l'inchiesta
Lavitola confessa sull’attentato a Ranucci: «Lui forse dopo ha capito». Ma la sua versione non convince la Procura
Le ammissioni dell’ex editore non chiudono l’inchiesta: il movente resta fragile, il rapporto con il giornalista continua a pesare e la Procura valuta se nella sua versione ci siano ancora omissioni o depistaggi
Prima ha negato, poi ha ammesso, infine ha corretto se stesso mentre parlava. Nel caso dell’attentato a Sigfrido Ranucci, la nuova versione di Valter Lavitola non alleggerisce il mistero: lo rende più fitto, perché alla confessione affianca cautele, retromarce e un’ombra gettata sulla possibile consapevolezza successiva della vittima.
Valter Lavitola avrebbe ammesso il proprio ruolo nell’attentato contro Sigfrido Ranucci, ma lo avrebbe fatto dentro una narrazione che insieme riconosce, minimizza, arretra e lascia aperti varchi interpretativi. Una confessione, dunque, che non chiude il caso: semmai lo complica. Prima ha escluso ogni responsabilità di Ranucci, poi ha precisato di «non poter escludere» che il conduttore, dopo l'attentato, avesse capito che dietro quanto successo c'era lui, Lavitola.
È su questo crinale che si muovono ora gli inquirenti. Perché il fascicolo nasce da un fatto di estrema gravità: la sera del 16 ottobre 2025, a Pomezia, un ordigno esplose davanti all’abitazione del conduttore di Report, distruggendo due auto e danneggiando il muro di cinta, in un contesto urbano che, secondo i Carabinieri, mise in pericolo anche la pubblica incolumità. Le indagini hanno portato prima alle misure cautelari per quattro presunti esecutori materiali, poi all’iscrizione di Lavitola come presunto mandante.
Il passaggio nuovo, però, sta nel contenuto delle parole attribuite a Lavitola nelle ultime ore. Da un lato l’ex editore avrebbe escluso, almeno inizialmente, che Ranucci potesse avere responsabilità o consapevolezze sul piano dell’attentato; dall’altro, nella stessa sequenza, avrebbe aggiunto di non poter escludere che il giornalista, con il tempo, abbia intuito chi ci fosse dietro.
Una versione che arriva dopo settimane di smentite
Il problema di credibilità della ricostruzione di Lavitola nasce anche dal calendario. Quando a inizio luglio 2026 fu convocato in Procura, Lavitola respinse l’accusa di essere il mandante, disse di non conoscere il movente e insistette sul rapporto di amicizia con Ranucci. Il suo legale parlò di un legame «fraterno», di frequentazioni abituali e di una familiarità con la casa del giornalista tale da spiegare anche eventuali presenze nei pressi dell’abitazione. In quella fase, la linea era una sola: estraneità totale.
Anche per questo la confessione, così come emerge adesso, viene letta dagli investigatori con prudenza e sospetto. La Procura nutrirebbe dubbi sul movente esposto da Lavitola e valuta possibili tentativi di depistaggio. In altre parole: ammettere di aver organizzato l’attentato non equivale automaticamente a chiarirne le ragioni reali, né a dissolvere tutte le contraddizioni precedenti.
Questa è la prima chiave di lettura utile per il lettore: la confessione non va letta come una sentenza narrativa definitiva. È un tassello processuale e investigativo che, al momento, apre almeno tre questioni. La prima riguarda il movente. La seconda riguarda il rapporto tra Lavitola e Ranucci. La terza riguarda l’eventuale uso pubblico e politico di quel rapporto nei mesi successivi all’attentato.
Il movente: la parte meno solida del racconto
Già nelle settimane scorse erano affiorati elementi che collocavano l’attentato dentro una cornice anomala. Secondo ricostruzioni giornalistiche convergenti, Lavitola avrebbe immaginato per Ranucci un futuro ruolo politico, al punto da commissionare sondaggi o da parlarne come di una figura spendibile in prospettiva pubblica.Frasi come «fra due anni sarai il presidente» rivolte al giornalista, mentre altre ricostruzioni richiamano l’ipotesi di un’operazione utile ad accrescere il profilo pubblico della vittima e, insieme, a ritagliarsi un ruolo nel nuovo scenario.
Ma proprio qui si concentra la fragilità del racconto. Se davvero l’obiettivo fosse stato “proteggere”, promuovere o rafforzare l’immagine di Ranucci, resterebbe da spiegare perché scegliere un ordigno ad alto potenziale davanti a una casa abitata, con un rischio così elevato per le persone presenti e per il vicinato. Il comunicato dei Carabinieri sottolinea che l’esplosione avvenne in un contesto urbano e che conseguenze ancora più gravi furono evitate solo per caso. Questo dato da solo rende difficile archiviare l’episodio come un semplice gesto dimostrativo senza reale pericolo.
È una contraddizione sostanziale, non secondaria. E spiega perché la Procura, secondo quanto riportato, continui a cercare riscontri indipendenti sulla genuinità della confessione e soprattutto sul movente effettivo.