il caso
Inchiesta Ranucci: ombre, silenzi e le domande sospese sul movente dell'attentato
La Procura di Roma scava oltre le piste professionali ed entra nel perimetro delle amicizie intime del giornalista
La sera del 16 ottobre 2025, poco dopo le 22, un attentato di estrema violenza ha sconvolto la quiete di Campo Ascolano. Due ordigni hanno distrutto le auto di Sigfrido Ranucci, conduttore della trasmissione d’inchiesta “Report”, e di sua figlia, parcheggiate davanti all’abitazione di famiglia.
Le deflagrazioni hanno ridotto i veicoli a un cumulo di lamiere, ma fortunatamente non si sono registrati feriti. Fin dalle prime ore, l’episodio è stato inquadrato come un grave atto intimidatorio ai danni di un professionista dell’informazione.
Le indagini sono state affidate ai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e coordinate in un primo momento dal sostituto procuratore antimafia Carlo Villani, allora in servizio presso la DDA della Procura di Roma.
Dopo il trasferimento di Villani alla Procura di Velletri, il fascicolo è passato al pm Edoardo De Santis.
La vicenda ha assunto contorni ancora più gravi quando la Procura ha contestato a Valter Lavitola l’ipotesi di reato di strage.
Un tassello decisivo, ricostruito dagli investigatori, risale al 16 settembre 2025, esattamente un mese prima dell’attacco: sarebbe stato effettuato un sopralluogo nei pressi della casa del giornalista.
In questa fase, secondo l’impianto accusatorio, un ruolo centrale è attribuito a Gomes Clesio Tavares, descritto come il factotum di Lavitola. A Tavares viene contestata la funzione di cerniera operativa: reperimento di uomini e di materiale esplodente, gestione dei contatti tra il presunto livello dei mandanti e la manovalanza.
A rendere il caso un intricato nodo politico-mediatico è la rete di relazioni che legava la vittima ad alcuni degli indagati. È emerso un rapporto di frequentazione tra Ranucci e Lavitola, fatto di telefonate, cene e contatti assidui.
Lo stesso conduttore di “Report” ha ammesso un legame amichevole, escludendo in modo categorico qualsiasi consapevolezza sulla preparazione dell’attentato.
Dal canto suo, Lavitola ha alternato pubbliche difese dell’amico a una linea processuale prudente, avvalendosi della facoltà di non rispondere agli interrogatori.
Dentro questo quadro, gli inquirenti si soffermano su ripetuti avvertimenti che Lavitola avrebbe rivolto a Ranucci circa i pericoli provenienti dagli “odiatori” e la necessità di rafforzare le misure di sicurezza. Il fatto che la persona oggi indicata come vertice della pianificazione fosse anche quella che metteva in guardia la vittima rappresenta uno degli aspetti più opachi della vicenda.
A quasi un anno dalle esplosioni, mentre la sequenza logistica dell’azione appare definita, resta irrisolto il nodo del movente. Le ipotesi spaziano da progetti politici attribuiti a Lavitola alla forte esposizione pubblica di Ranucci, fino a possibili risentimenti o interessi privati, senza che alcuna pista risulti, al momento, dirimente.
A complicare il quadro, le cronache giudiziarie segnalano un “silenzio selettivo” degli indagati e una diffusa reticenza di contesto.
In questo scenario si colloca anche la posizione di Ranucci che, pur essendo esclusivamente persona offesa e non risultando indagato, è stato osservato per il riserbo iniziale su alcuni consigli ricevuti e sulle frequentazioni con Tavares.