti più chiari per riportare i richiedenti nel Paese competente. Da qui la volontà di dare seguito alle procedure verso Italia e Grecia, due Stati che in passato avevano spesso rallentato o reso di fatto molto difficile l’esecuzione materiale dei trasferimenti.
Sul piano formale, il riferimento non è più soltanto al vecchio sistema di Dublino III. Il nuovo Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione mantiene il principio secondo cui la responsabilità della domanda spetta, in via generale, allo Stato di primo ingresso o di soggiorno legale, ma prova a renderlo più prevedibile e accompagnato da un meccanismo di solidarietà flessibile tra gli Stati membri. In teoria, il Patto avrebbe dovuto superare almeno una parte delle distorsioni del passato; nella pratica, sta mostrando fin dai primi mesi la fragilità dell’equilibrio tra responsabilità e solidarietà.
Che cosa è cambiato dal 12 giugno 2026
Dal 12 giugno scorso le norme del Patto sono entrate in applicazione in tutti gli Stati membri. L’EUAA, l’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo, parla di una “profonda riforma” del sistema comune europeo di asilo; il Consiglio Ue sottolinea che il nuovo regolamento chiarisce i criteri di competenza, semplifica i trasferimenti e introduce un meccanismo di solidarietà obbligatorio ma flessibile. La Commissione europea, a sua volta, ha presentato il nuovo quadro come un bilanciamento tra rigore e condivisione delle responsabilità.
Per Berlino, però, la parte decisiva non è quella simbolica ma quella operativa: evitare che chi è stato registrato o è entrato per primo in un altro Paese possa stabilirsi di fatto in Germania attraverso lungaggini procedurali, ricorsi o mancate collaborazioni tra amministrazioni. In questa logica si inserisce anche la creazione in Germania di strutture dedicate ai casi di migrazione secondaria e ai fascicoli riconducibili all’area di Dublino, con l’obiettivo dichiarato di accelerare le decisioni e i ritorni verso lo Stato competente.
Gli accordi con Italia e Grecia firmati nel 2025
A rafforzare la posizione tedesca ci sono anche intese politiche maturate nei mesi precedenti. In una nota del 9 dicembre 2025, il ministero della Giustizia, Migrazione e Tutela dei consumatori del Land Turingia ha richiamato esplicitamente l’intesa raggiunta dal ministro federale dell’Interno Alexander Dobrindt con Italia e Grecia per una “attuazione conforme al diritto europeo” del sistema di Dublino. Nello stesso testo si legge che da giugno 2026, con l’applicazione delle riforme del sistema comune europeo di asilo, Grecia e Italia sarebbero tornate a rispettare “pienamente” l’obbligo di riprendere le persone registrate per prime sul loro territorio.
Non si tratta di una fonte federale di primo livello, ma il documento è significativo perché cristallizza una linea politica tedesca già maturata nell’autunno del 2025: con il nuovo assetto europeo alle porte, Berlino riteneva che il lungo congelamento di fatto dei trasferimenti verso alcuni Paesi di primo approdo non potesse più continuare. Il messaggio, letto oggi, è semplice: la Germania considera la riapplicazione delle regole non un’opzione negoziabile, ma una conseguenza dell’entrata in vigore del nuovo quadro europeo.
Il nodo italiano: preparazione sì, trasferimenti ancora difficili
Il problema è che l’Italia, secondo la stessa Commissione europea, si trova ancora in una zona grigia. Nella prima valutazione sull’applicazione delle nuove regole, pubblicata il 16 luglio 2026, Bruxelles riconosce a Roma un “impegno significativo” nella preparazione al nuovo sistema, ma aggiunge che restano necessari “ulteriori passi concreti” per garantire che i trasferimenti avvengano davvero in modo efficace. È una formula diplomatica, ma il senso è netto: la macchina italiana non è ancora considerata pienamente operativa.
Un documento della Commissione pubblicato su EUR-Lex offre un dettaglio ancora più sensibile. Nel testo si ricorda che le circolari emanate dalla Unità Dublino italiana nel dicembre 2022, con cui veniva chiesta la sospensione temporanea dei trasferimenti verso l’Italia per mancanza di posti di accoglienza, non risultavano formalmente revocate o sostituite. Lo stesso documento registra che nel periodo iniziale di applicazione del nuovo regolamento vi è stato un solo trasferimento verso l’Italia, basato però su una richiesta confermata prima del 12 giugno 2026. Bruxelles chiede inoltre all’Italia di rimuovere con priorità gli ostacoli ancora esistenti e di assicurare la cooperazione logistica e pratica necessaria per far avvenire i trasferimenti conformemente alle nuove regole.
È qui che il contenzioso con la Germania diventa più concreto. Per il governo tedesco, se il Patto è entrato in applicazione il 12 giugno 2026, non ci sono più le condizioni politiche per tollerare sospensioni informali o rinvii sistematici. Per il governo italiano, invece, la fase di transizione e l’impatto sui sistemi di accoglienza restano elementi centrali. La distanza non è solo interpretativa: riguarda il modo in cui ciascun Paese definisce il rapporto tra obblighi giuridici e capacità amministrativa reale.
Perché Berlino insiste
La spinta tedesca va letta anche alla luce dei numeri accumulati negli ultimi anni. Una risposta del governo federale al Bundestag, pubblicata nel settembre 2025, mostrava che nel primo semestre 2025 la Germania aveva presentato 20.574 richieste di presa in carico ad altri Stati membri nell’ambito del sistema di Dublino. La stessa documentazione e altri materiali di monitoraggio tedeschi sottolineano da tempo lo scarto tra richieste inoltrate, accettazioni formali e trasferimenti effettivamente eseguiti. In altre parole: per Berlino il problema non è tanto la norma, quanto la sua esecuzione concreta.
Dentro questo quadro si inserisce anche il discorso interno tedesco sulla sicurezza, sulla tenuta dei comuni e sulla riduzione delle domande multiple o reiterate. La Bundesregierung presenta la riforma europea come uno strumento per ridurre le domande ripetute, accelerare le procedure e alleggerire il peso su amministrazioni e territori. È una narrazione che risponde a un dibattito domestico molto forte e che spiega perché il tema dei trasferimenti verso l’Italia sia diventato, per la politica tedesca, un test di credibilità del nuovo assetto europeo.
Il paradosso del nuovo Patto
C’è però un paradosso che pesa sull’intera vicenda. Il nuovo Patto nasce anche per correggere gli squilibri storici del vecchio sistema, eppure nella sua fase iniziale rischia di riattivare proprio il conflitto classico tra Paesi di frontiera e Paesi di destinazione. Da un lato, Italia, Grecia, Spagna e Cipro vengono riconosciuti dalla stessa Ue come Stati sottoposti a pressione migratoria e destinatari di strumenti di solidarietà; dall’altro, il regolamento continua a chiedere che i movimenti secondari siano contrastati e che i trasferimenti verso lo Stato competente funzionino in modo più rapido. Il risultato è una doppia pressione: più supporto europeo promesso, ma anche più rigore nell’applicazione delle responsabilità nazionali.
Per Roma, il rischio è evidente: essere chiamata a far funzionare i ritorni intraeuropei proprio mentre continua a gestire la pressione degli arrivi e la complessa riorganizzazione imposta dal Patto. Per Berlino, il rischio opposto è che il nuovo sistema perda credibilità già nei primi mesi se uno Stato membro può ancora sottrarsi, in pratica, ai trasferimenti. Sono due letture speculari della stessa crisi.
Che cosa può succedere adesso
La prossima verifica formale della Commissione europea è attesa per ottobre 2026. Fino ad allora Bruxelles continuerà a monitorare il livello di cooperazione operativa tra gli Stati membri e, nel caso italiano, soprattutto la capacità di rendere effettivi i trasferimenti. Non è escluso che da qui ai prossimi mesi il confronto si intensifichi, perché il tema tocca insieme diritto dell’asilo, gestione delle frontiere, rapporti bilaterali e politica interna.
Sul tavolo, in fondo, c’è una domanda che accompagna l’Europa da oltre un decennio: chi deve farsi carico delle domande d’asilo quando gli arrivi si concentrano sulle frontiere meridionali ma le mete finali dei migranti sono spesso i Paesi del Nord? Il Patto europeo avrebbe dovuto offrire una risposta più ordinata. La vicenda dei trasferimenti dalla Germania all’Italia mostra invece che la fase dell’attuazione sarà tutt’altro che lineare. E che il vecchio lessico di Dublino, nonostante le riforme, continua a pesare sulla politica europea più di quanto Bruxelles sperasse.