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la storia

I paesi arabi siglano il "Patto della Mecca" e lo scenario internazionale potrebbe cambiare

Un impegno di mutua difesa che mette insieme risorse saudite, capacità operative turche e la capacità nucleare pachistana

13 Agosto 2026, 15:49

15:50

I paesi arabi siglano il "Patto della Mecca" e lo scenario internazionale potrebbe cambiare

Alla Mecca non è nata una nuova Nato. Almeno non ancora. Ma il patto firmato il 7 agosto da Mohammed bin Salman, Recep Tayyip Erdogan e Shehbaz Sharif rappresenta più di una semplice dichiarazione politica. Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno sottoscritto il Mecca Joint Defence Agreement, impegnandosi a considerare un attacco armato contro uno dei tre Paesi come un attacco contro tutti. Una formula che il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha definito, dal punto di vista tecnico, equivalente al principio alla base dell'articolo 5 dell'Alleanza Atlantica.

L'accordo prevede inoltre la creazione di un comitato ministeriale e di un segretariato permanente in Arabia Saudita. Erdogan ha già lasciato intendere che il progetto potrebbe allargarsi ad altri Paesi. Il nome che ricorre con maggiore insistenza è quello dell'Egitto. La domanda, dunque, è inevitabile: sta nascendo una Nato del mondo musulmano? La risposta, per ora, è no. Ma sarebbe altrettanto sbagliato considerare l'intesa soltanto come un'operazione simbolica.

Un articolo 5 senza una Nato

La differenza con la Nato è sostanziale. L'articolo 5 dell'Alleanza Atlantica non vive soltanto della frase secondo cui un attacco a un membro è un attacco a tutti. Alle sue spalle ci sono decenni di strutture militari integrate, comandi comuni, pianificazione, esercitazioni, interoperabilità delle forze armate, sistemi di intelligence e infrastrutture condivise.

Soprattutto, c'è una storia di cooperazione militare costruita nel tempo.

Il patto della Mecca non possiede ancora nulla di comparabile. La clausola di mutua difesa è una promessa politica e strategica, ma restano da definire molti dei meccanismi attraverso i quali quella promessa dovrebbe tradursi in una risposta concreta. Ankara ha chiarito che l'assistenza potrebbe assumere forme diverse, dalla condivisione dell'intelligence fino all'assistenza militare, senza che questo significhi automaticamente l'ingresso in guerra di tutti i firmatari.

Dire che un attacco contro un Paese sarà considerato un attacco contro tutti non significa necessariamente che, il giorno dopo, eserciti turco e pachistano debbano combattere sul terreno al fianco di quello saudita. La vera partita comincerà quando sarà necessario stabilire che cosa significa concretamente “difesa comune”.

Tre potenze con interessi diversi

L'Arabia Saudita porta soprattutto risorse finanziarie, capacità di investimento e una spesa militare tra le più elevate al mondo. Riad ha acquistato negli ultimi decenni sistemi d'arma sofisticati, ma il problema della sicurezza del Regno non è mai stato soltanto quello della quantità di armi disponibili. È la protezione delle infrastrutture strategiche a rappresentare una delle principali vulnerabilità. Raffinerie, impianti petroliferi, porti, aeroporti e infrastrutture energetiche sono obiettivi particolarmente sensibili in una regione nella quale missili e droni hanno già dimostrato di poter superare, almeno in parte, i sistemi di difesa.

La Turchia offre invece una combinazione diversa: un esercito di grandi dimensioni, esperienza operativa maturata in diversi teatri regionali e un'industria della difesa che negli ultimi anni ha acquisito un peso crescente. Droni, sistemi navali, missili e tecnologie militari sviluppate internamente hanno trasformato Ankara da semplice acquirente a importante esportatore di armamenti.

Il Pakistan, infine, aggiunge una capacità che nessun altro Paese musulmano possiede: l'arsenale nucleare.

L'ombrello nucleare pachistano

Da tempo esistono speculazioni sull'eventualità che il Pakistan possa offrire all'Arabia Saudita una sorta di garanzia strategica legata alla propria capacità nucleare.

Il precedente accordo bilaterale tra Arabia Saudita e Pakistan aveva già alimentato ipotesi sull'esistenza di un eventuale “ombrello nucleare” pachistano sul Regno. Islamabad ha negato che quell'intesa prevedesse una simile garanzia. Non esistono, al momento, elementi pubblici sufficienti per sostenere che il nuovo accordo trilaterale abbia modificato quella situazione. Il semplice ingresso del Pakistan in una struttura di difesa comune, dunque, non equivale alla creazione di una deterrenza nucleare saudita.

Perché Riad ha bisogno di nuovi alleati

Per capire perché questo accordo arrivi proprio adesso bisogna guardare soprattutto all'Arabia Saudita. Per decenni la sicurezza del Regno è stata costruita attorno alla relazione con gli Stati Uniti. Washington è stata il principale garante esterno dell'ordine di sicurezza del Golfo, mentre Riad ha investito enormi risorse nell'acquisto di armamenti americani.

Ma gli ultimi anni hanno mostrato a Mohammed bin Salman una realtà difficile da ignorare: la dipendenza da un unico protettore comporta un rischio strategicoGli attacchi iraniani e quelli condotti dalle milizie alleate di Teheran hanno dimostrato la vulnerabilità delle infrastrutture saudite. Anche la minaccia proveniente dagli Houthi dello Yemen continua a rappresentare un problema. Ed è proprio mentre il nuovo patto veniva presentato come uno strumento di deterrenza che la minaccia è tornata a manifestarsi.

Il primo test è arrivato quasi subito

Due giorni dopo la firma dell'accordo della Mecca, gli Houthi hanno rivendicato un attacco contro una raffineria di Aramco nella provincia saudita di Jazan. L'impianto è stato interessato da un incendio, poi domato, mentre non sono state riportate vittime. La responsabilità dell'attacco è stata attribuita dagli Houthi, mentre le prime ricostruzioni hanno registrato anche altre azioni contro infrastrutture e obiettivi nella regione. Non si è vista, naturalmente, una risposta militare collettiva turco-saudita-pachistana.