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17 agosto 2026 - Aggiornato alle 22:33
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esteri

Trump alza la posta su Hormuz: “Lo controlliamo noi”. Lo stretto che muove il petrolio mondiale tiene banco

Tutto ruota sul passaggio marittimo più delicato del mondo e a quali condizioni l’Iran può essere costretto a cedere

17 Agosto 2026, 22:33

Donald Trump

Donald Trump

Non è soltanto una provocazione verbale. Quando Donald Trump sostiene che gli Stati Uniti hanno il “controllo totale” dello Stretto di Hormuz e lascia intendere che potrebbe perfino dichiararlo territorio americano, tocca insieme tre nervi scoperti: la guerra con l’Iran, il dossier nucleare e la sicurezza energetica globale.

La frase più rumorosa è arrivata quando lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più sensibili del pianeta: Donald Trump ha sostenuto che gli Stati Uniti ne hanno il “controllo totale” e ha rilanciato l’idea di dichiararlo un territorio americano. 

Trump, parlando con i giornalisti e nei giorni precedenti anche in altri interventi pubblici, ha insistito su due messaggi: da un lato la pretesa di una superiorità militare statunitense sullo stretto; dall’altro la linea, ribadita più volte, secondo cui l’Iran non potrà ottenere un’arma nucleare. La Casa Bianca aveva già formalizzato questa impostazione a fine luglio, attribuendo al presidente la convinzione che il blocco navale americano fosse stato efficace e che il passaggio potesse essere gestito soltanto alle condizioni di Washington.

Secondo Axios, Trump ha detto di “apprezzare l’idea” di dichiarare lo stretto un territorio degli Stati Uniti, tornando su una suggestione già affacciata nei giorni scorsi. È una formula che ha un forte impatto simbolico ma che, sul piano giuridico e diplomatico, si scontra con la natura stessa di Hormuz: non un possedimento contendibile per atto unilaterale, ma uno stretto usato per la navigazione internazionale, disciplinato dal diritto del mare e dai principi del passaggio in transito. 

Perché Hormuz conta così tanto

Lo Stretto di Hormuz collega il Golfo Persico con il Golfo di Oman e il Mar Arabico. È largo abbastanza da consentire il transito delle più grandi petroliere, ma resta un imbuto strategico: secondo la U.S. Energy Information Administration, nella prima metà del 2025 vi sono transitati in media 20,9 milioni di barili al giorno, pari a circa il 20% del consumo globale di liquidi petroliferi e a un quarto del petrolio commerciato via mare. Le alternative via oleodotto esistono, ma non sono sufficienti a sostituirne integralmente la capacità. 

Questo dato spiega perché ogni dichiarazione sulla chiusura, sulla riapertura o sul controllo dello stretto abbia effetti immediati non solo nella regione, ma anche sui mercati, sui costi assicurativi delle navi, sulla sicurezza energetica asiatica ed europea e, in ultima analisi, sull’inflazione globale. La centralità di Hormuz non è una formula giornalistica: è un dato strutturale dell’economia mondiale.