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esteri

La Nato porta i test anti-drone in Ucraina: per l'industria italiana è un'opportunità concreta

Il fronte ucraino in un laboratorio congiunto per contromisure anti-drone, guerra elettronica e navigazione resiliente

21 Agosto 2026, 21:49

21:50

La Nato porta i test anti-drone in Ucraina: così il fronte diventa il laboratorio della difesa europea

Droni, la Nato testa le armi del futuro in Ucraina: aziende italiane in gara

Il fronte ucraino non è più soltanto il luogo in cui si consumano gli equilibri militari del continente. Sta diventando anche il banco di prova dove la Nato cerca di capire, con tempi molto più rapidi del passato, quali tecnologie reggono davvero sotto pressione: quali sensori vedono per primi, quali sistemi resistono al disturbo elettronico, quali contromisure fermano un drone prima che trovi il bersaglio.

Un programma che dice molto sul modo in cui sta cambiando la difesa europea

L’iniziativa Unite – Brave Nato nasce esattamente da questa esigenza: trasformare l’esperienza accumulata dall’Ucraina in oltre quattro anni di guerra su larga scala in una piattaforma comune di innovazione tra Kiev e i Paesi dell’Alleanza. Sul portale ufficiale, il programma viene presentato come il primo programma congiunto di innovazione tra Ucraina e Nato, costruito attorno a gare che portano aziende ucraine e aziende dei Paesi alleati a sviluppare soluzioni comuni, con un budget potenziale fino a 50 milioni di euro. La prima competizione, già aperta, ha un budget congiunto di 10 milioni di euro.

Il meccanismo è semplice solo in apparenza. In realtà segna un cambio di passo rilevante: non si tratta di finanziare idee astratte o ricerca senza sbocco operativo, ma di accelerare prototipi che abbiano già un livello di maturità tecnologica significativo, indicato dal programma in Trl 6 o superiore, e di portarli verso la validazione sul campo. La logica è quella del “testare presto, correggere in fretta, schierare rapidamente”, un metodo che la guerra in Ucraina ha imposto ben oltre i tempi abituali delle procurement occidentali. 

Perché proprio i droni sono diventati la priorità

Che la prima tornata sia dedicata a counter-UAS e difesa aerea non sorprende. La guerra in Ucraina ha mostrato che il cielo a bassa quota, quello dei droni tattici e delle munizioni circuitanti, è diventato uno spazio di combattimento continuo. In un video dedicato alle lezioni apprese dall’esperienza ucraina, la Nato sottolinea che il conflitto ha cambiato la guerra moderna proprio attraverso l’impiego massiccio dei droni e il bisogno di assorbirne rapidamente le lezioni nelle strutture alleate. 

I droni Fpv hanno cambiato la tattica di prima linea perché costringono mezzi e fanteria a muoversi in un ambiente di sorveglianza e attacco quasi permanente. Gli Shahed, o le loro varianti e derivati impiegati dalla Russia, rappresentano invece una minaccia diversa: lunga distanza, saturazione, costo relativamente basso rispetto agli intercettori necessari per abbatterli, pressione costante sulle difese e sulle infrastrutture. Per questo il programma insiste sull’idea di soluzioni “affordable and scalable”: efficaci, ma anche sostenibili in termini industriali e finanziari.

Dalla guerra elettronica alla navigazione senza GPS

Tra gli elementi più interessanti c’è il peso attribuito alla guerra elettronica. Non solo jamming, ma anche capacità di rilevare, classificare e geolocalizzare emettitori in uno spettro ampio, oltre a tecnologie di attacco elettromagnetico contro droni sempre più difficili da fermare. È un dettaglio cruciale, perché il conflitto ucraino ha mostrato che il dominio elettromagnetico è ormai decisivo quanto quello cinetico. Un rapporto del Royal United Services Institute osserva che nelle operazioni terrestri moderne l’electronic attack può disturbare comunicazioni e navigazione, danneggiare elettronica ostile e incidere direttamente sulla sopravvivenza tattica delle unità; in Ucraina, nota il documento, la guerra elettronica è scesa fino al livello di compagnia. 

Il ruolo dell’Italia: visibilità, ma nessuna selezione già acquisita

Per l’Italia il dossier è interessante per almeno due ragioni. La prima è industriale: sensori, avionica, spazio, guerra elettronica, comunicazioni sicure e difesa ravvicinata sono tutti segmenti in cui il sistema italiano dispone di capacità rilevanti, distribuite fra grandi gruppi e aziende di nicchia. La seconda è politica: partecipare a programmi di questo tipo significa entrare in una filiera dell’innovazione militare che nei prossimi anni potrebbe pesare molto nelle scelte alleate.

Secondo quanto riportato da Euronews, tra le imprese di Paesi Nato indicate come potenzialmente interessate al programma figurano 11 aziende italiane. Fra i nomi citati compaiono Leonardo, Thales Alenia Space, Beretta, GmSpazio e Progetti Italiani Speciali. Lo stesso articolo, però, precisa un punto essenziale: essere presenti nell’elenco delle imprese potenzialmente interessate non equivale ad aver presentato un’offerta né, tantomeno, ad essere già stati selezionati.