Il caso
Il cambio alla guida di Report, Ranucci, dalla Sicilia, rifiuta l'ipotesi di una corrispondenza al Cairo: "Lì senza scorta?"
Il giornalista, impegnato in questi giorni nell'Isola con il tour del suo spettacolo, ha appreso proprio mentre era a Favignana della scelta della Rai di sostituirlo alla conduzione con Presutti e Piervincenzi
Non è soltanto un cambio di conduzione. L’uscita di Sigfrido Ranucci da Report, con l’arrivo di Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, apre uno scontro che tocca sicurezza personale, autonomia editoriale e rapporti di forza dentro il servizio pubblico.
La rottura si è consumata ieri in poche ore, ma arriva al termine di settimane che dentro Rai erano già cariche di tensione. Da una parte Sigfrido Ranucci, volto che più di ogni altro ha finito per identificarsi con Report; dall’altra l’azienda, che ha deciso di affidare il programma dalla prossima stagione a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, rivendicando una scelta nel segno della continuità professionale e del servizio pubblico. In mezzo, una vicenda che intreccia sicurezza personale, equilibri interni, accertamenti aziendali e una questione più ampia: chi decide l’identità editoriale di uno dei format simbolo del giornalismo d’inchiesta italiano.
Ranucci, che ieri ha appreso della sua definitiva estromissione dalla trasmissione mentre si trovava a Favignana per il tour del suo spettacolo "Diario di un trapezista" (stasera sarà ad Agrigento, ndr.), ha reagito con parole durissime. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, il giornalista ha respinto le ipotesi di ricollocamento avanzate da Rai — RaiNews, Tg3 oppure un ufficio di corrispondenza — sostenendo di non capire perché, se ritenuto non adatto a Report, dovrebbe esserlo per altre strutture giornalistiche dell’azienda. Il passaggio più pesante riguarda il Cairo: Ranucci ha richiamato la propria condizione di persona sotto scorta e ha detto di temere che all’estero resterebbe senza quella protezione. Nello stesso intervento ha definito la nomina dei suoi sostituti una “scelta mediocre”, preannunciando una vertenza per difendere non solo la propria posizione, ma l’autonomia del giornalismo d’inchiesta.
La decisione della Rai e il messaggio politico-editoriale
La versione ufficiale di Viale Mazzini è diversa nei toni e nel perimetro. Nel comunicato diffuso il 28 agosto 2026, l’azienda presenta Presutti e Piervincenzi come “due firme del giornalismo d’inchiesta e del reportage” e affida al direttore Approfondimento Paolo Corsini il compito di motivare la scelta: rafforzare Report “nel segno dell’autorevolezza, dell’indipendenza e della qualità dell’informazione”. Nello stesso testo Rai sottolinea le esperienze dei due giornalisti e prova a collocare il cambio di conduzione dentro una cornice di continuità, non di rottura.
Il punto, però, è che la continuità rivendicata dall’azienda viene letta da molti, dentro e fuori Rai, come una discontinuità sostanziale. La scelta non riguarda un programma qualunque. Report è da anni uno dei marchi più riconoscibili dell’inchiesta televisiva italiana, prima con Milena Gabanelli, poi con Ranucci. Per questo la sostituzione del conduttore non viene percepita come un semplice avvicendamento di palinsesto, ma come un passaggio che investe il profilo editoriale della terza rete e, per riflesso, l’idea stessa di servizio pubblico. È anche per questa ragione che la decisione ha prodotto reazioni così immediate e polarizzate.
Le tre offerte rifiutate e il nodo della sicurezza
Il tema della sicurezza non è un dettaglio retorico. Ranucci vive sotto protezione da tempo e, nelle ultime settimane, il suo nome è tornato al centro della cronaca giudiziaria dopo gli sviluppi sull’attentato del 16 ottobre 2025, quando esplose un ordigno vicino alla sua auto. ANSA ha ricostruito che l’ex faccendiere Valter Lavitola è accusato di essere il mandante di quell’azione e che, allo stato degli atti richiamati dall’agenzia e dalla Fnsi, Ranucci continua a essere considerato la vittima dell’attentato, senza elementi che provino un suo coinvolgimento nel piano criminale.
Dentro questa cornice, il rifiuto del Cairo assume un peso preciso. Non è soltanto il rigetto di un trasferimento indesiderato: è la contestazione di una proposta ritenuta incompatibile con le condizioni di sicurezza del giornalista. Sempre secondo il Corriere, Ranucci ha ricordato di vivere sotto scorta già prima dell’attentato e ha collegato la sede estera al rischio di restare privo di protezione. Sono parole destinate a lasciare il segno, anche perché spostano il confronto da un terreno puramente aziendale a uno molto più delicato, che riguarda la tutela concreta di un cronista esposto.
Il contesto: repliche sospese, Comitato etico, decisione finale
La svolta di ieri non arriva dal nulla. Già a luglio 2026 la Direzione Approfondimento aveva sospeso in via cautelativa le repliche estive di Report, spiegando di aver assunto la decisione “in attesa che si faccia piena chiarezza” sulla vicenda che coinvolgeva Ranucci. Nel frattempo il vertice Rai aveva attivato la Commissione Stabile per il Codice Etico: lo si legge nella nota sulle decisioni del Cda del 30 luglio 2026, in cui l’amministratore delegato Giampaolo Rossi informava il Consiglio dell’avvio degli approfondimenti interni per evitare ricadute sulla fiducia dei cittadini nel servizio pubblico.
Il passaggio successivo, stando alla ricostruzione di ANSA, è arrivato con la consegna all’amministratore delegato dei risultati dell’indagine del Comitato etico il 13 agosto 2026. Da quel momento l’attesa si è concentrata sulla scelta finale: confermare Ranucci, spostarlo ad altro incarico o ridefinire il vertice del programma. Rai ha imboccato la terza strada. E lo ha fatto mettendo in campo non un conduttore solo, ma un tandem, quasi a voler dare al cambiamento un valore di rifondazione organizzativa oltre che di immagine.
Chi sono Presutti e Piervincenzi
Al di là della polemica, i nomi scelti da Rai hanno un profilo giornalistico definito. Giulia Presutti collabora con Report dal 2017, ha firmato inchieste su politica e cronaca giudiziaria, è entrata di recente in Rai dopo essersi classificata prima nel concorso interno per giornalisti professionisti ed è stata finalista del Premio Roberto Morrione per il giornalismo investigativo; nel 2026 ha ricevuto il Premio Giuseppe Fava Giovani. Daniele Piervincenzi porta in dote una lunga esperienza tra inchiesta e reportage: dagli esordi a La7 all’approdo in Rai con Nemo - Nessuno escluso, fino ai programmi condotti negli anni successivi e al lavoro sul campo in Italia e all’estero. Rai ricorda anche l’aggressione subita a Ostia nel 2017 mentre stava documentando i rapporti tra Casapound e il clan Spada, episodio diventato quasi un simbolo del rischio fisico corso dai cronisti di frontiera.
Questi elementi servono a leggere meglio un punto che nella polemica rischia di andare perduto: la contestazione di Ranucci non coincide automaticamente con una delegittimazione professionale dei due sostituti. La frattura sta altrove, nella percezione che il cambio di conduzione sia stato deciso non come fisiologico ricambio ma come intervento sull’equilibrio del programma. È una distinzione importante, perché evita di ridurre tutto a una guerra personale fra giornalisti e restituisce il vero terreno dello scontro: l’autonomia editoriale di Report e il potere dell’azienda di ridisegnarne il volto pubblico.
La redazione, il Cdr e la minaccia di uno strappo
Le reazioni interne raccontano quanto il clima sia deteriorato. Secondo ANSA, gli storici inviati del programma hanno giudicato “completamente irricevibile” la decisione aziendale, sostenendo che le figure scelte non sarebbero rappresentative della storia e dei valori di Report, fino ad annunciare l’intenzione di dimettersi in blocco. In parallelo, il Cdr Approfondimento Rai, in una nota rilanciata dalla Fnsi, ha denunciato che la politica starebbe approfittando di un “vuoto normativo”, osservando che Report non ha una testata autonoma e che il comitato di redazione sarebbe stato scavalcato.
Non è un dettaglio tecnico. Quando un organismo sindacale parla di vuoto normativo, sta indicando un problema strutturale: chi rappresenta davvero una redazione che non coincide con una testata classica? Chi viene coinvolto quando l’azienda modifica la guida di un format così identitario? È su questo crinale che il caso Ranucci supera il destino individuale del conduttore e si trasforma in precedente per tutta l’informazione Rai. Anche per questo la vicenda è seguita con attenzione da chi, nel mondo giornalistico, teme che la linea di confine tra governo aziendale e pressione politica si stia facendo più sottile.
Le reazioni della politica e il rischio di una battaglia giudiziaria
Le reazioni dei partiti hanno confermato che il caso è ormai pienamente politico. ANSA riferisce delle accuse durissime arrivate dalle opposizioni, con Barbara Floridia che ha parlato di un vero e proprio “golpe” e con esponenti di Avs e Pd che hanno letto la rimozione di Ranucci come un segnale di insofferenza verso il controllo giornalistico sul potere. Di segno opposto la soddisfazione espressa da Fratelli d’Italia, che ha auspicato un ritorno di Report al suo “vero mestiere”, e il commento del leader della Lega, Matteo Salvini, sintetizzato in un “giusto così, ora si faccia chiarezza”.
Ranucci, dal canto suo, non sembra intenzionato a limitarsi a una protesta simbolica. Il suo legale Roberto De Vita, sia nelle dichiarazioni riprese dal Corriere sia in quelle raccolte da ANSA nei giorni precedenti, ha impostato il caso come una questione di libertà di stampa e di tutela della vittima di un attentato. Se la vertenza annunciata verrà effettivamente aperta, il confronto potrebbe spostarsi dal piano mediatico a quello giudiziario e del diritto del lavoro, con effetti potenzialmente rilevanti anche sui futuri assetti del programma.
Nel frattempo resta una certezza: la nuova stagione di Report dovrebbe tornare in onda a novembre 2026, come già indicato da Rai quando, a luglio, aveva sospeso le repliche estive. Ma oggi la domanda non è solo chi condurrà il programma. La domanda vera è se il cambio di conduzione basterà a garantire stabilità o se, al contrario, aprirà una fase di conflitto permanente tra azienda, redazione e opinione pubblica. In un momento in cui la credibilità del servizio pubblico si misura anche sulla capacità di proteggere il giornalismo più esposto, il caso Ranucci non riguarda più soltanto un nome in palinsesto. Riguarda il perimetro di libertà che la Rai intende concedere, o difendere, dentro casa propria.
