il progetto
Tevere balneabile, il conto di Roma: 400 milioni, scarichi da censire e una corsa lunga fino al 2031
Il Comune mette in fila costi, scadenze e nodi tecnici del progetto per riportare il fiume dentro la vita della città. Ma la partita decisiva resta quella delle risorse e degli scarichi da eliminare
Ci sono progetti che si misurano con un rendering e altri che si misurano con la qualità dell’acqua. Quello del Tevere balneabile appartiene alla seconda categoria: 400 milioni di euro, una rete di enti pubblici e scientifici da coordinare, 120 milioni già individuati e 280 ancora da trovare. La novità è che Roma, per la prima volta, ha smesso di evocare il tema come suggestione e ha iniziato a trattarlo come un dossier tecnico, finanziario e sanitario.
Il Tevere torna al centro della scena urbana da un punto di vista che a Roma, per decenni, è sembrato quasi impronunciabile: non solo il fiume come margine da attraversare o da guardare dall’alto dei muraglioni, ma come acqua da recuperare, rendere accessibile, perfino balneabile. È su questo passaggio simbolico e materiale che il Campidoglio ha scelto di misurarsi, mettendo nero su bianco una road map che vale 400 milioni di euro e che fissa il primo traguardo operativo entro giugno 2031. Non è un annuncio di immagine: è un piano che parte da una premessa semplice e severa, cioè che per rendere il Tevere compatibile con un uso balneare servono anni di lavori, una regia interistituzionale stabile e, soprattutto, risorse che oggi sono disponibili solo in parte.
La memoria di Giunta approvata dal Comune dà per la prima volta un perimetro economico preciso all’obiettivo: 120 milioni risultano già finanziati o comunque previsti dentro strumenti esistenti, mentre 280 milioni restano da individuare. Quasi due terzi del fabbisogno complessivo non sono ancora coperti.
La voce di spesa più pesante è anche quella che racconta meglio la complessità del problema: circa 200 milioni servirebbero per l’adeguamento della rete delle acque bianche. È un capitolo decisivo perché la qualità del fiume non dipende solo dai grandi impianti o dai depuratori, ma da una trama capillare di reti, scarichi, interconnessioni, punti critici e immissioni che nel tempo hanno stratificato fragilità note e meno note. Il piano comunale parte proprio da lì: capire che cosa entra davvero nel Tevere, da dove arriva, con quale frequenza e con quali effetti nei diversi tratti urbani. Per questo, accanto ai grandi investimenti infrastrutturali, sono già stati messi a bilancio 10 milioni di euro destinati alla pianificazione iniziale, ai rilievi e al censimento degli scarichi.
È un passaggio tutt’altro che secondario. Nel lessico della pubblica amministrazione, censire gli scarichi può sembrare un preliminare burocratico; in realtà è il cuore del problema. Roma Capitale ha spiegato che il lavoro operativo per la balneabilità è cominciato con tavoli tecnici dedicati proprio alla determinazione delle caratteristiche idrologiche del fiume e al censimento degli scarichi autorizzati e non autorizzati sia nel Tevere sia nell’Aniene, affluente considerato strategico per il risanamento del sistema. Senza questa mappa aggiornata, ogni previsione sulla balneabilità resterebbe astratta.
Il progetto, del resto, non nasce dal nulla. Da almeno tre anni il Campidoglio ha avviato una politica di ritorno al fiume che ha avuto prima una dimensione urbanistica e paesaggistica, poi ambientale e ora sempre più idraulica e sanitaria. Nel 2023, con la presentazione del masterplan degli interventi di rigenerazione del tratto urbano, il Comune aveva indicato come priorità la ricucitura tra città e sponde, la messa in sicurezza delle aree golenali, la realizzazione di nuovi parchi d’affaccio, percorsi ciclabili e spazi pubblici. Era, in sostanza, il tassello che mancava per rimettere il Tevere dentro la pianificazione ordinaria di Roma, non più come fondale ma come infrastruttura verde e blu.
Quel primo impianto è stato poi rafforzato con il Piano Strategico e Operativo del Tevere, approvato dalla Giunta il 7 luglio 2025, che attribuisce al fiume un ruolo di protagonista nella trasformazione sostenibile della città. Il documento, promosso dall’assessorato all’Urbanistica, definisce il Tevere come leva di rigenerazione ecologica, sociale e culturale e come asse capace di mettere in relazione quartieri, mobilità dolce, spazi pubblici e tutela ambientale. In questo quadro la balneabilità non è l’unico obiettivo, ma il più ambizioso e il più esigente: un indicatore finale della qualità del risanamento, più che un punto di partenza.
Una filiera istituzionale lunga, ma obbligata
Chi immagina che basti una decisione del Comune per autorizzare i tuffi nel fiume sottovaluta la natura del dossier. La filiera coinvolge Roma Capitale, Regione Lazio, Città Metropolitana, Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Centrale, ARPA Lazio, ISPRA, Istituto Superiore di Sanità, ASL e il gestore del servizio idrico integrato Acea Ato 2. Il tavolo interistituzionale avviato il 6 novembre 2025 è nato proprio per questo: mettere attorno allo stesso perimetro decisionale chi dovrà valutare norme, dati ambientali, infrastrutture, sicurezza delle sponde, gestione dei reflui e monitoraggio della qualità delle acque.
L’assessora capitolina all’Ambiente Sabrina Alfonsi ha legato più volte la prospettiva della balneabilità a un approccio «rigorosamente scientifico e condiviso». Il punto, tradotto in termini concreti, è che il Tevere può essere restituito alla città solo se prima viene ricostruita una conoscenza tecnica oggi dispersa tra banche dati diverse, competenze frammentate e problemi che si presentano in modo differente da tratto a tratto. La confluenza con l’Aniene, per esempio, è già stata individuata dal Comune come una delle criticità principali nella trasmissione dei fattori inquinanti.
Il cronoprogramma riportato dal Corriere è, sotto questo profilo, più istruttivo dello slogan sul “primo tuffo”. La prima fase dovrebbe chiudersi entro maggio 2027 con il censimento e l’eliminazione degli scarichi abusivi o non conformi sulle reti nere, miste e bianche. Una seconda scadenza è fissata entro dicembre 2027, quando dovrebbe entrare in funzione una rete di monitoraggio della qualità dell’acqua collegata a un digital twin, cioè un modello digitale del fiume consultabile anche dai cittadini tramite un portale dedicato. Solo dopo, tra inizio 2028 e giugno 2031, dovrebbero essere realizzati gli accessi al fiume e le aree pilota di balneazione. L’apertura al pubblico, sempre secondo la road map citata dal quotidiano, verrebbe spostata al 2033.
Il nodo vero: i soldi e la tenuta del progetto
Il Comune distingue tra la possibilità di arrivare ai primi tuffi sperimentali e l’apertura piena alla fruizione pubblica. È una differenza importante, perché lascia capire che il percorso sarà fatto di verifiche progressive, aree test, validazioni e probabilmente aggiustamenti. Ma la vera variabile resta il finanziamento. I 90 milioni già ricondotti al piano del servizio idrico integrato e i 30 milioni collegati al masterplan del parco fluviale non bastano a coprire gli interventi strutturali necessari. E la quota da reperire, quei 280 milioni ancora mancanti, sarà il banco di prova politico di tutta l’operazione.
Qui si apre anche un tema di scala. Negli anni recenti il Campidoglio ha già messo in campo interventi reali lungo il fiume, soprattutto sul fronte della fruizione urbana. Il masterplan del 2023 e i progetti giubilari per i parchi d’affaccio dimostrano che una parte della trasformazione è già partita, con investimenti formalizzati e cantieri avviati; per i cinque parchi d’affaccio inseriti nel programma del Giubileo 2025 il Comune aveva indicato un investimento complessivo di circa 7,3 milioni di euro. Ma il salto richiesto dalla balneabilità è di altra natura: non si tratta più di attrezzare le sponde, bensì di intervenire sulle condizioni profonde del sistema idrico urbano.
È anche per questo che il parallelo con altre capitali europee va maneggiato con cautela. Il paragone con la Senna torna spesso nel dibattito pubblico, ma rischia di diventare fuorviante se lo si riduce a un titolo. Le esperienze internazionali mostrano che la rinascita balneare di un grande fiume urbano richiede investimenti molto elevati, tempi lunghi, governance stabile e una manutenzione continua. Il progetto romano può certamente ispirarsi a quelle traiettorie, ma non può prescindere dalla sua realtà: reti vecchie, scarichi diffusi, un affluente critico come l’Aniene, competenze amministrative intrecciate e una morfologia urbana che rende ogni soluzione più complessa.
Cosa significa davvero “balneabile”
Per il lettore romano, il punto utile da fissare è questo: il piano non promette che dal 2031 tutto il Tevere diventerà una lunga spiaggia urbana. Parla piuttosto di un percorso graduale che dovrebbe condurre ad alcune aree pilota di balneazione, con accessi dedicati, monitoraggio continuo e verifiche costanti. È un obiettivo selettivo e perimetrato, non una formula generale valida per l’intero corso cittadino del fiume. E proprio questa prudenza, sul piano giornalistico, rende l’impianto più solido: meno slogan totalizzanti, più passaggi intermedi da controllare.
Resta poi la dimensione simbolica, che a Roma conta sempre. Restituire il fiume alla città non significa solo poterci fare il bagno. Significa trasformare un confine in un luogo, cucire quartieri che oggi si voltano le spalle attraverso le sponde, ridurre il distacco fisico e mentale tra i romani e il loro corso d’acqua più identitario. Il progetto della balneabilità, se andrà avanti davvero, avrà valore non tanto per l’immagine del tuffo quanto per la qualità delle opere che lo renderanno possibile: reti più efficienti, scarichi tracciati, dati pubblici, sponde accessibili, controllo ambientale più rigoroso.
La questione, in definitiva, è tutta qui. Il Campidoglio ha fissato una meta alta e ha cominciato a darle una struttura amministrativa. Ha anche chiarito, però, che la strada è lunga e che i soldi disponibili sono ancora insufficienti. Tra il fiume cartolina e il fiume balneabile c’è di mezzo una gigantesca opera di manutenzione urbana, idraulica e ambientale. Se questa volta il Tevere tornerà davvero ai romani, lo si capirà molto prima del primo tuffo: dai censimenti che verranno completati, dai fondi che saranno trovati, dai lavori che partiranno e dalla capacità delle istituzioni di reggere un piano che, per definizione, supera un solo mandato amministrativo. Il resto verrà dopo, forse nell’estate del 2031, più probabilmente quando i numeri diranno che il fiume è cambiato davvero.