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l'inchiesta

Il giallo dei missili nel porto di Bari: tre testate da guerra "camuffate" sotto il nastro adesivo

Il fermo di un autista francese al porto pugliese apre un caso geopolitico internazionale e svela le fragilità nei controlli e nelle normative della difesa europea

26 Agosto 2026, 18:55

19:00

Il giallo dei missili nel porto di Bari: tre testate da guerra "camuffate" sotto il nastro adesivo

Sulla banchina del porto di Bari, la mattina del 9 giugno 2026, ai militari della Guardia di finanza si è presentata una scena da cronaca di frontiera che, a uno sguardo più attento, rivela un intrigo dagli echi geopolitici.

Dalla motonave Superfast II, proveniente da Patrasso, è sbarcato un furgone con targa francese. Al volante, Régis Claude Albert Normand, 46 anni, cittadino d’Oltralpe. Nel vano posteriore, cinque capienti contenitori logistici progettati per alloggiare sistemi d’arma anticarro: uno completamente vuoto, un secondo con un missile inerte da addestramento e, negli altri tre, ordigni Akeron perfettamente funzionanti e pronti all’impiego. Da quel momento, un controllo doganale di routine si è trasformato in un caso internazionale.

Il dettaglio più sconcertante è emerso dalla marcatura esterna dei tubi contenenti i missili. In base alle procedure standard della NATO, strisce blu sui contenitori indicano materiale privo di carica esplosiva o propellente, destinato a scopi didattici e addestrativi. La perizia tecnica disposta dall’autorità militare italiana ha però accertato che quelle bande non erano state verniciate in origine: si trattava di nastro adesivo azzurro, facilmente rimovibile. Eliminato lo strato gommato, sono riapparse le colorazioni autentiche, giallo e nero, che contraddistinguono munizionamento reale ad alto potenziale. Un camuffamento, dunque, idoneo a eludere i controlli doganali, facendo passare armi operative per innocui simulatori.

Ascoltato dagli inquirenti, Normand ha sostenuto di aver agito come semplice trasportatore per conto di MBDA France, colosso missilistico europeo controllato da Airbus, BAE Systems e Leonardo. Il carico di Akeron di quinta generazione — sistemi multiruolo capaci di neutralizzare bersagli corazzati a lunga distanza — sarebbe stato destinato alla società greca Altus LSA, per poi rientrare in Francia. La versione “industriale” ha riscontri: il 6 febbraio 2024 MBDA ha annunciato un accordo di cooperazione in Grecia con Altus LSA per l’integrazione dei missili Akeron MP sui droni tattici pesanti ATLAS 8 HEAVY LIFTER; inoltre, Altus risulta iscritta al registro dei produttori per la difesa del ministero ellenico.

Per la giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bari, Valeria Isabella Valenzi, tale apparato difensivo non basta a giustificare la regolarità del transito. Nell’ordinanza, la gip segnala pesanti incongruenze nella documentazione di trasporto: discrasie nelle date, difformità nei timbri commerciali e, soprattutto, un vizio amministrativo dirimente, la mancanza delle autorizzazioni obbligatorie previste dall’ordinamento italiano.

Il caso Normand mette a nudo il “punto cieco” della difesa comune europea. Malgrado gli sforzi dell’Unione di semplificare i trasferimenti intraeuropei di armamenti (come con la direttiva 2009/43/CE), la sovranità nazionale in materia di armi da guerra resta intangibile. In Italia, transito ed esportazione di materiali militari sono regolati dalla legge 185/1990 e dal decreto legislativo 105/2012. Come ricordano anche le linee guida ENAC, qualunque passaggio fisico di armamenti da guerra sul territorio della Repubblica richiede l’autorizzazione preventiva del prefetto del luogo d’ingresso — nel caso di specie, la Prefettura di Bari. Un via libera rilasciato da un altro Stato membro non ha valore sostitutivo oltre confine.

Mentre Régis Normand è detenuto in un carcere italiano da oltre due mesi, sulla vicenda è calata una fitta nebbia diplomatica. Il ministero degli Esteri francese, interpellato, ha declinato commenti rinviando ogni responsabilità a MBDA; dai vertici della multinazionale, per ora, nessuna parola. Un imbarazzo eloquente, che evidenzia il divario tra la retorica dell’integrazione industriale della difesa europea e la realtà di una burocrazia militare ancora rigidamente frammentata lungo le frontiere nazionali.