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la tragedia

Rachele Ferrara, morta soffocata con una fetta di bacon: i soccorsi dei genitori e i giorni in terapia intensiva

Dal pranzo in famiglia al ricovero al Santa Rosa di Viterbo, fino alla donazione degli organi: la ricostruzione di una morte accidentale che ha colpito un’intera comunità

20 Agosto 2026, 09:01

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Rachele Ferrara, morta dopo il soffocamento: il dramma del bacon, i soccorsi dei genitori e i giorni in terapia intensiva

È durata pochi minuti l’emergenza che ha cambiato tutto, ma le sue conseguenze si sono trascinate per giorni in terapia intensiva. La morte di Rachele Ferrara, 28 anni, soffocata da un boccone di bacon nel Viterbese, racconta insieme la brutalità degli incidenti domestici, il limite del tempo nei soccorsi e la scelta finale della famiglia di donare gli organi.

La corsa in strada, il tentativo disperato di chiedere aiuto, i soccorsi dei genitori e poi il ricovero d’urgenza. La morte di Rachele Ferrara, 28 anni, non è soltanto il racconto di un incidente domestico finito nel modo peggiore: è anche la misura di quanto un’ostruzione delle vie aeree possa diventare irreversibile in pochi minuti, perfino quando attorno alla persona ci sono adulti preparati a intervenire.

Secondo quanto ricostruito da Corriere Roma e confermato da RaiNews Tgr Lazio, la giovane donna si è soffocata mentre stava mangiando una fetta di bacon a casa della madre, a Capodimonte, nel Viterbese. Resasi conto di non riuscire più a respirare, è uscita in strada in cerca di aiuto. I primi a soccorrerla sono stati proprio i genitori, entrambi legati alla Croce Rossa, con il padre che ha tentato immediatamente le manovre di disostruzione, compresa la manovra di Heimlich, mentre venivano allertati i soccorsi sanitari. 

La giovane è stata poi trasferita in eliambulanza all’ospedale Santa Rosa di Viterbo. Lì è iniziato il ricovero in terapia intensiva che si è protratto per circa cinque giorni. I medici hanno tentato tutto il possibile, ma il danno provocato dalla prolungata mancanza di ossigeno al cervello si è rivelato troppo grave. Alla fine è stato accertato lo stato di morte cerebrale e, successivamente, il decesso. La famiglia ha scelto di autorizzare la donazione degli organi, trasformando almeno in parte una vicenda privata devastante in un gesto destinato a dare una possibilità ad altri pazienti. 

Una tragedia familiare e pubblica

Il profilo che emerge è quello di una giovane madre inserita nella vita quotidiana del territorio. Rachele Ferrara viveva nell’area del lago di Bolsena, lavorava come barista ed era madre di due figli, una bambina di 8 anni e un bambino di 5. La morte ha colpito non solo i familiari più stretti, ma un’intera comunità piccola, dove i rapporti personali e i luoghi di vita coincidono spesso con il lavoro, le amicizie, le abitudini di ogni giorno. 

Nei giorni del ricovero, l’attesa si è consumata tra l’ospedale e il paese. Corriere Roma riferisce che, dopo l’accertamento della morte cerebrale, il Comune di Capodimonte ha espresso pubblicamente vicinanza alla famiglia e ha sottolineato il valore della decisione di donare gli organi. Sempre secondo la stessa ricostruzione, in segno di rispetto per il lutto, in paese sono stati sospesi momenti di intrattenimento e annullato un appuntamento musicale previsto sul lungolago. Sono dettagli che restituiscono il peso collettivo della vicenda, senza sovrapporre toni retorici alla realtà di un dolore molto concreto. 

La sequenza dei soccorsi

Il punto decisivo, in casi come questo, è il tempo. Quando un corpo estraneo blocca completamente le vie respiratorie, la persona può non riuscire più a parlare, tossire o inspirare aria. La Croce Rossa Italiana spiega che, se la vittima è ancora in grado di tossire, bisogna incoraggiarla a continuare e monitorare la situazione; se invece non riesce più a respirare o tossire, vanno eseguiti fino a 5 colpi decisi sulla schiena e, se non bastano, fino a 5 compressioni addominali, alternando le manovre e chiamando immediatamente il 112 o il 118 dove necessario. 

Nel caso di Rachele Ferrara, il padre ha fatto proprio questo: ha tentato di liberarle le vie aeree mentre il sistema di emergenza veniva attivato. Ma l’intervento, pur tempestivo, non è riuscito a invertire la crisi. La carenza di ossigeno al cervello sarebbe durata per circa venti minuti, un intervallo purtroppo sufficiente a provocare lesioni neurologiche irreversibili. È un passaggio essenziale per capire la dinamica clinica della tragedia: in materia di soffocamento, anche quando i soccorritori arrivano, il margine di recupero dipende in larga misura da quanto a lungo il cervello è rimasto senza adeguata ossigenazione.

Da lì in avanti il soccorso è proseguito sul piano rianimatorio e ospedaliero. La giovane è stata caricata su eliambulanza e trasferita al Santa Rosa, dove è stata ricoverata in terapia intensiva. Il danno cerebrale era già molto severo al momento dell’arrivo in ospedale, conseguenza della prolungata ipossia. 

L’accertamento della morte cerebrale e la scelta della donazione

Quando, dopo giorni di ricovero, i medici hanno accertato la morte cerebrale, il percorso clinico è entrato in una fase regolata da norme molto precise. Il portale del Centro Nazionale Trapianti spiega che l’accertamento di morte con criteri neurologici è del tutto indipendente dall’eventuale donazione di organi e tessuti. Il sito ISSalute precisa inoltre che la verifica viene effettuata da un collegio medico di tre specialisti e che, per almeno 6 ore, devono permanere condizioni come lo stato di incoscienza, l’assenza di respiro spontaneo, l’assenza dei riflessi del tronco encefalico e il silenzio elettrico cerebrale. 

La scelta della famiglia di autorizzare l’espianto degli organi si inserisce dentro questo quadro normativo. Sempre il Centro Nazionale Trapianti ricorda che, se una persona maggiorenne non ha espresso in vita una volontà registrata, i familiari aventi diritto vengono interpellati dai medici e il prelievo può avvenire soltanto se non si oppongono. In questo caso, i genitori hanno acconsentito, e da una morte improvvisa e accidentale potrà derivare un beneficio concreto per altri malati in lista d’attesa. 

Un incidente domestico, non un caso giudiziario

Non risultano indagini aperte sulla morte della giovane: gli elementi raccolti portano a qualificare l’accaduto come soffocamento accidentale. È un passaggio che, sul piano della cronaca, delimita con chiarezza il perimetro dei fatti. Non emergono responsabilità di terzi, né profili che facciano pensare a un episodio diverso da un tragico incidente domestico.