il caso
l video dei Pasdaran contro Barron Trump: caccia all'uomo per il figlio del presidente e una taglia milionaria
Il filmato diffuso dai media di Stato iraniani mostra un sosia del giovane e si chiede esplicitamente dove colpirlo
Una nuova e pesante ombra si allunga su rapporti già tesi tra Washington e Teheran. Un video di propaganda, diffuso dai media di Stato iraniani e riconducibile all’orbita dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC), prende di mira in modo esplicito Barron Trump, il figlio più giovane del presidente degli Stati Uniti. La clip allude alla sua uccisione e annuncia una taglia milionaria sulla sua testa, inducendo il Secret Service ad avviare verifiche immediate: un salto di qualità nello scontro simbolico e personale tra i due Paesi.
Secondo il Washington Post, il contenuto è stato rilanciato da canali ufficiali e para-ufficiali collegati all’Islamic Revolutionary Guard Corps. Nella produzione propagandistica si afferma che su Barron Trump grava una taglia di 10 milioni di dollari. Il video si apre con un interrogativo minaccioso su “dove trovare e come uccidere” il giovane, mostrando poi un sosia in contesti generici in cui potrebbe trovarsi. Non è la consueta retorica istituzionale antiamericana, ma una minaccia mirata: l’obiettivo non è un diplomatico, un alto funzionario o un militare, bensì un familiare diretto della presidenza, tradizionalmente escluso dal confronto geopolitico.
La reazione federale è arrivata con il consueto profilo prudente. Il portavoce del Secret Service, Nate Herring, ha confermato che l’agenzia è pienamente a conoscenza del video e che esamina ogni elemento percepito come potenziale minaccia ai propri protetti. Nessun dettaglio operativo è stato divulgato per ragioni di sicurezza, ma l’apertura formale delle verifiche indica che il caso è trattato con la massima serietà. Negli Stati Uniti, la protezione del presidente, del vicepresidente e dei loro familiari più stretti è una missione storica del Secret Service; una minaccia rivolta a Barron Trump – oggi ventenne e sotto tutela federale – attiva quindi subito i protocolli di “protective intelligence”, pensati per neutralizzare qualsiasi rischio fisico o psicologico prima che si traduca in azione.
A colpire l’opinione pubblica è soprattutto la scelta del destinatario. Barron Trump, che aveva dieci anni quando il padre fece il suo primo ingresso alla Casa Bianca nel 2017, ha mantenuto un profilo estremamente riservato, lontano dai riflettori della politica a differenza dei fratelli maggiori. Le sue apparizioni pubbliche sono rare e rigidamente controllate; tra le più recenti, la partecipazione agli eventi inaugurali del 20 gennaio 2025 a Washington. Trascinarlo in questo scontro mediatico appare come un tentativo di penetrare nel perimetro più intimo del presidente, esercitando una pressione psicologica aggiuntiva.
Per comprendere la portata dell’episodio occorre richiamare il punto di rottura del 3 gennaio 2020, quando le forze statunitensi, su ordine di Donald Trump, uccisero a Baghdad il generale Qasem Soleimani, potentissimo capo della Quds Force dell’IRGC. Quell’operazione, descritta dal Pentagono come un’“azione difensiva decisiva” per la sicurezza nazionale, ha innescato una retorica di vendetta permanente da parte del regime iraniano, alimentando un clima di ostilità che oggi si riflette anche in minacce dal forte valore simbolico rivolte alla sfera familiare del presidente.