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Manovra 2027, il libro dei desideri dei partiti sfida i conti: Irpef, pensioni, tredicesima e bonus casa
Tra promesse fiscali, pensioni e bonus, il vero test sarà capire quali misure reggeranno all’urto di debito, coperture e regole europee.
Il carrello della manovra 2027 si riempie prima ancora che esista un conto finale. Tra Irpef alleggerita, pensioni più flessibili, tredicesime detassate e bonus casa, la maggioranza accumula promesse mentre i numeri della finanza pubblica ricordano che ogni sconto, prima o poi, va pagato.
La prossima legge di Bilancio non è ancora una manovra: è, per ora, un cantiere politico aperto. E forse proprio per questo dice già molto. Dice che l’autunno 2026 si avvicina con una doppia pressione sul governo: da un lato le richieste dei partiti di maggioranza, dall’altro i vincoli dei conti pubblici, del debito e delle nuove regole europee. Nel mezzo c’è Giancarlo Giorgetti, chiamato ancora una volta a trasformare promesse, slogan e priorità di parte in un testo sostenibile.
Il punto di partenza è semplice e spesso rimosso nel dibattito pubblico: la manovra 2027 non ha ancora un saldo definitivo, non ha coperture complete e molte delle misure circolate finora non sono diventate proposte formali. Eppure il catalogo delle richieste è già lungo: Irpef più leggera sul ceto medio, pensioni più flessibili, tredicesima detassata, bonus per la casa, incentivi per lavoro e famiglie, pensioni minime più alte, fino all’ipotesi estrema di abolire il bollo auto. È il classico libro dei desideri pre-elettorale, ma con una differenza sostanziale: stavolta arriva mentre i margini fiscali restano stretti e il debito continua a pesare.
Il nodo di fondo: prima ancora delle bandiere, ci sono le spese già in arrivo
Prima dei provvedimenti-bandiera, ci sono le voci che si stanno già accumulando. Sul tavolo, secondo le ricostruzioni circolate nelle ultime settimane, ci sono nuove richieste per sanità, lavoro, infrastrutture, Zes e spese indifferibili. Il punto non è solo quanto costino, ma il fatto che una parte del conto si formi prima ancora che la politica scelga davvero che cosa fare. In altre parole: la prossima manovra rischia di nascere già parzialmente “prenotata”.
A rendere più complicato il quadro non ci sono soltanto le pressioni politiche, ma anche i numeri di finanza pubblica. Il portale OpenBDAP della Ragioneria generale dello Stato, che sintetizza le previsioni tendenziali del Documento di finanza pubblica 2026, indica per il 2026 un indebitamento netto pari a 68 miliardi, cioè il 2,9% del Pil, e un debito pubblico al 138,6% del Pil. La stessa piattaforma segnala una crescita reale del Pil dello 0,6% nel 2026: un ritmo troppo modesto per pensare che l’espansione economica, da sola, possa allargare gli spazi di bilancio.
Irpef: il dossier più definito, e per questo anche il più misurabile
Nel catalogo delle proposte, il capitolo che appare più delineato è quello fiscale. Fratelli d’Italia e Forza Italia puntano a completare il percorso di alleggerimento dell’Irpef sul ceto medio con l’allargamento dell’aliquota del 33% fino a 60 mila euro di reddito, invece dell’attuale soglia di 50 mila. Tradotto: sulla fascia di reddito tra 50 mila e 60 mila euro, l’aliquota marginale scenderebbe dal 43% al 33%. È la misura che oggi ha il prezzo più riconoscibile: circa 1,2 miliardi di euro secondo le prime stime circolate.
Politicamente è una misura ad alto rendimento: parla ai contribuenti del ceto medio, ha una struttura comprensibile e consente ai partiti della maggioranza di rivendicare continuità con le riforme fiscali già avviate. Ma, proprio perché è definita, espone subito la domanda essenziale: dove si trovano le coperture? Ed è una domanda tanto più urgente in un contesto in cui il governo punta, almeno formalmente, a tenere sotto controllo il deficit e a uscire dalla procedura europea per disavanzo eccessivo.
Tredicesima, flat tax incrementale e pensioni minime: promesse popolari, costi ancora opachi
Il capitolo più politicamente attraente è forse quello sponsorizzato da Forza Italia: detassazione della tredicesima, estensione della flat tax incrementale per le partite Iva, aumento delle pensioni minime e correttivi sulle detrazioni sanitarie. Sono proposte che, prese singolarmente, hanno una forte presa sul consenso. Il problema è che, allo stato attuale, mancano dettagli cruciali: soglie di reddito, platee interessate, meccanismi applicativi, durata. Senza questi elementi è impossibile attribuire un costo serio e comparabile.
Per il lettore-contribuente, questo è il passaggio chiave da tenere a mente: una misura annunciata non equivale a una misura scritta. Nel caso della tredicesima senza tasse, per esempio, il costo cambia radicalmente a seconda che il beneficio riguardi tutti i lavoratori dipendenti, solo alcune fasce di reddito o solo una quota della mensilità aggiuntiva. Fino a quando questi dettagli non compariranno nero su bianco, parlare di impatto reale sulle buste paga resta prematuro.
Il bollo auto è l’esempio perfetto del problema
Tra le proposte più rumorose c’è l’abolizione del bollo auto. È una promessa che funziona bene sul piano comunicativo perché colpisce un’imposta percepita come odiosa e molto visibile. Ma proprio qui emerge il contrasto più netto tra narrazione politica e realtà dei conti: secondo una stima richiamata nel dibattito della maggioranza, cancellare integralmente il tributo comporterebbe un mancato gettito di circa 6,5 miliardi di euro l’anno. Non è una cifra marginale, ma una delle voci più pesanti tra quelle evocate finora.
La lezione è più ampia del bollo: nella manovra 2027 molte misure sono popolari proprio perché sembrano semplici. Poi arrivano i numeri, e la semplicità svanisce.
Pensioni: la Lega torna sulla flessibilità, ma il conto comincia subito
Se il terreno fiscale è presidiato soprattutto da FdI e Forza Italia, quello previdenziale resta il marchio della Lega. La richiesta più concreta è la sterilizzazione del primo aumento dei requisiti pensionistici legato alla speranza di vita. La legislazione vigente, come risulta anche dalla documentazione INPS successiva alla legge di Bilancio 2026, prevede un incremento di un mese nel 2027 dei requisiti di accesso alla pensione, con ulteriori adeguamenti successivi per alcune platee e tipologie di trattamento. Nel dibattito politico è stata stimata in circa 1,1 miliardi la spesa necessaria per bloccare il primo aumento nel solo 2027.
Accanto a questo, la Lega torna a spingere per nuovi canali di uscita anticipata, con l’ipotesi di pensionamento a 64 anni e formule che possano valorizzare il Tfr o la previdenza complementare. Ma qui il livello di incertezza è ancora più elevato: senza una struttura normativa definita, non c’è una quantificazione credibile del costo. E senza costo non c’è, almeno per ora, una vera trattativa di bilancio.
Salari, lavoro notturno, giovani e donne: il lato meno visibile ma più concreto
Nel rumore di fondo su Irpef e pensioni, rischiano di passare in secondo piano le misure sul lavoro. Eppure potrebbero essere tra le più concrete per il 2027: proroga della tassazione agevolata al 5% sui premi e sugli aumenti legati ai rinnovi contrattuali, incentivi su lavoro notturno e festivo, sostegni all’occupazione giovanile e femminile, rifinanziamenti per la formazione.
Sono interventi meno appariscenti ma si inseriscono in un problema reale. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha ricordato che nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono cresciute del 3,1%, ma in termini reali le retribuzioni orarie di fatto restano ancora oltre l’8% sotto i valori medi del 2020. È uno scarto che aiuta a capire perché il governo continui a cercare strumenti di alleggerimento sul lavoro dipendente: non perché i salari non si siano mossi, ma perché il recupero del potere d’acquisto è ancora incompleto.
Casa: bonus in calo per legge, pressione politica per congelare il taglio
Un altro fronte sensibile è quello della casa. A normativa vigente, per gli interventi di recupero edilizio sull’abitazione principale la detrazione è destinata a scendere al 36% nel 2027; per gli altri immobili la riduzione è ancora più netta, fino al 30%. È un passaggio già incorporato nelle regole fiscali e confermato anche dai materiali informativi dell’Agenzia delle Entrate.
Per questo nel centrodestra cresce la spinta a rinviare almeno in parte il ridimensionamento, confermando il 50% sulla prima casa e prorogando strumenti collegati come il bonus mobili. Anche qui, però, il problema è sempre lo stesso: la convenienza politica è evidente, il costo finale ancora no. E poiché i bonus edilizi hanno già lasciato un’eredità molto pesante sui conti, qualsiasi scelta in questo campo sarà osservata con particolare attenzione.
Le coperture: il ritorno dell’idea di tassare gli utili delle banche
Per finanziare almeno una parte delle promesse, la Lega ha rilanciato l’idea di un contributo del 5% sugli utili delle principali banche italiane per tre anni. Se si prende come riferimento un ammontare di utili compreso tra 30 e 33 miliardi, il gettito teorico si colloca in una forchetta di circa 1,5-1,65 miliardi l’anno. È una cifra non trascurabile, ma molto lontana dall’idea di una copertura capace da sola di reggere l’intero impianto della manovra.
Inoltre la proposta divide la stessa maggioranza e si inserisce in un contesto già delicato. Non è solo una questione ideologica: è un test sul modo in cui il governo intende distribuire il costo politico delle coperture. Colpire le banche è popolare in una parte dell’elettorato, ma può creare tensioni nei mercati e tra gli alleati. E soprattutto non risolve il problema di scala: molte promesse sul tavolo costano molto più di quanto quella misura potrebbe realisticamente portare in cassa.
Europa e flessibilità: non sono soldi regalati, ma deficit da usare con cautela
Nelle scorse settimane si è parlato molto anche della nuova flessibilità europea su energia e difesa. Ma chiamarla “tesoretto” è fuorviante. La Commissione europea ha chiarito che, nell’ambito della clausola nazionale di salvaguardia, è possibile ampliare lo spazio per misure legate alla resilienza energetica, con un tetto dedicato pari allo 0,6% del Pil cumulato nel periodo 2026-2028 all’interno del limite complessivo dell’1,5% del Pil. Non si tratta però di risorse trasferite da Bruxelles: si tratta di spazio aggiuntivo di deficit, da usare per misure coerenti con i criteri europei e comunque con impatto sul debito.
Questo è probabilmente il punto più importante e meno intuitivo per capire la manovra 2027. La flessibilità europea non cancella il vincolo del debito: lo rende solo più gestibile in alcuni perimetri e a determinate condizioni. Perciò anche se il governo decidesse di utilizzare quei margini, non potrebbe farlo come se si trattasse di una cassaforte senza costi futuri.