la guerra
Scudo per l'Ucraina, l'Europa si divide sulle truppe: l'Italia si sfila dalle manovre di peacekeeping a Kiev
Mentre i partner europei accelerano sul sostegno militare, il governo Meloni mette un freno alla partecipazione sul campo
Una battuta d’arresto diplomatica mette a nudo le diverse anime del fronte occidentale nel sostegno a Kiev. Nel giorno del trentacinquesimo anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina dall’ex dominio sovietico, la Coalizione dei Volenterosi accelera sull’appoggio al Paese invaso, ma si divide apertamente sull’ipotesi di un coinvolgimento di terra.
A innescare la tensione è stato l’annuncio del presidente francese Emmanuel Macron sulle imminenti esercitazioni autunnali della «Forza multinazionale per l’Ucraina», iniziativa di peacekeeping nata in seno alla coalizione. La risposta di Roma è arrivata senza indugio: fonti di Palazzo Chigi hanno precisato che l’Italia «non vi parteciperà», in coerenza con la linea del governo del «no ai soldati italiani» in Ucraina.
Il rifiuto italiano è maturato nel pieno di una giornata fitta di consultazioni e vertici internazionali. Se sul fronte dell’assistenza economica e dei sistemi difensivi l’Italia resta allineata con gli alleati, l’impiego di personale militare sul terreno costituisce per il governo una soglia invalicabile. La premier Giorgia Meloni ha preso parte ai lavori della coalizione collegandosi soltanto in videoconferenza.
Il vertice ad alto livello, copresieduto dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, dal premier britannico Andy Burnham, dal presidente francese Emmanuel Macron e dal leader tedesco Friedrich Merz, ha visto Roma in posizione defilata rispetto alle decisioni più incisive assunte dai partner. La scelta del collegamento da remoto riflette la cautela politica dell’esecutivo italiano, determinato a evitare qualsiasi passo che possa preludere a un coinvolgimento bellico diretto o all’invio di truppe.
Mentre l’Italia si chiama fuori dalle manovre sul terreno, gli altri partner della Coalizione spingono sull’acceleratore tecnologico e strategico. Nel corso della sua prima visita ufficiale a Kiev, il neo premier britannico Andy Burnham ha autorizzato l’azienda della difesa MBDA a condividere con le forze ucraine progetti coperti da segreto militare relativi ai componenti del missile a lungo raggio Scalp. La mossa ha provocato la reazione furiosa del Cremlino: il portavoce Dmitry Peskov ha accusato Londra di alimentare regolarmente il conflitto e di «gettare benzina sul fuoco».
Nel frattempo, l’Unione Europea ha varato uno scudo di difesa aerea da 6,1 miliardi di euro; il neo presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, è giunto a Kiev per garantire un «sostegno incondizionato».
Durante la call dei Volenterosi, Zelensky ha illustrato con franchezza la vulnerabilità del fronte in vista dell’inverno. L’Ucraina necessita con urgenza di almeno 300 missili Patriot per blindare i cieli ed evitare colpi letali alle infrastrutture. A gravare sulle prospettive di Kiev è soprattutto un deficit finanziario della difesa stimato in 27 miliardi di euro. Per colmare la voragine, il leader ucraino ha sollecitato i partner a percorrere vie straordinarie: anticipare l’erogazione dei fondi europei previsti per il 2027 o attingere ai beni russi congelati.
Benché i leader della coalizione si siano formalmente impegnati ad aumentare il supporto militare complessivo, a rafforzare con urgenza la difesa aerea e a inasprire le sanzioni contro il complesso industriale del Cremlino — con Macron pronto a convocare una riunione ministeriale contro la flotta ombra russa —, il disimpegno dell’Italia sul terreno mette in luce come l’unanimità strategica dell’Occidente vacilli non appena si sfiora il tabù del peacekeeping attivo.