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giudiziaria

Lavitola ammette di essere il mandante ma resta in carcere: attentato a Ranucci, il movente resta un mistero

La decisione del gip dopo l'interrogatorio, l'indagine prosegue perché ci sono tanto punti che devono essere chiariti

13 Agosto 2026, 15:56

16:00

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Valter Lavitola

Resta in carcere Valter Lavitola, l’imprenditore ed ex giornalista-editore finito al centro dell’inchiesta sull’attentato contro Sigfrido Ranucci. Il gip di Roma ha respinto l’istanza presentata dall’avvocato Sergio Cola, che aveva chiesto per il suo assistito la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. Una richiesta sulla quale la Procura di Roma aveva espresso parere negativo.

La decisione arriva dopo l’interrogatorio di garanzia durante il quale Lavitola ha ammesso davanti al giudice di essere il mandante dell’azione contestata dagli inquirenti. Una dichiarazione che rappresenta un passaggio importante nell’inchiesta, ma che non chiude naturalmente la vicenda giudiziaria: le responsabilità dovranno essere accertate nelle successive fasi del procedimento.

L’attentato contro Ranucci

La vicenda nasce dall’attentato avvenuto nell’ottobre 2025 davanti alla villetta di Sigfrido Ranucci, giornalista e conduttore di Report. Un ordigno era stato fatto esplodere nei pressi dell’abitazione del giornalista a Pomezia. Le indagini della Procura di Roma hanno portato inizialmente all’arresto di quattro persone, ritenute dagli investigatori gli esecutori materiali dell’azione. Successivamente l’attenzione degli inquirenti si è concentrata su Lavitola, indicato come il presunto mandante. Nel luglio scorso, durante le attività investigative, erano stati sequestrati all’imprenditore telefoni, computer e altri materiali poi sottoposti ad analisi.

Secondo l’impostazione accusatoria, Lavitola avrebbe avuto un ruolo nella pianificazione dell’attentato e avrebbe incaricato un intermediario di individuare persone in grado di procurare l’esplosivo e realizzare l’azione. L’inchiesta gli contesta anche ipotesi di reato particolarmente gravi, tra cui la strage e l’associazione per delinquere di tipo mafioso.

La versione di Lavitola

Durante l’interrogatorio di garanzia, Lavitola ha fornito la propria ricostruzione dei fatti e ha ammesso di avere commissionato l’azione, ma ha sostenuto che non aveva ordinato di piazzare una bombaSecondo quanto riferito dallo stesso Lavitola, il piano originario prevedeva che venissero esplosi alcuni colpi di arma da fuoco contro la villetta di Ranucci. L’ordigno sarebbe stato utilizzato dagli esecutori in una fase successiva e con modalità differenti rispetto a quelle che, secondo la sua versione, aveva indicato inizialmente. L’ammissione del ruolo di mandante, però, non ha convinto il giudice a modificare la misura cautelare.

La richiesta dei domiciliari

Dopo l’interrogatorio, l’avvocato Cola aveva chiesto che Lavitola potesse lasciare il carcere e proseguire la custodia agli arresti domiciliari. Il legale aveva fatto leva, tra gli altri elementi, sulla collaborazione dell’indagato con gli inquirenti e sulla sua ammissione di responsabilità. La Procura, invece, aveva espresso parere contrario, ritenendo necessario mantenere la misura più grave. Il gip ha quindi respinto la richiesta.

Per Lavitola il quadro cautelare rimane dunque invariato: continuerà a essere detenuto in carcere mentre prosegue l’inchiesta sull’attentato a Ranucci.

Il movente resta uno dei nodi dell’inchiesta

Uno degli aspetti più delicati della vicenda continua a essere quello relativo al movente. Perché Lavitola avrebbe commissionato l’azione contro Ranucci? E quale obiettivo avrebbe voluto realmente raggiungere? Le indagini hanno cercato di ricostruire i rapporti tra il presunto mandante e le persone coinvolte nell’esecuzione del piano, oltre alle motivazioni che avrebbero portato alla scelta di colpire il giornalista.

Nelle ricostruzioni investigative è emersa anche l’ipotesi secondo cui l’attentato avrebbe dovuto inserirsi in un progetto più ampio legato alla figura pubblica di Ranucci e a possibili sviluppi politici. Si tratta però di elementi dell’impianto accusatorio e delle ricostruzioni investigative, sui quali dovranno essere svolti ulteriori accertamenti.

L’inchiesta continua

La decisione del gip non rappresenta dunque la conclusione della vicenda, ma un nuovo passaggio di un’inchiesta ancora aperta. Gli investigatori dovranno continuare a ricostruire la catena che avrebbe collegato Lavitola agli esecutori materiali, chiarire l’esatta dinamica dell’attentato e verificare le dichiarazioni rese dall’indagato durante l’interrogatorio.