campo largo
Conte verso le primarie, sfida la sinistra sul woke e parla al Paese che si sente lasciato indietro
Non solo diritti e simboli, ma salari, welfare e rappresentanza sociale. E dietro il merito del dibattito si intravede già la contesa con Elly Schlein
Non è stata una semplice incursione nel dibattito estivo. Con il suo intervento critico sulla cultura woke, Giuseppe Conte ha scelto un terreno simbolico e insieme molto concreto: contendere al Pd il racconto di che cosa debba essere oggi una forza progressista, mentre nel centrosinistra si avvicina la partita più delicata, quella della leadership.
Giuseppe Conte ha deciso di entrare nel dibattito sulla cultura woke non con una battuta estemporanea né con un post di giornata, ma con un intervento ragionato affidato a Repubblica e rilanciato poi sui social. Il cuore del messaggio è netto: per una forza progressista il woke non può diventare l’“ossatura ideologica”, perché la priorità resta la lotta alle diseguaglianze economiche e sociali. È una presa di posizione che ha un contenuto culturale, certo, ma che soprattutto segnala un’intenzione politica: ridefinire il profilo del Movimento 5 Stelle dentro il campo dell’opposizione e, insieme, parlare a un elettorato che non si riconosce nelle guerre simboliche ma chiede risposte su salari, sanità, scuola e protezione sociale.
Il punto, però, è che questa uscita non cade nel vuoto. Arriva mentre nel centrosinistra si discute da mesi di leadership, di programma comune e di possibili primarie di coalizione. Conte si è detto disponibile a quel passaggio già in primavera, insistendo sull’idea di primarie aperte ai cittadini e non di apparato; Elly Schlein, a sua volta, non ha escluso lo strumento, pur ribadendo più volte che il programma deve venire prima della contesa sui nomi. A fine luglio il confronto era ormai esplicito: Pd e M5S si muovono entrambi verso una definizione del candidato premier del campo largo, ma con sensibilità diverse sui tempi e sulle priorità.
Dentro questo quadro, l’affondo sul woke ha almeno tre destinatari. Il primo è l’elettorato progressista deluso, quello che teme una sinistra percepita come troppo occupata da dispute identitarie e troppo poco attrezzata sulle questioni materiali. Il secondo è il mondo della classe media impoverita, dei lavoratori fragili, delle famiglie che sentono il costo della vita molto più delle battaglie semantiche. Il terzo è interno al perimetro dell’opposizione: Conte manda il segnale che il M5S non vuole limitarsi a fare da socio minore del Pd, ma intende contendere l’agenda culturale del centrosinistra, non solo la futura leadership.
Il testo di Conte, per come è stato riportato dalle testate che lo hanno rilanciato, non è una liquidazione indistinta delle battaglie per i diritti. L’ex premier riconosce al pensiero woke il merito di avere allargato il concetto di giustizia e di avere promosso maggiore attenzione verso razzismo, sessismo e linguaggio discriminatorio. Ma aggiunge che, quando diventa “religione morale autoreferenziale”, quel paradigma produce conformismo ideologico e finisce per spostare il baricentro della sinistra lontano dalle fratture sociali decisive. La formula più politica è forse quella finale: una forza progressista, sostiene Conte, deve tenere insieme riconoscimento e redistribuzione, senza perdere di vista la “lotta primaria contro le oppressioni materiali” .
È un passaggio che merita attenzione perché dice molto sulla metamorfosi di Conte negli ultimi anni. Dal 2021 in avanti, nel discorso di rifondazione del Movimento, il leader pentastellato ha costruito con insistenza la propria identità politica attorno alla riduzione delle diseguaglianze, alla tutela dei più vulnerabili, alla difesa di un modello di sviluppo “equo e sostenibile”. Non è un’improvvisazione di agosto: è il filo rosso di una strategia che prova a saldare protezione sociale, istanze ambientali e critica degli squilibri prodotti dal capitalismo contemporaneo .
È una tesi che intercetta un dibattito più ampio, non soltanto italiano, sul rapporto tra progressismo, questione sociale e politiche del riconoscimento. Ma in Italia assume un significato particolare, perché tocca il nodo irrisolto dei rapporti di forza tra Pd e M5S.
Qui entra in gioco il nome di Elly Schlein, anche se Conte non la cita direttamente. La segretaria dem ha costruito la propria leadership su una piattaforma che tiene insieme lavoro, sanità, salario minimo, diritti civili, cittadinanza e giustizia climatica. Ridurla caricaturalmente a una leader “solo woke” sarebbe semplicistico e non rispecchierebbe la sua agenda pubblica. Tuttavia è vero che, nell’immaginario polemico coltivato dalla destra e in una parte dell’opinione pubblica moderata, il Pd schleiniano viene spesso associato a un progressismo percepito come più identitario che sociale. È proprio in quella faglia narrativa che Conte prova a inserirsi, presentandosi come l’interprete più credibile di una sinistra del reddito, dei servizi e della protezione materiale.
Non sorprende, allora, che nel Pd qualcuno abbia letto l’uscita come un messaggio diretto al Nazareno. Le reazioni pubbliche sono state caute, ma il disagio esiste. Filippo Sensi, esponente dell’area riformista, in queste settimane ha continuato a difendere il ruolo del Pd come perno riformista del centrosinistra e a sostenere il ricorso alle primarie come strumento tipico della tradizione democratica. In questo senso, il ragionamento di Conte viene percepito da una parte dei dem come un tentativo di accreditarsi contemporaneamente presso l’elettorato popolare e presso i settori più scettici del Pd rispetto a una linea ritenuta troppo sbilanciata sui temi identitari .