Ex Jugoslavia
Ratko Mladić, morto il "macellaio dei Balcani": fu condannato per il genocidio di Srebrenica
Con la sua morte a 84 anni chiude la sua vicenda personale ma riapre il dibattito su memoria, giustizia internazionale e divisioni nei Balcani
La morte di Ratko Mladić chiude la vicenda personale di uno dei protagonisti più cupi delle guerre jugoslave, ma lascia intatto il peso storico del suo nome: per i tribunali internazionali fu tra i principali responsabili del genocidio di Srebrenica e della campagna di terrore contro Sarajevo, i due luoghi che più di altri riassumono l’orrore della Bosnia degli anni Novanta.
La notizia è arrivata da Belgrado e dall’Aia quasi insieme, con il peso specifico delle vicende che non si chiudono davvero nemmeno quando finisce la vita del loro protagonista. Ratko Mladić, l’ex comandante dell’esercito dei serbo-bosniaci condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, è morto a 84 anni nella struttura detentiva delle Nazioni Unite all’Aia, secondo quanto riferito dalla televisione pubblica serba RTS e confermato ad Associated Press da un familiare, mentre i funzionari del tribunale Onu avevano dichiarato di non poter confermare immediatamente la notizia.
Con Mladić scompare uno dei nomi più ingombranti delle guerre jugoslave degli anni Novanta, ma non si attenua il significato storico e giudiziario della sua parabola: per i tribunali internazionali, fu uno dei principali responsabili della macchina militare che rese possibile il massacro di Srebrenica e la lunga campagna di assedio e terrore contro Sarajevo. La sua condanna all’ergastolo, pronunciata in primo grado nel 2017 e resa definitiva in appello l’8 giugno 2021, è stata uno dei passaggi centrali della giustizia penale internazionale per i crimini commessi in Bosnia-Erzegovina.
La morte all’Aia e gli ultimi mesi segnati dalla malattia
Secondo RTS, Mladić è morto nella unità di detenzione all’Aia dopo un grave peggioramento delle condizioni di salute. Negli ultimi mesi la famiglia aveva più volte denunciato un quadro clinico molto compromesso, chiedendo che fosse autorizzato a curarsi in Serbia. AP riferisce che un familiare ha confermato il decesso e che il figlio Darko Mladić era in viaggio verso i Paesi Bassi; la stessa agenzia ha aggiunto che, almeno nelle prime ore successive alla notizia, i funzionari dell’organismo giudiziario delle Nazioni Unite non avevano fornito una conferma ufficiale immediata.
Il dato biografico, in questo caso, conta meno del portato simbolico. Nato il 12 marzo 1942 nel villaggio bosniaco di Božinovići, Mladić fu un ufficiale dell’esercito jugoslavo prima di diventare, con la dissoluzione della Jugoslavia, il comandante del Glavni štab, lo Stato maggiore dell’Esercito della Republika Srpska. Dal 12 maggio 1992 guidò le forze serbo-bosniache nel conflitto in Bosnia-Erzegovina, in una guerra che avrebbe lasciato più di 100.000 morti e oltre un milione di sfollati e profughi.
Il cuore della condanna: quattro imprese criminali comuni
Nel linguaggio della giustizia internazionale, il caso Mladić è stato definito attorno a quattro joint criminal enterprises, cioè quattro imprese criminali comuni. La sentenza d’appello dell’IRMCT, il Meccanismo residuale delle Nazioni Unite che ha raccolto l’eredità del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, ha confermato che Mladić ebbe un ruolo «guida e grave» in un disegno più ampio di espulsione permanente di bosgnacchi e croati dai territori rivendicati dai serbo-bosniaci; nella campagna di terrore contro i civili di Sarajevo; nell’operazione di Srebrenica; e nella presa in ostaggio del personale ONU per ostacolare gli attacchi aerei della NATO nel 1995.
È un punto cruciale per capire perché il suo nome sia rimasto, anche a distanza di decenni, uno dei più evocati quando si discute di responsabilità individuale nei conflitti balcanici. Non fu condannato per una generica appartenenza a un sistema, ma per il contributo diretto e determinante a strategie militari e politiche che i giudici hanno ritenuto criminali.
Srebrenica, il genocidio riconosciuto dai tribunali internazionali
Il capitolo più noto e più grave è quello di Srebrenica. Le corti internazionali hanno stabilito che gli atti commessi dopo la caduta dell’enclave nel luglio 1995 costituirono genocidio. Secondo le Nazioni Unite, fino a 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi o risultarono dispersi; l’International Commission on Missing Persons stima che le persone uccise siano state poco più di 8.000 e documenta migliaia di identificazioni attraverso il DNA.
La qualificazione giuridica non è un dettaglio lessicale. È il centro della battaglia sulla memoria balcanica e europea. L’ICTY prima e l’IRMCT poi hanno confermato che il piano mirava all’eliminazione dei musulmani bosniaci di Srebrenica come parte sostanziale del gruppo protetto. Nel maggio 2024, l’Assemblea generale dell’ONU ha inoltre istituito l’11 luglio come Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica del 1995, condannando esplicitamente il negazionismo e la glorificazione dei criminali di guerra condannati dai tribunali internazionali.
Sul terreno, la dimensione del massacro resta impressa anche nei numeri dell’identificazione delle vittime. L’ICMP spiega che, grazie alle tecniche genetiche applicate ai resti recuperati nelle fosse comuni e secondarie, sono state identificate 6.981 vittime, mentre il totale delle persone uccise dopo la caduta dell’area protetta viene stimato in poco più di 8.000. Il divario tra i corpi identificati e il numero complessivo delle vittime dice molto della natura di quel crimine: un eccidio di massa accompagnato dal tentativo sistematico di disperdere le prove.
Sarajevo, la città trasformata in bersaglio
Se Srebrenica è il nome del genocidio, Sarajevo è quello della guerra quotidiana contro i civili. Nella sintesi della sentenza del 22 novembre 2017, i giudici dell’ICTY hanno ricostruito come, da metà maggio 1992 fino a novembre 1995, il Sarajevo Romanija Corps dell’esercito serbo-bosniaco bombardò e colpì con i cecchini la popolazione civile, spesso in luoghi privi di rilevanza militare. Il tribunale ha concluso che l’obiettivo fosse diffondere terrore tra gli abitanti della città.
La stessa documentazione giudiziaria ricorda episodi simbolo come il bombardamento del mercato di Markale del 5 febbraio 1994, che provocò 68 morti e oltre 140 feriti, e l’uso di ordigni modificati ad alto impatto contro aree urbane. Per i giudici, i civili venivano colpiti mentre svolgevano attività ordinarie: camminare con i figli, cercare acqua, andare al mercato, spostarsi da una strada all’altra. Era la normalità a essere presa di mira.
La memoria di quell’assedio si misura anche nelle cifre conservate dalle istituzioni cittadine. Il Cantone di Sarajevo ricorda un bilancio di 11.541 cittadini uccisi durante i 1.425 giorni dell’assedio, tra cui 1.601 bambini, e oltre 50.000 civili feriti. Sono numeri spesso richiamati nelle commemorazioni ufficiali e restituiscono la scala di una campagna che ha fatto della capitale bosniaca un laboratorio di paura a cielo aperto.
Dalla latitanza all’ergastolo
Dopo la guerra, Mladić divenne per anni uno dei latitanti più ricercati d’Europa. Il Tribunale per l’ex Jugoslavia accolse il suo arresto il 26 maggio 2011, quando le autorità serbe lo fermarono ponendo fine a una fuga durata oltre quindici anni. Pochi giorni dopo fu trasferito all’Aia. Lì si aprì un processo lungo e complesso, destinato a diventare uno dei casi simbolo della giustizia internazionale post-jugoslava.
Il 22 novembre 2017 arrivò la sentenza di primo grado: colpevole di genocidio, persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione, atti inumani, terrore, attacchi illegali contro civili e presa di ostaggi; assolto invece dall’accusa di genocidio in alcuni altri municipi bosniaci, dove il tribunale non ritenne provata l’intenzione specifica di distruggere una parte sostanziale del gruppo protetto. La pena fu l’ergastolo.
L’8 giugno 2021 la condanna fu confermata in via definitiva. L’Appeals Chamber dell’IRMCT respinse integralmente il ricorso della difesa e anche quello dell’accusa, lasciando immutata la pena. Da quel momento il verdetto divenne irrevocabile. La corte ribadì che Mladić aveva avuto un ruolo di vertice e di impulso nella commissione dei crimini più gravi del conflitto bosniaco.
Un’eredità che divide ancora i Balcani
La morte di Mladić non chiude la frattura politica e memoriale che il suo nome continua a rappresentare. In una parte della regione resta il simbolo del nazionalismo serbo-bosniaco che rifiuta la lettura dei fatti sancita dai tribunali internazionali; per i familiari delle vittime e per molte organizzazioni per i diritti umani, invece, il suo caso è la prova che la responsabilità individuale può essere accertata anche ai livelli più alti del comando militare.
È su questo terreno che la giustizia internazionale e la memoria pubblica si toccano. La risoluzione dell’ONU su Srebrenica adottata nel 2024 non si limita a commemorare: richiama gli Stati al dovere di contrastare il negazionismo e l’esaltazione dei responsabili di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. In Bosnia-Erzegovina, dove il passato resta materia viva del confronto politico, si tratta di un punto tutt’altro che astratto.
Anche per questo la figura di Mladić continuerà a essere osservata meno come quella di un uomo ormai uscito di scena e più come quella di un test decisivo per l’Europa del dopoguerra fredda: la capacità, o l’incapacità, di chiamare per nome i crimini, di attribuirne le responsabilità e di difendere una verità giudiziaria contro la manipolazione politica.
Il peso della storia oltre la fine biologica
Nelle guerre balcaniche, pochi volti sono stati fotografati e ricordati quanto quello di Mladić: il generale in uniforme, l’uomo che parlava da comandante vittorioso, il protagonista di una propaganda di guerra poi demolita nelle aule dei tribunali. La sua morte non cancella il fatto che il suo nome sia ormai indissolubilmente legato a Srebrenica e Sarajevo, cioè ai due luoghi che più di altri condensano l’orrore della Bosnia degli anni Novanta.
Resta questo il dato essenziale per il lettore europeo di oggi: non la biografia di un ex generale, ma il significato della sua condanna. Nel lessico delle corti internazionali, Mladić è stato il comandante responsabile di aver contribuito a espulsioni forzate, uccisioni di massa, assedi, bombardamenti indiscriminati, sniping contro i civili e presa di ostaggi. Nel lessico della storia, è uno dei nomi che segnano il fallimento dell’Europa nel prevenire la peggiore violenza sul continente dopo la Seconda guerra mondiale.
E forse è proprio questo l’ultimo paradosso: la fine biologica di Mladić arriva quando la sua responsabilità giudiziaria è già da tempo consegnata agli archivi, ai memoriali, alle sentenze e ai cimiteri. Non c’è più processo da celebrare, né appello da attendere. Resta, però, la contabilità morale di una guerra che continua a interrogare i Balcani e l’Europa intera.