Il traguardo
Giorgia Meloni, presto il suo sarà il governo più lungo della storia della Repubblica: «Manca solo l'invasione delle cavallette»
Venerdì raggiungerà i 1.413 giorni consecutivi in carica: stabilità e conti in ordine, ma anche referendum perso e lo scontro con Trump
Da venerdì non sarà più solo la prima donna a Palazzo Chigi, ma anche il presidente del Consiglio a capo del governo più longevo. Raggiungendo quota 1.413 giorni, Giorgia Meloni supererà Silvio Berlusconi e il suo secondo esecutivo (11 giugno 2001-23 aprile 2005). Quasi quattro anni sull'ottovolante, tra scontri con opposizioni e magistratura, nonché quello con Donald Trump, tra turbolenze interne e crisi internazionali.
Si presentò come «underdog» e ora rivendica di aver «stravolto i pronostici», con stabilità politica e conti pubblici in equilibrio, lo Spread sceso da 220 a circa 80 punti e il rapporto deficit/Pil dall'8% a poco più del 3%, a un soffio dalla chiusura della procedura di infrazione Ue. Il primo decreto legge, 9 giorni dopo il giuramento del 22 ottobre 2022, su rave ed ergastolo ostativo, ne anticipa diversi altri in materia di sicurezza (criticati dal centrosinistra, così come l'abrogazione dell'abuso d'ufficio), tra cui quelli per Caivano, scelto come modello di recupero delle periferie. Meloni subito accorcia la vita del Superbonus ed elimina il Reddito di cittadinanza. Nel 2022 si procede con il taglio progressivo del cuneo fiscale avviato dai governi precedenti, poi arriva la riforma dell'Irpef. Per la premier c'è «il tasso di occupazione più alta da quando Garibaldi ha unito Italia».
Nel bilancio del capitolo lavoro anche i rinnovi dei contratti della P.a e, quattro mesi fa, il salario giusto, con uno dei decreti legge «Primo maggio», tradizione lanciata nel 2023 con un video nei corridoi di Palazzo Chigi. Meno riuscita, un anno prima, la conferenza stampa post Cdm a Cutro, dopo il naufragio con 94 migranti morti. Meloni scommette sul protocollo con l'Albania, nel novembre 2023. Le opposizioni lo contestano ma il progetto trova sponde in Europa.
Per rendere operativi i centri in Albania serve più di una modifica normativa, anche alla luce delle sentenze. Per Meloni è il «doppiopesismo di certa magistratura». Le forti tensioni tra esecutivo e toghe sono intrecciate anche al caso Almasri, ai rilievi della Corte dei conti sul Ponte di Messina e alla campagna per il referendum sulla giustizia perso a marzo 2026. Il fallimento di una delle tre grandi riforme promesse dal centrodestra (il premierato è arenato, l' Autonomia differenziata procede) porta alla settimana più drammatica di Meloni.
Tra dubbi e riflessioni, c'è un momento in cui si profila la crisi con l'ipotesi di Giancarlo Giorgetti traghettatore, poi la premier decide di arrivare in fondo. Impone le dimissioni a Daniela Santanchè, terzo ministro sostituito (dopo Raffaele Fitto e, per il caso Boccia, Gennaro Sangiuliano), ma non c'è rimpasto. Si apre una fase 2, mentre si logora il rapporto con Donald Trump, momento più complesso di una politica estera impostata sul sostegno all'Ucraina, spesso fonte di tensione fra alleati ma senza le spaccature registrate invece su Mes, terzo mandato e sulle preferenze nella legge elettorale.
Meloni nei primi tre anni non lesina missioni internazionali. Esce dalla Via della Seta, guarda al Sud Globale, riannoda i rapporti con Golfo e India. L'apice è il G7 in Puglia, con la presenza del primo papa, Francesco, invitato a discutere di IA. Ha un buon rapporto con Joe Biden, e inizialmente è «special» la relazione con Trump. Unica leader europea all'insediamento, nel braccio di ferro sui dazi Meloni conta di fare da «ponte» ma per il presidente Usa cambia tutto quando non sostiene l'attacco in Iran. In parallelo, precipitando la crisi a Gaza, si accende il contrasto con il governo israeliano di Benjamin Netanyahu, mentre in Italia le piazze pro-Pal si infiammano.
«Manca solo l'invasione delle cavallette...», scherza spesso la premier. Prima ancora della crisi di Hormuz, la guerra in Ucraina ha effetti su gas e caro materie prime, ostacolo anche per il Pnrr, più volte rimodulato dal governo e ora all'ultima rata. Il Piano Mattei per l'Africa mira a rendere l'Italia hub energetico, e in parallelo il governo riapre il capitolo nucleare: il via libera del Parlamento alla legge delega è atteso entro fine anno.